KULT Underground

una della più "antiche" e-zine italiane – attiva dal 1994

L’UE sul piede di guerra – Davide Caocci

6 min read

«È giunto il momento di compiere passi radicali e concreti per essere difensivi, pronti e mettere l’economia dell’Ue sul piede di guerra»

(Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, 18 marzo 2024)

Se la parola d’ordine che aveva ispirato Adenauer, De Gasperi e Schuman, padri nobili del progetto europeo tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘50 del secolo scorso, era «Mai più guerre!», il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, alla vigilia del vertice[1] del 21 e 22 marzo, si è rivolto ai capi di stato e di governo dei 27 Stati membri richiamando espressamente il noto detto latino «Si vis pacem, para bellum»Se desideri la pace, preparati per la guerra»).

E le conclusioni adottate al termine del summit hanno confermato le intenzioni concentrandosi in particolare sul conflitto in Ucraina e il sostegno da fornire a Kiev, la politica di sicurezza e difesa comune dell’UE da rinnovare e la capacità di previsione e risposta alle crisi internazionali da implementare per le nuove emergenze strategiche.

Le conclusioni del Consiglio europeo

L’ultima riunione del Consiglio europeo tenutasi a Bruxelles il 21 e 22 marzo ha evidenziato senza più ombra di dubbio che l’Unione Europea, le sue Istituzioni e i 27 Stati membri si sono dimenticati del premio Nobel per la Pace ricevuto nel 2012 «per il suo contributo al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa»[2].

Lo stesso Charles Michel, presidente del Consiglio, rivolgendosi ai convenuti ha manifestato l’urgenza di un impegno senza precedenti per rafforzare le difese dell’UE e mettere a punto strategie concrete per agire con determinazione e pragmatismo, prepararsi adeguatamente e garantire la stabilità in Europa.

Una delle questioni nodali è la disponibilità di risorse finanziarie per tradurre gli intenti in azioni concrete. Tra le proposte all’esame di politici e burocrati vi è la confisca dei patrimoni russi congelati dall’inizio del conflitto nelle banche europee: iniziativa che sicuramente metterebbe a disposizione consistenti fondi ma al contempo aprirebbe la strada a inevitabili controversie dinanzi ai tribunali internazionali, compromettendo la reputazione dell’Europa come luogo sicuro per i propri investimenti.

Il sostegno all’Ucraina è posto in stretta connessione con la paventata necessità di rafforzare la sicurezza e la difesa comune dell’Unione Europea.

Secondo alcuni l’UE deve cambiare paradigma: dopo decenni di disinvestimenti nel settore difesa, anche sostenuti da specifici fondi (come il programma Konver degli anni ‘90 finalizzato ad accompagnare la conversione dal settore bellico a quello civile), il Consiglio chiede un rinnovato e comune impegno.

La discussione in corso riguarda il futuro della difesa europea, con proposte per un maggior coordinamento e investimenti comuni in conformità alle competenze di Istituzioni dell’Unione e Stati membri.

In particolare si chiede espressamente di rispettare l’impegno ad aumentare la spesa per la difesa, portandola al 2% del Pil nazionale, e investire insieme in modo migliore e più rapido.

Al contempo, il Consiglio apre il capitolo aiuti di stato, accesso al credito e gestione degli appalti pubblici per l’industria europea della difesa chiedendo ai governi nazionali di adottare idonee misure di sostegno in sinergia con gli altri partner e magari con il coordinamento della Commissione, come è avvenuto durante l’emergenza covid 19 per l’approvvigionamento dei vaccini tramite una centrale unica d’acquisto.

In questo momento, Consiglio e Commissione appoggiano la realizzazione di una vera e propria politica industriale comune della difesa con investimenti congiunti dalla fase di ricerca e sviluppo a quella di pianificazione, fino all’industrializzazione, agli appalti congiunti e a contratti pluriennali fissi.

Ciò aumenterebbe la resilienza del comparto, la sua flessibilità e la capacità di sviluppare prodotti innovativi, potenziando interoperabilità e intercambiabilità e garantendo la loro disponibilità agli Stati membri.

Si prevedono quindi anche specifiche agevolazioni per le PMI e le società a media capitalizzazione, con la riduzione della burocrazia, il miglioramento delle catene di approvvigionamento e la formazione di manodopera qualificata.

Il vincolo degli artt. 41 e 42 TUE

Fino ad oggi, l’Unione Europea ha affrontato difficoltà nel superare il problema del voto all’unanimità (e del conseguente diritto di veto in caso di astensione) in ambito di Consiglio in materia di politica estera e difesa comune[3], subendo ritardi nel processo decisionale e nell’avanzata del cammino di consolidamento del sistema unionista.

Ironicamente, la prima rivoluzione dei Trattati costitutivi dell’UE potrebbe giungere proprio grazie all’impulso che si intende dare alla difesa e all’industria bellica.

A questo proposito, si sta prendendo in considerazione un approccio per aggirare la norma dei Trattati che proibisce gli acquisti di materiale bellico utilizzando il bilancio pluriennale dell’Unione.

Il punto critico risiede nell’art. 41.2 TUE[4] che stabilisce che le spese operative sono coperte dal bilancio dell’Unione, ad eccezione di quelle derivanti da operazioni con implicazioni nel settore militare o della difesa. È quindi una esclusione esplicita che complica qualsiasi tentativo di applicazione estensiva del Trattato.

Per evitare questa strada impervia, alcuni Stati membri stanno valutando la possibilità di adottare un’interpretazione più flessibile per permettere alle Istituzioni europee di diventare acquirenti di materiali militari da destinare a terzi, prevedendo investimenti appositi nel proprio bilancio.

In pratica, si cerca di far passare l’idea che la limitazione prevista riguardi solo l’acquisto diretto di armamenti, mentre sarebbe consentito fornire assistenza militare a un Paese terzo, come nel caso dell’Ucraina. Questo approccio faciliterebbe la fornitura di aiuti bellici a chiunque, come d’altronde già fatto con gli oltre 5 miliardi di euro dell’European Peace Facility[5].

Il ruolo dimenticato della diplomazia europea

Il Consiglio europeo invita dunque le istituzioni europee a promuovere rapidamente una compiuta strategia per l’industria della difesa e ad accelerare i lavori sul programma relativo.

Accanto a ciò, l’elaborazione e attuazione della bussola strategica[6] rimane un elemento cruciale per potenziare la prontezza alla difesa dell’Europa, con particolare attenzione alla mobilità militare, alla sicurezza spaziale e alla lotta contro le minacce informatiche e ibride.

Si è convinti che un’Unione Europea più forte e coesa nel settore della sicurezza e della difesa contribuirà in modo significativo alla sicurezza globale e transatlantica, nel rispetto degli interessi specifici di tutti gli Stati membri e in coerenza con il ruolo fondamentale della Nato nella difesa collettiva dei suoi membri, anche in previsione di un possibile e progressivo disimpegno di Washington all’interno dell’Alleanza atlantica in caso di ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Mentre Consiglio e Commissione sono impegnati a completare il quadro organico della strategia per l’industria europea della difesa (EDIS, European Defence Industrial Strategy)[7], dotato di uno specifico programma (EDIP, European Defence Industry Programme)[8], con 1,5 miliardi di euro per il periodo 2025-2027, il ruolo storico del Vecchio Continente a cui abbiamo completamente abdicato è quello di promotori di una cultura del bene comune per la realizzazione di soluzioni di convivenza pacifica dove insieme si possa crescere.

L’Europa si trova di fronte a una sfida cruciale per il suo futuro, e non solo perché dobbiamo capire se continueremo a studiare inglese o dovremo iniziare ad imparare il russo, ma perché è in gioco la possibilità di far sopravvivere e crescere il modello di stato di diritto cui siamo abituati piuttosto che regredire ad un livello di imbarbarimento pre-sociale in cui vige la legge del più forte.

È necessario un impegno deciso e di tutti per affrontare le minacce fisiche e culturali, esterne e interne all’Unione, e per garantire un futuro di pace e prosperità per l’intero continente e per il Mondo.

  1. Cfr. https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/european-council/2024/03/21-22/ .
  2. Cfr. https://www.nobelprize.org/prizes/peace/2012/press-release/ .
  3. Cfr. art. 42 TUE.
  4. Le spese operative cui dà luogo l’attuazione del presente capo sono anch’esse a carico del bilancio dell’Unione, eccetto le spese derivanti da operazioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa, e a meno che il Consiglio, deliberando all’unanimità, decida altrimenti.

    Nei casi in cui non sono a carico del bilancio dell’Unione, le spese sono a carico degli Stati membri secondo un criterio di ripartizione basato sul prodotto nazionale lordo, a meno che il Consiglio, deliberando all’unanimità, non stabilisca altrimenti. Per quanto riguarda le spese derivanti da opera zioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa, gli Stati membri i cui rappresentanti in Consiglio hanno fatto una dichiarazione formale a norma dell’articolo 31, paragrafo 1, secondo comma, non sono obbligati a contribuire al loro finanziamento.

  5. Cfr. https://www.eeas.europa.eu/eeas/european-peace-facility-0_en .
  6. Cfr. https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/strategic-compass-one-year-on/ .
  7. Cfr. https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/edis-our-common-defence-industrial-strategy_en .
  8. Cfr. https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/edip-future-defence_en .

 

Commenta