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Intervista con Fernando Fidanza

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Fernando Fidanza, nato a Roma nel 1976, laureato in Lingue e civiltà orientali, ha vissuto 14 anni in Cina dove ha scritto colonne sonore per film e documentari, ha pubblicato il disco 风之形 con la sua band cinese e ha suonato in più di 100 città. Ha pubblicato insieme al fratello Luca Fidanza la raccolta di poesie e fotografie “Cina: le radici profonde” per Gattomerlino, e a giorni pubblicherà la sua seconda raccolta intitolata “Manifesto programmatico” per Terra D’ulivi edizioni.
Il primo album intitolato “OLD FOLK FOR NEW POETS” è uscito in CD e Digitale da New Model Label – distribuzione Audioglobe dal 4 Giugno 2021. 

Intervista

Davide

Ciao Fernando. Cosa hai inteso nel titolo di “vecchio folk per nuovi poeti”? Cosa c’era di intenzionale e programmatico fin dall’inizio di questo lavoro sotto questo preciso titolo?

Fernando

Ciao Davide. Il concetto di “old folk” ha vari significati. Se consideriamo “folk” come sostantivo significante “popolo”, il riferimento è a un popolo un po’ stanco e un po’ troppo abituato a guardare solo all’arte del passato, un po’ “vecchio” insomma, soprattutto in Italia dove domina l’esaltazione di tutto ciò che è “classico” (che può significare Dante come la musica degli anni ’70). Trovo affermazioni come “Oggi non c’è nessun bravo artista” o “È tutto già visto e sentito” molto rassicuranti (fa stare bene il pensare che solo l’arte che ha accompagnato i nostri anni migliori sia la migliore, ci fa sentire protagonisti di un qualcosa di epocale e ci mette al riparo dalla delusione di sapere che non potremo vedere, leggere e ascoltare capolavori che verranno dopo la nostra morte), ma anche molto pericolose per lo sviluppo di una cultura, oltre che profondamente sbagliate. Penso che i miei (nostri) new poets si scontrino spesso con questo old folk. Il secondo riferimento di “old folk” sta nel mio amore per il folk come genere musicale. Non è il mio genere preferito, sono un metallaro incallito, ma ho sempre amato il modo di vivere dei cantanti folk, incentrato sul viaggio, sulla fatica e sull’incontro e il contatto con gli altri. Fatica, gavetta, contatto, viaggio dell’old folk unito alle nuove (imprescindibili) tecnologie e ai punti di vista dei new poets, solo il compromesso fra queste due filosofie troppo spesso messe l’una contro l’altra può migliorare le cose. Ad essere sinceri non c’era niente di programmato o intenzionale, questo album nasce dalla solitudine e dalla noia della pandemia. Un pomeriggio di quelli da “Zona del crepuscolo” del primo lockdown, per passare il tempo ho cominciato a musicare una poesia di mio fratello Luca (quella che poi è diventata “Incontri”). Il risultato ci sembrava decente e ci siamo messi a discutere, come facciamo da anni senza mai venirne a capo, dell’arte e dei suoi problemi. Il problema più evidente su cui ci siamo trovati subito d’accordo è quello della mancanza di collaborazione e unità di intenti tra artisti. Troppo spesso, da semplice osservatore o da protagonista, ho notato meschinità e malignità tra artisti, una lotta tra poveri che indebolisce e rende più vulnerabili. Lotta inasprita anche dalla moderna (?) definizione di artista, ovvero colui che raggiunge il “successo” con l’arte. A mio modesto parere essere artisti è un modo di essere, un modo di esprimersi, un modo di vedere il mondo e non ha niente a che vedere col “successo” (parola il cui significato cambia a seconda dell’individuo che la pronuncia). Il passo successivo è stato quindi contattare dei miei amici poeti per sapere se fossero interessati a un progetto in cui io musicassi una loro poesia. Ho subito ricevuto la risposta entusiasta di 13 poeti (i valorosi “new poets” del titolo), e mi sono messo al lavoro. E poi ho avuto la fortuna di essere notato e supportato dalla New Model Label.

Davide

I testi sono stati scritti da quattordici autori diversi. In che modo? Davi loro indicazioni sui temi o su un tema in particolare che legasse il tutto o hai lasciato, come si usa dire, carta bianca?

Fernando

Dopo avergli parlato del progetto, gli ho chiesto di mandarmi una loro poesia, una che volevano sentire musicata o che pensavano potesse essere valorizzata se messa in musica. Sin da piccolo ho sempre scritto prima la musica e poi i testi, e sentivo che cominciavo a essere molto ripetitivo, quindi qui ho ribaltato il processo, per mettermi alla prova e per trovare nuovi stimoli. Tornando poi al discorso di collaborazione tra artisti diversi di cui parlavamo sopra, mi sembrava giusto non mettere paletti o dare indicazioni, per un incontro libero, alla pari, in cui il prodotto finale non è mio, ma di tutti gli artisti che vi hanno contribuito. 

Davide

Andiamo un po’ più indietro. Quando hai cominciato a suonare e a fare musica? Quali sono stati i tuoi autori più amati?

Fernando

Ho cominciato a suonare quando avevo cinque o forse sei anni. I miei regalarono una chitarra elettrica a mio fratello, una Squire bianca e blu, che trovai subito bellissima. Cominciai a studiare da solo, e presto non divenne più uno studio, ma una cosa di cui non potevo fare a meno. La vera svolta fu però la vigilia di Natale del 1988, quando per un imprevisto saltò la solita “grande abbuffata” dei numerosi membri del clan Fidanza. Decisi di passare la serata ad ascoltare musica, e notai tra i dischi di mio fratello (abbiamo 10 anni di differenza quindi la mia formazione musicale viene totalmente da lui), una copertina che non poteva non attrarre un fanatico del genere horror come me. Era “South of Heaven” degli Slayer, il disco che ha cambiato la mia vita. Da quel l’ascolto ho capito che non avrei voluto o potuto fare altro nella vita (“perchè a 12 anni si è stupidi davvero”). Oltre ad Araya & co. la spinta definitiva è venuta dalla mia famiglia. “Ti piace suonare? Bene, ma non stare chiuso in camera, anche perché non sopportiamo più né te né i tuoi metallari, viaggia, suona nei locali e per strada, conosci tante persone, ascolta le loro storie, e impara cose, vedrai che sarà bellissimo”, e bellissimo continua a essere. I miei musicisti preferiti sono Metallica e Slayer, beh no, Metallica e Slayer sono qualcosa di più, sono persone che mi hanno accompagnato, consigliato, sgridato, consolato, caricato e coccolato per tutta la vita. Per quanto riguarda i musicisti direi Iron Maiden, U2, Radiohead, Pearl Jam, Guccini, Eminem, Dave Mathews Band, Led Zeppelin e Tom Waits.

Davide

Leggo che hai avuto anche una band cinese che, se ho tradotto bene, si chiama “La Forma del Vento” (Fēng zhī xíng). E in Cina vi hai vissuto per 14 anni, componendo anche colonne sonore per film e documentari. Raccontaci di questa lunga parentesi cinese e se ha lasciato in te oggi qualcosa di importante, anche nell’approccio alla musica avuto ora con “Old folk for new poets”.

Fernando

Innanzitutto complimenti per la traduzione, è perfetta! Sono laureato in lingue e civiltà orientali, e andare a vivere in Cina è una scelta quasi naturale dopo quella laurea. Ma c’è molto di più, mio cugino Mauro vive in Cina da quasi 30 anni ed è stato l’ispiratore della mia scelta, e per 5 anni anche mio fratello ha vissuto lì, diciamo che la Cina è una cosa di famiglia, e la considero la mia casa così come Roma. Per parlarti di quell’esperienza servirebbe troppo tempo (posso però consigliare a te e ai tuoi lettori un portale sulla Cina curato da mio cugino, mio fratello e dal sottoscritto: bu-yiding.com).

Per essere sintetico posso dirti che la cosa più importante che mi ha insegnato la mia esperienza in Cina è che (dopo aver ascoltato i cinesi parlare di Italia, e gli italiani parlare di Cina), l’unico modo per conoscere veramente una cultura è quello di osservarla con i propri occhi e viverla. Mai fidarsi del sentito dire. Dal punto di vista musicale direi poco, ma dal punto di vista filosofico direi che c’è molto di Cina in Old Folk For New Poets. Iniziamo da Li Bai, il più grande poeta classico cinese, che più volte ripete “Non c’è musica senza poesia e non c’è poesia senza musica”. E poi, ovviamente, ci sono “I sette saggi della foresta di Bambù”, sette artisti, poeti, musicisti, pittori, che nel terzo secolo dopo Cristo, stanchi della corruzione della corte e della città, si ritirano in una foresta di bambù per condividere arte, vino e natura.

Davide

L’uomo, strana creatura con ali e radici, scrisse Victor Hugo. Cosa descrive metaforicamente la copertina disegnata da Enrico Natoli? Perché quella metamorfosi di mani le cui dita si fanno radici come nell’atto di sradicarsi dalla terra? 

Fernando

Sono felicissimo tu mi abbia fatto questa domanda. Parlando dello splendido artwork di Enrico Natoli per la copertina, vorrei sottolineare come il nostro abbia capito come questi new poets siano riusciti con la loro freschezza e la loro fiducia a ridare linfa vitale alle mani (e al cuore) dell’old folk che li ha cantati. Più che sradicarsi, le mie dita non vogliono staccarsi dalla terra dei new poets. (“Sto a cercarti per terra/ dove nasce la vita”, dice Virgina Pedani in “Detriti”). 

Davide

“Orale segreto” contiene il rumore del crepitare vinilico. Perché aggiungere questo suono tipico del vinile in un lavoro interamente digitale?

Fernando

L’autore del testo, Gianluca Ceccato, mi ha spiegato che era una canzone sui ricordi, sulla memoria, quindi quando l’ho musicata ho pensato subito al ricordo di quella vigilia di Natale di cui ti parlavo. Quindi, non solo ho aggiunto il suono del vinile che mi ha riportato a come ascoltavo musica da piccolo, ma l’intera canzone è una trasposizione acustica (e molto libera) di “Black magic” degli Slayer. Inoltre, non è uno dei temi di tutto il progetto l’incontro tra il vecchio e il nuovo?

Davide

“Per Charity” inizia e finisce con il suono di un respiratore o un ventilatore polmonare. Un suono divenuto piuttosto inquietante in questo ultimo anno e mezzo. Cosa pensi di tutto quello che è successo durante la pandemia? Quali conseguenze socio-culturali pensi che avrà ancora tutto questo anche a lungo termine?

Fernando

Devo ammettere che ho aggiunto il suono del respiratore non solo per il tema trattato da Alessandro Romanello nel testo, ma anche in riferimento al COVID. Mi sembra inutile aggiungere parole per commentare questa tragedia, penso però che in un periodo storico contraddistinto da multivitamine, personal trainer, programmazione minuziosa del nostro quotidiano e del nostro futuro, sindrome di Peter Pan, terrore dell’invecchiamento, delirio di onnipotenza e ricerca dell’immortalità, questa pandemia ci abbia ricordato quanto siamo deboli, piccoli e inesistenti (“dubito di esser mai stato al mondo/ se non nei sogni di qualche insetto” scrive Alessandro Romanello in “Per Charity”). Le conseguenze socio culturali non sono ancora, secondo me, neanche iniziate, e saranno durissime, sia economicamente che psicologicamente. Io spero che saremo così coraggiosi da riuscire a non dimenticare o cancellare questo dramma, ma anzi a farlo diventare parte di noi e trarne insegnamento, il dolore non va ignorato o negato, fa parte della vita, come in quel capolavoro che è Babadook e soprattutto come nelle parole di Flavia Cidonio in Mattino: “Al risveglio ho sempre cura di mettere gentilmente in fuga i fantasmi notturni. Me li tengo puliti, do loro un nome a volte persino una casa in cui fare ritorno.” Inoltre durante questa pandemia sono venuti molti nodi al pettine, dall’inadeguatezza e incapacità dell’attuale classe politica, al cancro orgiastico dell’informazione, all’inesistenza di unità e solidarietà nella popolazione, forse, “al risveglio” dovremmo cominciare da questi problemi. 

Davide

Ogni cultura ha creato la propria musica, rispondente cioè alle proprie funzioni e ai propri bisogni. A cosa servono oggi in Italia la musica e la canzone dal tuo punto di vista? La musica e la poesia  devono essere per te più vicine alla vita quotidiana o è meglio se servono per oltrepassarla, trascenderla?

Fernando

Ogni cultura ha i propri temi particolari, ma penso che il ruolo della musica, della poesia e dell’arte in genere sia universale e travalichi qualsiasi confine (che poi è proprio la forza dell’arte, e la cosa che spaventa di più dell’arte). L’arte comunica e cerca ascoltatori, condivide, unisce, incuriosisce, combatte, critica, fa nascere dubbi, fa ragionare, scoprire e comprendere. Nasce sempre, anche nella sua forma più astratta, dalla quotidianità, non può e non deve quindi oltrepassarla o transcederla, anzi,  è il modo migliore, se non l’unico, per affrontarla.

Davide

Cosa seguirà?

Fernando

Spero tanti tanti tanti concerti, mi manca tanto suonare dal vivo.

Davide

Grazie e à suivre…

Fernando

Grazie di cuore a te Davide, è stato un piacere chiacchierare con te. Se me lo permetti, volevo citare e ringraziare ancora una volta i 13 new poets: Gianluca Ceccato, Alessandro Romanello, Flavia Cidonio, Jonathan Rizzo, Luca Fidanza, Valentina Demuro, Mattia Tarantino, Marina Marchesiello, Vincenzo Mirra, Roberto Crinò, Virginia Pedani, Emanuela Mannino e Letizia Di Cagno.

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