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2007
29
Gen

Fino all'ultimo respiro

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Pensiamo alle regole.

Quelle di un racconto, di un film, della società.

Pensiamo ad infrangerle.

Possiamo ottenere tutto quello che vogliamo. Qualcosa di nuovo, qualcosa di inaspettato.

Le convenzioni possono essere sconvolte, si può creare una propria forma di comunicazione o un mondo diverso nel quale vivere.

Non è detto che un codice sia immutabile.

Sperimentare, osare, non lasciarsi intrappolare dalle regole.

Pensiamo ad infrangerle.

Truffaut (sceneggiatore) e Godard (regista) ci mostrano come fare.

Truffaut si lascia andare al piacere del racconto come forma da modellare a proprio piacimento. C'è un uomo che non è certo un santo. Lo vediamo rubare macchine e denaro ed uccidere un poliziotto. Lo vediamo così pieno di vita che ne rimaniamo rapiti.

Il corpo di Jean-Paul Belmondo scatta frenetico e nervoso. Pura azione. Pensiero e gesti sono una unica cosa. Perenne sigaretta incollata alle labbra, da una parte all'altra della città alla ricerca di soldi. La malavita, il fascino di chi vive al di là della legge.

Poi il rapporto con una ragazza. L'amore e il sesso e tante parole che costruiscono dialoghi mai banali o noiosi. Truffaut ci fa percepire il gusto della scrittura, la voglia di raccontare, la sua capacità di creare una narrazione che sia prima di tutto specchio di quello che a lui piace.

E allora Bogart e il cinema americano (uno dei falsi nomi del protagonista è Lazlo Kovacs), il poliziesco, poi la scrittura e i film, la pittura e la musica.

Godard segue il suo amico e fa piazza pulita di qualsiasi regola del linguaggio filmico. Saltano i raccordi, la continuità, i codici del montaggio. Godard si preoccupa solo del ritmo della narrazione.

Pura azione.

Sincopato come un be-bop di Charlie Parker il film ci trascina in un vortice esistenziale fatto di suggestioni narrative e incontrollato desiderio di vita.

Godard&Truffaut riescono a realizzare un'opera che si impone come punto di rottura con tutto il cinema precedente. Ci si lascia andare al proprio gusto personale e alle proprie idee su qualsiasi cosa in maniera incontrollata.

L'azione diventa un qualcosa che con la sua forza dirompente dà energia alle immagini.

Il cinema si dimostra ancora una volta un mezzo che può avere le sue regole perennemente riscritte.

Godard&Truffaut ci dicono di non rinchiuderci in gabbie semantiche, narrative o espressive.

Ci dicono di andare a rotta di collo lungo la strada del racconto.

Di lasciare senza fiato lo spettatore.

In questo modo un film diventa esperienza di vita e d'arte.

Due mondi dove le regole esistono sa sempre.

Nel primo per una utopica convivenza degli uomini.

Nel secondo per l'attesa che qualcuno le distrugga e ne inventi di nuove.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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