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Il buco nero

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Il buco nero

Accovacciata nel suo letto come un cane nella sua tana, Valentina pensava e pensava, quasi carnalmente sentendo il tempo perso scivolare via e dissolversi in una schiuma di giorni strascicati, di settimane impalpabili e vuote. Non sapeva da dove venisse quella stanchezza, le sembrava nata con lei, la sua anima, la sua ombra; ed era una stanchezza intrisa di progetti e sogni, venata da un’invidia bruciante per quelli che si buttavano nella vita agili e forti, senza incertezze, sapendo per istinto come muoversi e cosa fare.
Lei scansava le sue paure, vedeva tutto lontano; eppure il momento delle responsabilità e delle decisioni si avvicinava, inderogabile, un buco nero bramoso di inghiottirla, di spezzarla. Arrivare in orario.
Darsi da fare. Spinta e determinazione. Il buco nero si allargava e si faceva sempre più famelico, rabbioso, ammazzando brandelli di amicizie, abitudini, piccole gioie quotidiane. Cambiare città. Spedire curriculum. A CHI? Cosa voleva fare lei veramente? Colloqui di lavoro: con la sua voce tutta sbagliata, le unghie rosicchiate fino all’osso, la postura un po’ stenta, il sorriso ebete da eterna ragazzina. Che cosa poteva fare lei, incapace persino di far funzionare un videoregistratore, di accendere una radio? Il buco nero assumeva la forma di un enorme computer con laconici comandi in inglese, che vomitava assurde scritte, lei schiacciava tasti a caso, singhiozzando attorniata da decine di persone, e tutti le urlavano nelle orecchie consigli, consigli ipocriti, consigli gentili, consigli secchi, consigli frettolosi, consigli sillabati come a un sordo.
Il buco nero era un tritacarne dalle affilate lame, correva sbriciolando i suoi anni del liceo, i pomeriggi passati in casa a studiare inutili materie, a illudersi che un giorno, chissà come, il mondo si sarebbe accorto di lei; triturava, spezzettava, dissolveva le sue labili sicurezze. Finiva tutto lì dentro, nel vortice, nelle sabbie mobili del futuro.
Valentina scuoteva la testa, con forza spazzava le sue visioni nel solito posto, sotto il tappeto della sua mente, insieme ai ricordi polverosi, ai complessi; e poi dormiva, abbracciata al cuscino, o si inebetiva davanti alla tele. Sì, erano le uniche cose da fare: i pensieri, i sogni anche, erano diventati da un po’ di tempo troppo faticosi e tristi…

Lorenza C.

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