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Intervista con Sonia Spinello ed Eugenia Canale

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“Lasciare che la musica prenda forma dall’ascolto reciproco e fluisca trasformandosi continuamente. Questo disco nasce così, una fotografia di quello che è avvenuto esattamente nel momento in cui è stato vissuto, frutto del nostro incontro e della nostra collaborazione con molti altri artisti, ognuno con la sua estetica e la sua sensibilità, ma tutti alla ricerca di una sonorità che scavasse la parola e la portasse in profondità. In FLOW sentirete incontrarsi tra loro strumenti musicali comuni nel mondo del jazz, altri tipici di culture tradizionali e il pianoforte che spesso viene suonato in cordiera o in modo anticonvenzionale, spesso preparato con oggetti di uso comune. L’improvvisazione estemporanea è il cuore narrativo di questo viaggio condotto in territori in continua esplorazione, un percorso circolare in cui la percezione e la sensibilità dell’ascoltatore sono il completamento del processo creativo”.

Note di copertina.

Precedente intervista:

https://kultunderground.org/art/41524/

Intervista

Davide

Buongiorno Eugenia, buongiorno Sonia. “Flow” è il vostro primo lavoro insieme? Quando e come è nata la vostra collaborazione e, quindi, il progetto di “Flow”?

Eugenia

Sì, Flow è il nostro primo lavoro insieme. La nostra collaborazione nasce dall’aver sempre reciprocamente seguito a distanza i progetti dell’una e dell’altra finché non ci siamo conosciute personalmente subito dopo la pandemia. L’idea di partenza su cui avevamo iniziato a lavorare vedeva una rielaborazione di brani italiani ma poco dopo abbiamo trovato più interesse nell’improvvisazione e poi composizione a quattro mani. Così pian piano hanno preso forma il progetto che appunto per questo abbiamo voluto chiamare “Flow”, un flusso continuo di ricerca collettiva che è in perpetuo mutamento.

Davide

“Flow” è il fluire o il flusso e, in psicologia, rappresenta uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in una attività, come una trance agonistica, ma può manifestarsi in qualsiasi attività, anche musicale. Come si è creato e svolto il vostro stato di flusso?

Sonia

Eugenia ed io ci siamo immerse dal primo istante in una “bolla”,  una modalità “meditativa”, abbiamo composto e creato i brani in una sorta di flusso di coscienza, ci siamo abbandonate lasciandoci cullare l’una dall’altra. Tutto è arrivato in maniera così naturale e profonda, come l’acqua che sgorga irrimediabilmente dalla terra.

La maggior parte dei brani di questo disco sono nati da uno stato di “trance”: ogni volta che ci trovavamo a casa di Eugenia era come iniziare una sorta di incontro di meditazione, respirando profondamente, così da lasciar affiorare le emozioni del “qui ed ora”. Nella maggior parte dei casi i brani sono nati da improvvisazioni scatenando una vibrazione profonda, un brivido lungo tutto il corpo e le parole sono nate insieme con la melodia sovrapponendosi alle mani agili e leggere di Eugenia, tutto come in una danza antica e che mi riportava a ricordi atavici.

Per me Flow è stato una ricerca dentro alla ricerca, come un fiume in piena che ti travolge e tu,  senza opporti, ti lasci trasportare affidandoti. Questa musica racchiude melodie ed echi di culture diverse e antiche.

Davide

Ci presentate i musicisti coinvolti in questo disco? Come si è esteso il vostro flow a un flusso di gruppo?

Sonia

Ogni musicista è stato pensato e voluto sia per lo strumento o voce sia per l’aspetto umano. La nostra scelta è stata dettata dalla ricerca timbrica, più avanzavano le composizioni e più era chiaro il “suono” che volevamo su ogni brano e il suono globale del disco.

Ashti Abdo è un musicista polistrumentista e cantante di origine Curdo/Siriana. Io credo che lui sia arrivato a noi in una maniera davvero “particolare”: Eugenia ed io volevamo un duduk e uno strumento a corde che avesse un suono che riconducesse ad una musica etnica. Dopo averne parlato durante un viaggio, a distanza di pochi giorni ho conosciuto Ashti: mi è bastato uno sguardo, non lo avevo ancora sentito suonare ma sapevo che sarebbe stato lui. Non appena ha imbracciato il liuto e ha iniziato a cantare ho scritto ad Eugenia.

Achille Succi è un musicista che non ha bisogno di presentazioni, meraviglioso ed elegantissimo jazzista, persona straordinaria, avevo già avuto la fortuna di lavorare con lui, il pensiero è ricaduto su di lui da subito.

Francesca Corrias per quel che mi riguarda credo che sia una delle voci che preferisco in assoluto di più in Italia, porta con sé il calore e la bellezza della sua terra sarda.

Daniela Savoldi è una violoncellista eclettica, originale, sensibile e con la sua voce arricchisce le sue improvvisazioni, abbiamo già collaborato nel mio precedente disco e non avevamo dubbi che sarebbe stata perfetta anche per Flow.

Mario Mariotti l’ho conosciuto tramite Eugenia e devo dire che suonare con lui è stata pura poesia. Abbiamo fatto un concerto insieme, ci siamo incontrati un’ora prima di suonare ed è stato come se ci conoscessimo da sempre.

Ed infine Rob Luft. Rob è un giovanissimo e talentuosissimo chitarrista londinese, sta girando tutto il mondo e riscuotendo consensi e successi, lo conobbi quand’era poco più che ventenne e già allora ne restai colpita, gli dissi che prima o poi avremmo suonato insieme. Flow è stata l’occasione giusta per iniziare un percorso che ci auguriamo ci dia la possibilità di suonare e comporre insieme per molto tempo. Insomma le nostre sensazioni e idee ci hanno guidato verso questi straordinari musicisti e splendide persone. Ognuno di loro, con la sua storia e la sua personalità, ha contribuito ad arricchire questo nostro flusso musicale.

Davide

Nei brani sono presenti anche strumenti che si collocano al di fuori degli schemi standard della musica jazz, quali saz, tembûr, duduk e hulusi, strumenti della tradizione turca, armena, curda e cinese, qui suonati da Ashti Abdo, musicista polistrumentista curdo. Che significato e ruolo hanno avuto per voi queste sonorità riconducibili ad altre culture?

Eugenia

Questi strumenti rappresentano prima di tutto una componente timbrica fondamentale nell’impasto sonoro che cercavamo nel progetto. La ricerca sulla cordiera del pianoforte ci ha talvolta ricondotte ad alcune sonorità di strumenti orientali e mediorientali, quindi abbiamo provato a sviluppare l’idea in dialogo con alcuni autentici strumenti di antiche tradizioni popolari, come appunto per esempio il liuto curdo, mentre il duduk è uno strumento che affascina particolarmente per il suo avvicinarsi talvolta al timbro della voce.
Più in generale sono strumenti attraverso i quali si esprime Ashti Abdo, musicista che abbiamo assolutamente voluto tra gli ospiti di questo disco per la sua sensibilità e la sua versatilità nel riuscire a coniugare le sue radici musicali con l’improvvisazione jazzistica e non soltanto, operazione che a nostra volta abbiamo messo in atto dall’altra parte, prendendo il materiale musicale appartenente al suo bagaglio culturale come spunto per la nostra creatività, in un continuo dialogo tra mondi sonori. Lo stesso si può dire che abbiamo fatto con tutti gli altri musicisti coinvolti nel disco, ognuno con le sue differenti predisposizioni e attitudini.

Davide

Il pianoforte è stato a volte suonato modificandone il suono con oggetti inseriti tra le sue corde e i martelletti, cosa che per primo fece Satie ne “La trappola di Medusa”. Una tecnica esplorata da Henry Cowell e poi ripresa più volte da John Cage. E poi l’uso della cordiera, che riporta nuovamente alle sperimentazioni di Henry Cowell. Perché, a fronte oggi delle molte possibilità offerte dall’elettronica, questa liaison con le avanguardie storiche che cercavano nuove possibilità espressive e comunicative allargando lo spazio sonoro degli strumenti acustici tradizionali, i (quasi) soli allora disponibili?

Eugenia

Non vuole esserci un particolare riferimento alle avanguardie storiche che citi, anche se certo sono stati tra i primi a operare questo tipo di ricerca. Il mio in questo caso è un ritorno “tattile” al contatto con la fonte sonora del mio strumento, che di per sé è sempre fisicamente molto lontano da chi è seduto alla tastiera. Cercare il suono direttamente sulla corda, talvolta pizzicandola, talvolta stoppandola significa maneggiare lo strumento come sono molto meno abituata a fare, per questo mi spinge ad avere ben chiaro in testa, prima che nelle dita, il suono o l’effetto che voglio ottenere. È un approccio molto “artigianale”, diretto e immediato che con l’utilizzo dell’elettronica andrebbe probabilmente a venire meno. Inoltre personalmente non ho particolare dimestichezza con l’elettronica, quindi opero questa ricerca espressiva su ciò che semplicemente so meglio padroneggiare: il pianoforte.

Davide

Come sono nate queste dieci composizioni tra scrittura e improvvisazione? Cosa è scritto, cosa poi improvvisato? O si tratta solo di composizione estemporanea? Quale metodo avete impiegato?

Eugenia

Siamo appunto partite dalla ricerca timbrica sul pianoforte, effetti che suggerivano a Sonia dei testi che scriveva di getto, per poi iniziare a intonare interagendo con Eugenia. Così iniziava a prendere forma l’essenza del brano, il suo marchio distintivo timbrico e armonico, su cui poi si interveniva a definire meglio l’evoluzione generale (più che struttura vera e propria). I brani di Flow nascono come tele dalla precisa gamma cromatica ma sulle quali è tracciato solo un sottile disegno che può ogni volta essere ridipinto in modo nuovo e diverso.

Davide

Nella vostra presentazione al disco, si legge che siete stati tutti impegnati nella ricerca di una sonorità che scavasse la parola e la portasse in profondità. Cos’è per voi il potere della voce nel canto e nella parola cantata, e nondimeno nella vita? Quale quello emerso durante e dopo le sessioni di “Flow”?

Sonia

La voce è una cura: i miei studi e le mie ricerche mi hanno condotta e mi stanno conducendo sempre di più in questo sconfinato universo. Il suo potere, la forza che risiede nell’esprimersi attraverso di essa dà la possibilità di curare ferite, risvegliare emozioni e sensazioni a volte celate da substrati che spesso ci costruiamo per proteggerci. Dopo ogni concerto di Flow abbiamo sempre ricevuto commenti simili: “la vostra musica è una carezza per l’anima”.

Ogni parola vuole essere di conforto e richiamare esperienze condivisibili con chi ci ascolta, ma soprattutto essere un messaggio di speranza, ricerca di sé e condurre all’insieme, non più come “essere umano” e come microcosmo, ma come una grande rete energetica e una visione di insieme che può vibrare alla stessa altezza.

Davide

Di cosa trattano i testi? Perché la scelta della lingua inglese?

Sonia

In realtà la lingua inglese non l’ho scelta, ho seguito quello che arrivava, sentivo che i suoni di questa lingua potevano essere in qualche modo più giusti per questi brani. Abbiamo scritto dei brani anche in italiano e in francese ma alla fine abbiamo deciso di incidere questi, anche la scaletta del disco aveva un senso, un viaggio, con un inizio e una fine. Ad essere sincera, avremmo voluto registrare anche altri brani ma non erano ancora maturi, probabilmente andranno sul prossimo disco. Dal vivo ci è già capitato di suonarli: ogni volta che facciamo un concerto con il repertorio di Flow proponiamo anche brani che non abbiamo inciso e come sempre non vengono mai nello stesso modo, ci lasciamo influenzare dal luogo, dal pubblico, dagli strumenti che ci accompagnano, dal nostro stato d’animo.

Ogni brano ha una storia, un messaggio “racchiuso”.

La prima traccia,“In every existence” è una sorta di mantra che invita a riflettere sulla bellezza dell’esistenza. “In ogni esistenza, risiede un miracolo che si manifesta attraverso i raggi del sole che nutrono il nostro corpo e la nostra anima”.

La seconda traccia, “Embrace”, parla di come si può definire l’amore e del potere di essere abbracciati e saper abbracciare, parla di spiritualità e invita ad affidarsi al nostro “sentire” e al saper riconoscere la nostra “guida”.

La quinta traccia, “Answers from the fog”, è nata da uno stato di “trance”: questo brano è arrivato all’improvviso, ha scatenato un brivido in tutto il corpo. Le parole e la melodia sono nate insieme, sovrapponendosi ai tasti e alle corde del pianoforte. Questo brano parla della suggestione che mi ha dato la nebbia, di un luogo in cui mi sono ritrovata, un luogo senza tempo, parla di ricordi ormai rarefatti e sospesi a metà tra il mondo reale il modo onirico.

In generale Flow è un disco che porta messaggi legati all’ascolto di sé, sussurra all’orecchio quanto sia importante meditare e mettersi alla prova per diventare una persona migliore.

Posso senz’altro dire che è un disco che ha grande profondità, di suoni, di messaggi e di culture, questa musica racchiude melodie ed echi di culture diverse e lontane, sogni e speranze.

Davide

Gershwin disse che gli piaceva di pensare alla musica come a una scienza delle emozioni. Cosa c’è stato infine per voi di più scientifico, cosa invece di più emozionante nella realizzazione di “Flow”? Come questi due sistemi di conoscenza apparentemente opposti si sono idealmente amalgamati?

Eugenia

Di scientifico c’è l’aver attinto al nostro bagaglio di conoscenze tecniche e teoriche musicali per la resa precisa di quella particolare suggestione emotiva: la scelta delle aree tonali, dei registri, della timbrica e di come condurre l’interplay va tutta in questa direzione. La parte più emozionante anche per noi, come spesso accade nel jazz, è rappresentata da tutto ciò che non è premeditato, quella cosa per cui (ad esempio) in un crescendo collettivo due note suonate da un componente del gruppo possono improvvisamente illuminare la scena di una luce inaspettata oppure far cambiare del tutto rotta all’ensemble.

Davide

Cosa seguirà?

Sonia

Credo di poter parlare per entrambe. Stiamo continuando a scrivere, non abbiamo mai smesso, nemmeno dopo l’uscita del disco… è come se Flow avesse aperto una porta ed ora il flusso ha bisogno di manifestarsi, sicuramente ci sarà un continuum, questo approccio ci ha trovate in perfetta simbiosi anche se non scarteremo l’idea di scrivere brani più strutturati come “Flow” o “Bitterness”. Per ora ci auguriamo di poter portare la nostra musica a spasso per l’Europa e chissà magari anche oltreoceano. Il 13 Aprile presenteremo l’album alla Casa del Jazz a Roma e poi abbiamo in previsione un piccolo tour di presentazione in Italia.

Davide

Grazie e à suivre…

 

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