KULT Underground

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Intervista con Ferro Solo

22 min read
FERRO SOLO
ALMOST MINE: THE UNEXPECTED RISE AND SUDDEN DEMISE OF FERNANDO
(Pt. 1)
Riff records, 2018
 
Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (pt.1) è l’album di debutto di Ferro Solo, ovvero Ferruccio Quercetti, da più di vent’anni chitarrista e cantante dei CUT, storica band di blues/punk/noise di stanza a Bologna. Ferruccio stesso riassume così le circostanze che lo hanno portato a questo esordio solista:
“Provare a difendermi dal mondo, dagli altri e soprattutto da me stesso con il primitivo arsenale espressivo di cui dispongo è quello che faccio più o meno da sempre. Per questo fine la mia arma preferita è sempre stata la musica, o meglio il rock and roll, nelle sue varie forme e accezioni, suonato un po’ come mi viene. Negli ultimi anni, ispirato da alcune vicende private piuttosto intense, ho ricominciato a scrivere canzoni con la chitarra acustica, come facevo da ragazzino, quando non avevo nessun altro con cui suonare. In breve le canzoni sono diventate tante e ho iniziato a suonarle dal vivo e a registrarne qualcosa sotto lo pseudonimo di Ferro Solo. Poco dopo ho iniziato a coinvolgere degli amici che mi hanno permesso di dare ai pezzi una veste sonora sicuramente più interessante di qualsiasi cosa che mi sarei potuto inventare io ed ecco come siamo arrivati a quello che potete ascoltare su Almost Mine.
Numerosi musicisti del circuito indipendente italiano hanno partecipato alle registrazioni. Sergio Carlini (Three Second Kisses), Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut) e Riccardo Frabetti (Chow) hanno contribuito all’arrangiamento di vari brani dell’album. Luca Giovanardi (Julie’s Haircut) è responsabile della veste musicale di “Got me a job” e Ulisse Tramalloni (sempre dei Julie’s) ha suonato le percussioni e la batteria in tre pezzi. In “He spies” suonano i Giuda di Roma al gran completo. La band che ha arrangiato e registrato la maggior parte delle basi strumentali e che spesso accompagna Ferro Solo dal vivo (i Fernandos) è composta da membri di Chow (Riccardo Frabetti e Davide Montevecchi), Three Second Kiss (Sergio Carlini) e Forty Winks (Francesco Salomone).
Come il titolo del disco lascia intuire, questo album è però solo la prima parte di un progetto più ampio, sviluppato su diverse uscite come una sorta di feuilleton letterario. Le canzoni sono collegate da una continuità narrativa e il secondo capitolo delle avventure di fernando, l’alter ego di Ferro Solo e voce narrante di questa vicenda, è già pronto e verrà alla luce molto presto. E proprio come si faceva in certi romanzi d’epoca, vi lasciamo con un avvertimento da parte dell’autore:
“Benvenuti alla prima parte di Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando. Queste canzoni vengono da un luogo molto oscuro, talmente oscuro che sono riuscito a raccontarlo solo vestendo i panni di qualcun altro. Attenzione però: la mia non è una celebrazione di fernando e dei suoi sentimenti, pensieri e azioni. Al contrario, almeno nelle mie migliori intenzioni, questo è un rito di passaggio o, se preferite, un funeral party. Per parafrasare brutalmente un uomo di lettere piuttosto noto, sono qui per seppellire Fernando, non per lodarlo. Spero di esserci riuscito”.
 
Side A: The Rise
1. It’s a girl
2. got me a job
3. Hamlette
4. You don’t have to tell your story
5. Perfect stranger
6. This daddy’s girl
 
Side B: The Demise
1. He spies
2. Doppelganger
3. Indifference
4. Gala
5. Better than me
6. Almost mine
 
 
 
 
Davide
Ciao Ferruccio. Hai già descritto come è nato questo tuo lavoro d’esordio da solista. Andiamo allora più indietro, al principio di tutto: quando e come nasce la tua passione per la musica e per il rock in particolare? Quindi il desiderio o bisogno di farne a tua volta, di esprimerti attraverso la musica, la canzone e, tra i generi, con il rock e “suo padre” il blues?
 
Ferro Solo
Ciao Davide, grazie per lo spazio e il tempo che stai dedicando a me e al mio disco. La mia passione per la musica e in particolare per il rock nasce alla metà degli anni 80 in una cittadina di mare della costa abruzzese, Giulianova, dove ho vissuto fino ai 18 anni. Non so dirti perché mi sono innamorato di questo tipo di musica: forse c’entra il fatto che sono nato nel 1972, l’anno in cui è uscito uno dei miei dischi preferiti, Exile on Main St. degli Stones: potrebbe trattarsi quindi di una forma di predestinazione anagrafica  Devo dire che sin da piccolo mostravo una certa predilezione per le cose più ‘strane’ che venivano dal mondo del pop italiano mainstream: a 8/9 anni ricordo di aver costretto i miei a comprarmi i 7” di Alberto Camerini del periodo Rock and Roll Robot. Ricordo anche di essere impazzito per Kamikaze Rock and Roll Suicide di Rettore e Enola Gay degli OMD: quest’ultima aveva un lato B micidiale che si chiamava Electricity, un pezzo post-punk elettronico che credo di aver ascoltato un milione di volte col mio mangiadischi rosso. Un altro ricordo che ho è quello di aver visto i New York Dolls in TV, credo che fosse la loro apparizione all’Old Grey Whistle Test del ’73, rimessa in onda da un programma RAI che si chiamava Orecchiocchio: mi presi un gran spavento, mi facevano paura quegli uomini vestiti da donne che tiravano fuori la lingua e facevano tutto quel rumore. Però sentivo anche che c’era qualcosa che mi attirava irresistibilmente in quello che stavo vedendo: probabilmente quel qualcosa si è depositato da qualche parte del mio cervello in quel frangente, in attesa solo di essere risvegliato. Il risveglio avvenne più o meno nel 1986 quando mi capitò in mano una copia del Mucchio Selvaggio a casa di un mio amico a Forlì (sono cresciuto in Abruzzo ma metà della mia famiglia è romagnola): questo mio amico era figlio di militanti di sinistra, gente che aveva fatto il 68 ed era ancora molto impegnata politicamente. Avevano una collezione di dischi pazzesca e in casa giravano diverse riviste musicali e fumetti alternativi. Io nel frattempo mi ero un po’ appassionato a band Soul/R&B contemporanee come Style Council e Eurythmics e, durante una delle mie visite a casa del mio amico, notai una copia del Mucchio con Annie Lennox in copertina. Chiesi ai genitori del mio amico se potevo prendere in prestito la rivista e quello fu l’atto fatidico che mi cambiò la vita. Oltre che degli Eurythmics, quel giornale parlava di un universo di gruppi a me completamente sconosciuti: per la prima volta lessi nomi come Thin White Rope, Dream Syndicate, Rain Parade, Husker Du, Replacements. C’era tutto un mondo di cui io non sapevo niente e, visto che sono sempre stato un curioso patologico, decisi che dovevo assolutamente immergermici dentro ed esplorarlo. Una volta tornato a casa però nacquero i primi problemi perché tra le mie conoscenze non c’era nessuno che sapesse niente di tutto questo, quindi mi ritrovai completamente isolato con questa mia passione che già mi bruciava dentro. Neppure i negozianti di dischi conoscevano la musica che cercavo e mi ricordo incredibili momenti di imbarazzo reciproco di fronte alle mie liste di dischi oscuri e apparentemente introvabili. La salvezza arrivò sotto forma di un minuscolo negozio chiamato Rock Village che scoprii casualmente e molto tardi rispetto alla mia ‘folgorazione’: unico nella zona, Rock Village teneva dischi indipendenti e quel posto diventò un’autentica sorgente d’acqua fresca a cui abbeverarsi in quello che per me era un arido deserto. Ricordo di averci passato interi pomeriggi per anni, contento solo di poter stare vicino a dischi che bramavo così tanto. A causa del mio ristretto budget potevo comprare solo uno ogni quindici giorni, quindi anche solo poterne ammirare le copertine, nella speranza di poterli fare miei un giorno, era un’emozione. Nel frattempo per me era arrivata l’adolescenza e si era entrati nella seconda metà degli anni 80, uno dei periodi più bui della storia dell’umanità. A differenza della prima parte di quel decennio, che invece è stata molto interessante e vitale, nella seconda metà degli 80 bisognava avventurarsi fisicamente nell’underground per trovare qualcosa di bello ed era molto difficile farlo, specie da dove mi trovavo io. In più, mi sentivo diverso da tutti e terribilmente inadeguato e fuori posto. Al liceo non sopportavo i paninari, mi sentivo escluso da tutti, mi faceva schifo un certo modo di vivere e pensare e mi disgustava il clima politico e soprattutto culturale che si respirava nella società in generale. Nella rock indipendente e alternativo avevo trovato il mio spazio per resistere. Era musica per outsider, fatta da outsider come me: credo che sia stato questo il motivo che mi ha legato a questa musica in modo così viscerale. Il problema principale stava nel fatto che riuscire a coltivare la mia passione lì dov’ero era quasi impossibile: all’epoca l’unico modo per contattare il resto del mondo erano le lettere o il telefono fisso. Le uniche fonti di informazione erano i giornali come Rockerilla, anche quelli non sempre facili da reperire, oppure la radio e la TV, dove la musica indipendente passava col contagocce. Respiravo solo quando andavo a trovare i miei parenti in Romagna dove c’era una bella scena dedita a vari stili subculturali del rock indipendente di quegli anni e dove avevo costruito una rete di amicizie basate sulla musica. Si andava a ballare in discoteche come il Bul Bul di Castrocaro o la Bussola di Fratta Terme, in cui nel fine settimana c’erano delle salette un po’ corsare dedicate al rock alternativo: per me era un sogno poter sentire la ‘mia’ musica insieme ad altri appassionati come me. Era inebriante perdermi, anche fisicamente, insieme ad altre persone dentro quei dischi che ero costretto a vivere in solitudine nella mia cameretta: era esaltante sentire quei suoni esplodere nell’aria a volume altissimo e in uno spazio finalmente condiviso con altri. Ricordo di aver sentito i Joy Division per la prima volta uscire dalle casse dell’impianto della Bussola e di essere andato dal DJ a fare la fatidica domanda: ‘chi sono questi?’. E poi ci furono i primi concerti allo Slego e al Vidia, momenti ancora più indimenticabili. Ricordo l’attesa spasmodica per le band, l’eccitazione che si respirava. Anche solo poter vedere i musicisti era già emozionante, visto che gli unici supporti visivi erano spesso delle foto sgranate e poco luminose – ma anche per questo molto affascinanti – contemplate per ore su qualche rivista specializzata o fanzine. Un paio di vacanze-studio a Londra rappresentarono degli ulteriori riti di passaggio fondamentali. Una cosa molto bella e assolutamente inaspettata che successe a Giulianova fu il festival Rock Roads: una rassegna di rock indipendente internazionale che è andata avanti per tre anni, organizzata da alcuno appassionati locali che però appartenevano a una generazione precedente alla mia. Io mi persi la prima edizione, ma in quelle dell’87 e dell’88 ho potuto assistere ai concerti di Fleshtones, Dream Syndicate, Fuzztones, Housemartins, Primal Scream, Wedding Present, Gun Club e tanti altri: quel festival e quelle performance mi hanno davvero sconvolto e segnato per sempre. Ricordo di aver deciso in quel momento che quella sarebbe stata la mia strada nella vita. Infine all’inizio degli anni 90 mi sono trasferito a Bologna, dove reperire ed esperire certe cose era molto più semplice, per usare un eufemismo, e da quel momento è cambiato tutto.
 
Davide
The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando… nel titolo sembra esserci un riferimento a “The rise and the fall of Ziggy Stardust…” Si tratta, come hai detto, solo della prima parte di un progetto più ampio, che si svilupperà attraverso diverse uscite in una sorta di feuilleton letterario. Le canzoni sono collegate da una continuità narrativa… e Fernando è dunque il tuo alter ego, nonché protagonista. Puoi sintetizzare come inizia e si sviluppa (e al momento si interrompe) il racconto in questa prima parte?
 
Ferro Solo
Come tu saprai di certo, quello di Bowie non è l’unico e neppure il primo album che ha giocato con questa tipologia di titolo in ambito pop-rock: basti pensare ad Arthur: The Decline and Fall of the British Empire dei Kinks, un altro gruppo di cui sono devoto e che fa parte del mio pantheon personale. Detto questo, il riferimento a The Rise and Fall of Ziggy Stardust c’è sicuramente, anche se non può che essere decisamente autoironico. Sin dal nome del personaggio che ho scelto come voce narrante – Fernando – mi piaceva giocare con l’idea di uno Ziggy Stardust domestico, umile, grasso, calvo e privo di boa di struzzo e eyeliner: un po’ come me insomma. Una specie di incrocio tra Ziggy e l’impiegato di De André o, meglio ancora, una sorta di grottesco morphing tra Bowie e Fantozzi. Stabilite le dovute proporzioni, questa figura tragicomica ha solo una cosa in comune con Ziggy: ha imparato a trasformare le proprie piccole disgrazie quotidiane e i suoi fallimentari amori in canzoni. Fernando è l’alter-ego che mi permette di cantare la mia vita, perché solo quando ci si maschera si è completamente liberi. Le maschere ci affrancano dalla costruzione sociale che sta alla base dell’ego con cui ci aggiriamo tutti i giorni in mezzo ai nostri simili. In questo caso poi ci sarebbe un ulteriore paradosso, perché il nome del mio alter ego proviene invece dall’intimità più profonda della storia di cui parlo in queste canzoni, ma qui bisognerebbe addentrarsi in un ambito troppo privato perfino per Ferro Solo. Mi limiterò a dire che questo aspetto è per me un’altra conferma di come le maschere consentano di sublimare, rivelare e allo stesso tempo proteggere il proprio privato, proprio perché a volte il modo migliore per nascondere una cosa è esporla in piena luce.
La struttura del racconto poi, sviluppato su più uscite come un romanzo di appendice, è stata dettata dal mero fatto che i brani erano troppi per essere tutti racchiusi in un solo disco. Per un attimo ho carezzato l’idea di un doppio album, ma mi sembrava una scelta un po’ troppo autocompiacente, specie per un esordio. A questo punto, l’unica possibilità era quella di pubblicare i brani in più uscite, utilizzano la vicenda che unisce una canzone all’altra come un fil- rouge non solo tra le canzoni all’interno di un singolo album, ma anche tra un disco e l’altro. In questo passaggio si è giocata, secondo me, gran parte della riuscita del progetto: mettere in secondo piano la musica rispetto all’idea o al concetto che si vuole esprimere è uno degli errori più comuni che si possono commettere quando si fa un disco. Per cercare di non ricadere nella mortifera maledizione del concept album, ho passato giorni interi a mettere in fila i pezzi secondo vari ordini e logiche prima di trovare un flow che mi soddisfacesse. Ho preparato e cestinato decine di scalette diverse. Alla fine dovuto sacrificare alcuni brani che magari si sovrapponevano ad altri per sonorità, temi o situazioni, prediligendo quelli che facevano marciare il disco meglio dal punto di vista musicale e che allo stesso tempo garantissero la continuità del racconto. Alla fine dalle registrazioni di Almost Mine sono emersi due LP, più altri 5 brani che potrebbero formare l’ossatura di un possibile terzo album. Infatti, la seconda parte delle avventure di Fernando è già pronta e dovrebbe vedere la luce entro il 2019. Della storia posso dirti per sommi capi che questa prima parte narra gli eventi, l’ascesa e la caduta di Fernando e delle sue illusioni appunto, mentre la parte 2 si soffermerà maggiormente su quello che è accaduto dopo i fatti e sugli stati d’animo e le riflessioni di Fernando sugli sviluppi della situazione: la trama si dipana tra i brani stessi e lascerei a chi ascolterà l’album la possibilità di scoprirla da solo. Anche per quanto riguarda l’artwork, insieme Giovanna e Francesco – i grafici che hanno lavorato alla copertina – abbiamo deciso di evocare suggestioni letterarie, ispirandoci allo stile delle collane dei classici dell’Adelphi o dell’Einaudi. Tuttavia, anche se abbiamo giocato con la letteratura non ci si deve mai dimenticare che questo non è un libro, ma un disco di rock and roll.
 
Davide
Quali temi e quale tesi costituiscono e costituiranno complessivamente il tuo lavoro, qual è il pensiero o l’idea sottostante, quali i problemi, quali le soluzioni?
 
Ferro Solo
Per prima cosa vorrei dire che l’idea di organizzare Almost Mine in forma di racconto è nata solo in una fase successiva alla scrittura delle canzoni. Infatti, se presi singolarmente, questi brani sono quanto di più lontano da un progetto elaborato razionalmente ci possa essere. Al contrario, si tratta di una serie di reazioni istintive ed emotive a una situazione che stavo vivendo quotidianamente: una situazione che per me è stato un vero e proprio stillicidio emozionale ed esistenziale e che trovava il suo unico sfogo in questa sorta di primal scream therapy musicale fatta in casa. Praticamente ogni giorno annotavo idee, scrivevo parti di testo o componevo intere canzoni ispirate da quello che provavo: non me ne rendevo conto, ma si trattava di forma di autodifesa quotidiana nei confronti di quello che stavo vivendo e delle mie stesse emozioni. Solo dopo che tutte le canzoni erano state già scritte, mi sono reso conto di avere tra le mani una sorta di diario musicale di tutta la vicenda e di come l’avevo vissuta intimamente: è stato solamente a quel punto che ho deciso di strutturare i dischi seguendo un ordine narrativo, non prima. Se ci penso, sono contento che le cose siano andate così, perché questo ha permesso ai singoli pezzi di avere vita propria anche al di fuori del contesto dell’album, o almeno lo spero. Uno dei difetti principali di tanti cosiddetti concept è proprio quello di essere appesantiti da brani che, se estrapolati dal contesto dell’album, non reggono all’ascolto, perché in qualche modo svolgono la stessa funzione che nell’opera lirica ha il recitativo, ovvero quella di spiegare al pubblico quello che sta succedendo e collegare parti della storia. Inoltre, momenti come questi spesso appesantiscono inutilmente anche la struttura stessa dell’album (ancora una volta: si tratta di rock and roll, non di letteratura od opera!). Con Almost Mine, mi auguro di esser riuscito ad evitare questo problema, anche se tutto è avvenuto in maniera inconscia. Del resto il mio disco non è un concept, ma solo una storia narrata attraverso delle canzoni. Non c’è nessuna tesi, tema o soluzione se non la possibilità di potersi raccontare. Vitor Hugo diceva che la musica permette di esprimere ciò che non può essere detto, ma su cui non si può tacere: ecco, credo sia esattamente questo il mio caso. Ho dato sfogo a tutte le emozioni che provavo, anche quelle più negative e discutibili. Se non avessi avuto la primitiva capacità di rinchiudere i miei sentimenti dentro questi brani, non so come sarebbe andata a finire questa faccenda: probabilmente avrei fatto molte più stupidaggini di quelle che ho comunque combinato. E’ decisamente preferibile che queste cose corrano libere in quello che comunque è un recinto delimitato dalla musica, piuttosto che gettino ulteriore scompiglio nell’esistenza delle persone coinvolte: anche per questo ogni forma di censura mi spaventa tantissimo. Infatti, anche se a volte questa forma di sublimazione non elimina del tutto il potenziale distruttivo che certe vicende possono avere nella vita reale, sicuramente disinnesca, assorbe e lenisce gran parte del male che si può fare a sé stessi e soprattutto agli altri. Trasformare i dolori della propria vita in forme espressive che possono essere condivise con altri ha un potenziale comunicativo, oltre che catartico. Infatti molte persone mi hanno detto di essersi riconosciute nelle vicende e nelle sensazioni descritte nei brani di Almost Mine: questo mi fa piacere perché vuol dire che la trasfigurazione musicale di una vicenda privata, può forse essere di sollievo anche per qualcun altro. Di sicuro a me ha fatto risparmiare sullo psicanalista, ecco.
 
Davide
Con i CUT hai suonato in diversi tour europei, negli States, aprendo anche concerti a band storiche come Iggy Pop e gli Stooges. Intanto ne approfitto per chiederti se i CUT continuano o si sono sciolti o presi una pausa e se sì, da cosa questo sia dipeso.
 
Ferro Solo
I CUT non si sono fermati e non si fermeranno di certo a causa di Ferro Solo, anzi. Stiamo continuando a suonare dal vivo come sempre e ci sono diversi progetti in cantiere. Per esempio, a marzo uscirà uno 7” split con i nostri amici Movie Star Junkies di Torino per l’etichetta marchigiana Bloody Sound Fucktory. Il nostro brano è una outtake delle session di Second Skin (ultimo album dei CUT) e vede la partecipazione di Mike Watt (Minutemen, fIREHOSE, Il Sogno del Marinaio, Iggy & The Stooges e molti altri) al basso e ai cori. Inoltre, sempre a marzo 2019, ci sarà un nuovo tour di dieci date in UK. Stiamo anche lavorando a un altro capitolo del nostro ongoing project di collaborazioni chiamato CUT Must Die! Infine, stiamo iniziando ad accumulare i brani che speriamo andranno presto a comporre la scaletta del nostro settimo album.
 
Davide
Una storia lunga ormai quasi 70 anni… Guido Michelone nel suo libro “Il rock – Estetica e filosofia” premette che il rock non è una filosofia stricto sensu, ma è comunque una weltanschauung o “visione del mondo”. Quale era la tua visione del mondo attraverso il rock agli esordi e quale è oggi, o ancora oggi?
 
Ferro Solo
Come ti dicevo rispondendo alla tua prima domanda, il rock per me è stato un cancello attraverso il quale sono entrato in un mondo fatto non solo di musica, ma anche di cinema, letteratura, arte e politica. Seguendo il rock, in particolare quello indipendente e alternativo, mi sono addentrato in ambiti in cui la società aveva relegato forme di espressioni e idee marginali e pericolose. A volte erano ambienti in cui certe idee si erano volontariamente ‘nascoste’ per sopravvivere a una cultura basata sulla mercificazione. Ti faccio un esempio: il fatto che io abbia conosciuto il pensiero anarchico per me è strettamente legato al fatto che gli ambiti dell’anarchia e del punk erano molto attigui negli anni 80. Attraverso il rock io ho conosciuto la letteratura beat, il cinema indipendente, l’arte contemporanea, la performing art, l’impegno politico e mille altre cose che fanno parte della mia esperienza di vita e della mia formazione. Forse alcune di queste cose le avrei conosciute lo stesso, in qualche modo, ma dubito che sarebbero state così importanti e vitali per me se non fossero state proiettate dentro la mia vita dall’energia del rock and roll. Per me è molto importante che questa musica rimanga il linguaggio di chi si sente escluso e diverso: grazie al rock io ho conosciuto un ambiente, uno spazio anche solo mentale e culturale, dove uno come me poteva andare e organizzarsi per resistere. Mi auguro che oggi esistano degli spazi simili per i ragazzi che nel 2019 si sentono come mi sentivo io nel 1986. Per questo non mi lamento se il rock ogni tanto va ‘fuori moda’: quando crescevo io lo era ancora di più di oggi e per questo io, che mi sentivo fuori tutto – fuori moda, fuori luogo, fuori di testa- mi sono identificato così tanto con questa musica. Come ogni cosa in un mondo regolato dal mercato, il rock quando diventa troppo mainstream può diventare una forza conservatrice, un’altra voce del sistema, quindi mi va benissimo che rimanga nell’underground a rappresentare chi si sente ai margini. Del resto, i concerti negli stadi non mi sono mai piaciuti più di tanto…
 
Davide
Quali sono stati gli artisti e i dischi che ti hanno dato di più e da cui senti di aver preso qualcosa, che costituiscono cioè dei punti di riferimento assoluti?
 
Ferro Solo
Sono davvero troppi per essere citati. Il rock and roll mi piace in tutte le sue forme: come dicevo, sono un curioso di natura e nei confronti di questa musica mantengo quell’approccio esplorativo che mi contraddistingue sin dalla prima volta che ho aperto quel famoso numero del Mucchio Selvaggio. Ovviamente ci sono degli stili, delle band e degli artisti che prediligo, ma voglio ascoltare e sapere quanto più possibile riguardo la musica e cultura del rock and roll e dei generi musicali con cui si è intrecciato (Blues, Country, Jazz, Hip-Hop, Soul, R&B, Reggae e via discorrendo). Per quanto riguarda questo disco, nelle recensioni uscite finora più volte sono stati fatti i nomi di Joe Jackson, Graham Parker e Elvis Costello e questo mi fa piacere perché i cosiddetti Angry Young Men inglesi di fine anni 70 fanno sicuramente parte dei miei ascolti formativi, diciamo così. Se devo citare un gruppo che mi ha aiutato a sopravvivere agli anni 80, farò il nome degli Hüsker Dü. E se vuoi saperlo, il mio gruppo preferito di sempre sono gli Stooges. Quello che mi sento di dire però è che sono fortemente convinto del fatto che il processo creativo sia influenzato in maniera inconscia da mille fattori extramusicali, provenienti altre forme d’arte o anche semplicemente dalle esperienze di tutti giorni: credo che il lavoro che facciamo, il paese e la città in cui viviamo, le cose che ci succedono, le fonti sonore casuali che affollano le nostre orecchie ci influenzino tanto quanto i dischi che abbiamo ascoltato da appassionati di musica. Credo che tutto questo caratterizzi in modo per lo più inconscio, il modo in cui ci esprimiamo incrociandosi con mille altre variabili e gli dona una personalità unica: sono convinto che, anche se avessi ascoltato gli stessi dischi, le mie canzoni sarebbero molto diverse se io vivessi a Oslo invece che a Bologna. Francamente sono felice del fatto che gran parte di questo processo sia misterioso, influenzato da combinazioni di variabili eterogenee e infinite. La self- consciousness è la prima nemica di ogni forma di espressività spontanea e comunicativa, secondo me.
 
Davide
La cosa migliore è non aver assolutamente alcuna idea di quello che stai facendo, disse Bowie. Come nasce un tuo brano, da quali impulsi o da quale “spirito”? Cos’è per te l’ispirazione?
 
Ferro Solo
Come dicevo prima, per me scrivere canzoni è una forma di reazione alle cose che succedono, alla vita, al mondo. Non suono per il piacere di suonare, anche per questo – credo – non ho mai imparato a padroneggiare uno strumento con sicurezza. Io scrivo solo quando sento il bisogno di dire qualcosa, quando sono scosso da un sentimento o un’emozione altrimenti inesprimibile e devo trovare il modo di comunicarla, prima di tutto a me stesso. Questo è esattamente il caso delle canzoni che puoi sentire su Almost Mine.
 
Davide
Ogni autore sviluppa più o meno consapevolmente un suo metodo di composizione. Qualcuno poi ne inventa, teorizza e ne scrive anche dei libri (penso per esempio al metodo compositivo “ipno-ancestrale” di Alessandro Esseno). A seguire l’ispirazione, hai un metodo tuo particolare nella composizione? E come lo “battezzeresti”?
 
Ferro Solo
Inizio col dire che io non sono un musicista, tantomeno un chitarrista. Per me la chitarra è sempre stato, letteralmente, uno strumento per scrivere. Nei CUT mi sono ritagliato il mio ruolo di chitarrista perché la nostra band funziona come un organismo unico: è come se tutti e tre suonassimo un solo strumento chiamato CUT. Questo ci permette di sviluppare qualcosa che, sia in fase compositiva che esecutiva, sorpassa di gran lunga le nostre capacità individuali e allo stesso tempo le esalta, avvalendosi della forza di tutto ciò che viene realizzato quando le persone decidono di collaborare a un progetto collettivo e collettivista.
D’altro canto io non ho assolutamente orecchio musicale, ancora oggi so a malapena accordare la chitarra ad orecchio e non riconosco le tonalità dei brani.  Da ragazzino, quando stavo imparando a suonare la chitarra acustica – per lo più da autodidatta – non ho fatto il percorso canonico condiviso da tanti, che prevede le cover all’inizio e poi magari i primi tentativi di scrittura: per me era impossibile tirare giù e suonare i brani di altri perché anche un brano di due accordi mi metteva in difficoltà. Allora mi sono trovato sin da subito costretto a scrivermeli io i brani che volevo suonare, cercando di creare qualcosa che suscitasse in me le stesse emozioni dei dischi che ascoltavo e che adoravo. Non sapevo bene cosa stavo facendo, ma scrivevo comunque le mie canzoni e spesso già immaginavo il possibile arrangiamento del pezzo con vari altri strumenti. Per le canzoni di Ferro Solo ho fatto esattamente la stessa cosa: mente buttavo giù la struttura dei brani con l’acustica, già immaginavo il tipo di arrangiamento e di atmosfera che avrei voluto. Quando è arrivato il momento di pensare a come registrare tutto questo materiale, ho radunato attorno a me gli amici che potevano permettermi di realizzare le idee che avevo per ogni brano. È così che sono nati i Fernandos, la band che spesso mi accompagna dal vivo e che ha registrato la maggior parte dei brani Riccardo Frabetti e Davide Montevecchi dei Chow, Sergio Carlini dei Three Second Kiss e Francesco Salomone). Poi ci sono state le collaborazioni con i Giuda per il brano He Spies e quella con Luca Giovanardi dei Julie’s Haircut per Got Me a Job. Altri Julie’s Haircut presenti nel disco sono Ulisse Tramalloni che suona la batteria e le percussioni in diversi brani e Andrea Rovacchi che oltre a suonare vari strumenti ha anche registrato e prodotto il disco. Questi sono gli ospiti della Part I, quelli della parte II li rivelerò a tempo debito. In generale, per questo album, così come per il successivo, non mi sono posto alcun problema di unità stilistica o di genere, ma mi sono fatto guidare dal tipo di atmosfera e di suggestione che ogni brano evocava in me: ho lasciato che la coesione emergesse dalla portata emotiva della storia.
 
Davide
Cosa seguirà?
 
Ferro Solo
Nei primi mesi del 2019 uscirà un video per uno dei brani dell’album: non posso e non voglio dirti di quale canzone si tratta e non voglio rivelare troppo sul video perché vorrei fosse una sorpresa. Poi ci sarà la pubblicazione della seconda parte delle avventure di Fernando: Almost Mine Part II dovrebbe vedere la luce prima della fine dell’anno. Adesso sto portando in giro queste canzoni dal vivo, a volte da solo, a volte con la ‘full band’ dei Fernandos e in altri casi in formazione ridotta, con solo uno o due dei musicisti che suonano sull’album. Il vantaggio di aver scritto queste canzoni in modo così intimo e privato è che posso presentarle in vari formati e con diverse line-up, aggiungendo o togliendo elementi a seconda dell’occasione.
 
Davide
Grazie e à suivre…
 
Ferro Solo
Grazie a te e ai tuoi lettori!

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