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Intervista con Martha J. & Chebat Quartet

13 min read

Comunicato stampa

Martha J. & Chebat Quartet Featuring Giulio Corini and Maxx Furian

Il nuovo disco in quartetto della cantante Martha J. e del pianista Francesco Chebat dedicato alla cantautrice Joni Mitchell, con la collaborazione del contrabbassista Giulio Corini e del batterista Maxx Furian, disponibile sulle principali piattaforme di streaming da venerdì 16 febbraio 2024 e acquistabile anche in copia fisica.

Pubblicato dall’etichetta indipendente Clessidra Records e anticipato dall’uscita di due singoli, Moon at the Window, e The Hissing of Summer Lawns, Amelia è il nuovo album firmato Martha J. & Chebat Quartet Featuring Giulio Corini and Maxx Furian, presente sulle più importanti piattaforme digitali da venerdì 16 febbraio 2024 e anche in copia fisica. Questa brillante formazione è costituita da Martha J. alla voce, Francesco Chebat al pianoforte (Fender Rhodes in The Hissing of Summer Lawns), Giulio Corini al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria, due sideman di assoluto livello fra i più richiesti nel panorama jazzistico attuale. La tracklist si forma di undici brani, arrangiati da Francesco Chebat e autografati da Joni Mitchell (ad esclusione di A Chair in the Sky e Sweet Sucker Dance in cui il testo è della Mitchell, ma la musica è di Charles Mingus), eccezionale cantautrice canadese alla quale Martha J. e Francesco Chebat rendono affettuosamente omaggio nell’anno in cui la musicista nordamericana compie ottant’anni. Amelia rappresenta un atto d’amore in chiave jazz dedicato a questa artista, in cui il senso dello swing, il groove e il feeling del quartetto sono il leitmotiv dell’intero album. Il tutto impreziosito da suadenti venature funk, soul, da sonorità moderne che strizzano l’occhio al contemporary jazz e dallo spirito soulful che caratterizza i quattro protagonisti del CD. Martha J. e Francesco Chebat descrivono così la genesi e il mood di Amelia: «La musica di Joni Mitchell mi ha accompagnato fin dall’adolescenza plasmando il mio percorso musicale», racconta Martha J. «L’album contiene undici canzoni di Joni Mitchell rivisitate secondo la nostra visione personale, ma rispettando il materiale originale. Il filo conduttore di questo lavoro è l’esplorazione dell’anima più incisiva e vibrante della sua produzione dall’album Court and Spark in avanti, quella che ha coinvolto figure quali Jaco Pastorius, Herbie Hancock, Peter Erskine, Wayne Shorter», spiegano la cantante e il pianista. «Abbiamo cercato di catturare la sostanza più terrena di Joni Mitchell, riflettendo questa ispirazione nei nostri arrangiamenti jazz contemporanei. La scelta dei brani è stata guidata dalla volontà di reinterpretare quelli meno frequentemente affrontati, offrendo una prospettiva nuova e appassionante. Questo progetto è un omaggio realizzato in occasione degli ottant’anni di questa straordinaria artista che ha influenzato generazioni di cantanti e musicisti».

Biografia Martha J.

Cantante fine e versatile dal timbro vellutato e ammantante, unitamente a una coinvolgente levità interpretativa, Martha J. colleziona una serie di prestigiose collaborazioni in studio di registrazione e dal vivo al fianco di musicisti blasonati in ambito nazionale e internazionale come Maxx Furian, Antonio Zambrini, Tino Tracanna, Ellade Bandini, Attilio Zanchi, Tony Arco, Lele Melotti, Giulio Corini, Francesco Chebat, Guido Bombardieri, Francesco D’Auria, Carol Sudhalter, Larry Ray, Richard Lanham, solo per elencarne alcuni. Oltre a esibirsi in tutta Italia, Martha J. si segnala per il suo talento in Canada, Svizzera, Croazia. Mentre per ciò che riguarda il mondo radiofonico e televisivo annovera svariate esperienze in Rai, Mediaset e Sky.

Biografia Francesco Chebat

Francesco Chebat è un pianista dalla spiccata sensibilità di tocco e dalla notevole raffinatezza armonica e interpretativa, oltre a essere un ottimo arrangiatore. Durante il suo percorso artistico stringe molte collaborazioni degne di nota con jazzisti di statura nazionale e mondiale quali Dave Weckl, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Gianluigi Trovesi, Maurizio Giammarco, Giovanni Falzone, Riccardo Fioravanti, Maxx Furian, Yuri Goloubev, Paolo Tomelleri, Luca Meneghello, Javier Girotto, Andrea Tofanelli, Tony Arco, Enrico Intra, Kyle Gregory, Paolo Pellegatti, JW Orchestra (diretta da Marco Gotti) e tanti altri ancora. Chebat è assai apprezzato anche all’estero, in particolare in Svizzera e in Croazia.

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Intervista

Davide

Buongiorno Martha. La tua collaborazione con Francesco Chebat è consolidata da molti anni e diversi album. Per altro, nel 2021, uscì anche un vostro omaggio ai Beatles. Il 7 novembre scorso Joni Mitchell ha compiuto 80 anni e, con “Joni Mitchell at Newport”, 25 album, di cui 19 in studio. Un’artista che ha lasciata un’impronta indelebile nella storia della musica, influenzando generazioni di artisti e artiste. Perché, dunque, un omaggio a Joni Mitchell? Cosa ha rappresentato per te la grande cantautrice canadese?

Martha J.

Ho conosciuto la musica di Joni Mitchell quando ero adolescente e da allora ha sempre accompagnato il mio percorso musicale. Prima di lei, ascoltavo i Beatles, musica folk inglese e irlandese, cantautori americani come James Taylor, Carole King… quando ho scoperto la musica di Joni Mitchell mi si è aperto un mondo, con un nuovo livello di complessità per melodie, armonie e testi. Mi ha colpito subito perché ho iniziato ad ascoltare i suoi primi album, quelli realizzati solo voce e chitarra: questo ha risuonato in maniera profonda con la mia esperienza, perché in quel periodo passavo le mie giornate chiusa in camera a suonare la chitarra e a cantare. Anche il timbro della sua voce si è sintonizzato immediatamente con il mio, permettendomi di esplorare nuove possibilità vocali.

Davide

Joni Mitchell ha attraversato il tempo sperimentandosi in diversi generi musicali. Tuttavia, dal primo periodo folk confessionale al jazz e al blues fino al pop elettronico e sofisticato e ai ritmi tribali, si può dire che in Joni Mitchell sia sempre stata presente una peculiare cifra stilistica trasponibile in un raffinato arrangiamento jazz?

Martha J.

Si, certamente! Anche nelle canzoni del suo primo periodo folk, forse perché ha sempre usato accordature aperte, le sue armonie sono da subito state “diverse”. Lei stessa ha affermato di aver sempre ricercato accordi e sequenze di accordi non usuali. Inoltre, se vuoi suonare le sue canzoni devi imparare ad accordare la chitarra in mille modi diversi, devi essere pronto a seguire sequenze di accordi insolite, devi abituare la voce a melodie non così ovvie… Infatti, anche in ambito folk, questa artista rappresenta un unicum. Quando poi ha iniziato a coinvolgere altri musicisti nella realizzazione degli album e dal vivo, ha scelto musicisti anche di area jazzistica. Quindi credo che anche lei abbia sentito quanto le sue composizioni fossero vicine al mondo del jazz e delle sue contaminazioni.

Davide

Cosa in particolare volevate mettere in risalto della sua musica attraverso “Amelia”? Cosa invece della vostra musica e del tuo canto attraverso queste reinterpretazioni?

Martha J.

Come dicevi anche tu prima, guardando la discografia di Joni Mitchell si possono distinguere due periodi: quello che possiamo definire folk, acustico, dei primi album e quello più “contaminato” della sua produzione successiva. Questo aspetto “jazz-rock” (se così si può dire) è rimasto, a nostro parere, un po’ oscurato da quella sua aura delicata, intimista e acustica, che si è fissata nell’immaginario collettivo e non si è modificata per seguire l’evoluzione di questa artista.

In realtà, come facevi notare tu prima, questo aspetto folk confessionale è solo una parte della sua produzione. Dall’album “Court and Spark” in avanti, la musica di Joni Mitchell ha iniziato a contaminarsi, a esplorare possibilità diverse, la sua voce è diventata più solida (seppure sempre ricca di sfumature e sempre molto legata ad una espressione intima), gli arrangiamenti hanno avuto bisogno della collaborazione di musicisti di aree lontane dalla musica folk, e sempre più vicino al jazz e alle sue contaminazioni. Questo è stato il terreno su cui abbiamo costruito il nostro album, perché da un lato ci sembrava meno “esplorato” e dall’altro ci sembrava offrire maggiori possibilità di continuare la nostra ricerca musicale, inserendo elementi personali.

Per quanto riguarda la voce: mi sono accorta che per quanto mi sembrasse di essere molto vicina alla interpretazione originale, ho cantato e ricantato questi brani così tante volte e per così tanti anni che essi si sono naturalmente allontanati dall’originale.

La mia vocalità sicuramente prende avvio dal mondo di Joni Mitchell e a questa artista devo sicuramente moltissimo, ma le vie musicali che ho percorso in seguito (dal jazz standard al jazz elettrico, fino alle composizioni originali) mi hanno portato ad esplorare anche altri aspetti del mio modo di cantare che credo siano evidenti in questo album: sono certamente una cantante che ha iniziato orbitando intorno al pianeta Joni Mitchell, ma sicuramente altre stelle hanno influenzato il mio viaggio e io stessa ho cercato, nel mio piccolo, di tracciare nuove rotte per una vocalità jazz senza fronzoli, contaminata, concreta, attuale ed “europea”.

Davide

A parte “The dawntreader” del 1968, avete attinto soprattutto al suo materiale degli anni ’70. Come avete selezionato il materiale di “Amelia”, tracciando quale percorso ideale; e perché avete scelto proprio “Amelia” come traccia che dà il titolo all’album?

Martha J.

È vero, quasi tutte le canzoni scelte per “Amelia” fanno parte di album di Joni Mitchell pubblicati nel periodo 1974-1982, cioè quelli della “seconda fase” di cui abbiamo parlato prima.

In questi album (due anche live) lei ha iniziato a collaborare con musicisti come Joe Sample, Max Bennett, John Guerin, e in seguito Jaco Pastorius, Vinnie Colaiuta, Pat Metheny, Wayne Shorter, Herbie Hancock…

La selezione dei brani è partita da un ascolto attento di tutto il materiale disponibile, sia registrato in studio sia live (anche guardando i video disponibili su YouTube di alcune sue esibizioni più “recenti”). Dopo aver selezionato una trentina di brani, li ho trascritti e con Francesco abbiamo iniziato a suonarli al pianoforte. Partendo quindi da un terreno neutro (lo spartito con soltanto melodia e accordi) abbiamo iniziato a pensare a modifiche ritmiche e armoniche, a immaginare nuovo paesaggi sonori in cui far muovere le melodie e anche io ho esplorato vari modi di interpretare queste canzoni. Da questo lavoro sono usciti gli undici brani che compongono l’album. La scelta di lavorare con Giulio Corini al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria ci ha consentito di attualizzare il materiale musicale, con un’attenzione particolare al groove e all’aspetto più “terreno” dell’anima di Joni Mitchell.

Per quanto riguarda il titolo dell’album, abbiamo discusso a lungo e non trovavamo una soluzione che ci piacesse. Quindi abbiamo deciso di tagliare la testa al toro e di mettere “Amelia” non solo perché è uno dei pochi pezzi famosi che ci sono nell’album, ma anche perché era in nome della mia nonna… l’album non è dedicato a mia nonna, ma certamente questo ha fatto pendere l’ago della bilancia verso la decisione di chiamarlo “Amelia” 🙂

Davide

Charles Mingus diceva che la creatività è rendere il complicato semplice, stupendamente semplice. Qual è stato il tuo approccio creativo e più personale nel ricantare Joni Mitchell?

Martha J.

Questa citazione risuona particolarmente con il nostro modo di approcciare i nostri viaggi musicali. Non credo che gli arrangiamenti di Chebat siano semplici, anzi! La loro complessità è evidente se pensi a quanti diversi livelli di lettura essi consentano. Ma credo che una delle qualità più grandi di Chebat sia proprio quella di riuscire a rendere “orecchiabili” e quindi fruibili con facilità dei messaggi musicali che facili non sono. La stessa cosa vale per i suoi assoli: più che al tecnicismo o al funambolismo, Francesco è attento alla costruzione di un discorso musicale, alla veicolazione di emozioni, all’evidenziazione dell’armonia… per fare tutto questo ovviamente sfrutta le sua indubbie qualità di pianista, ma appunto riesce a rendere semplice il complicato.

La stessa cosa cerco di fare anche io quando canto: cerco il più possibile di rendere fluida l’esecuzione, privilegiando la veicolazione delle emozioni rispetto a far sentire “quanto sono brava”. La tecnica vocale è per me sottintesa, è il punto di partenza necessario. Il punto di arrivo è far emozionare chi ascolta, raccontare una storia, far correre l’immaginazione… e questa volta abbiamo scelto di utilizzare le canzoni di Joni Mitchell.

Davide

Come si situa “Amelia” rispetto ai vostri precedenti lavori, inclusi quelli di “The Soul Mutation”? Quali continuità e quali nuovi sviluppi?

Martha J.

Questo album rappresenta per me il secondo grande cerchio che si chiude: quello dedicato ai musicisti che hanno fatto nascere in me la passione per la musica. Nel 2021 c’è stato l’album dedicato ai Beatles e adesso questo dedicato a Joni Mitchell.

La scelta di tornare ad un ambiente acustico, abbandonando l’elettronica di The Soul Mutation, è stata dettata un po’ dal materiale musicale che avevamo scelto di rielaborare, un po’ dalla voglia di tornare ad utilizzare suoni “reali”.

Giulio Corini aveva già suonato con noi nel progetto “The Soul Mutation” e quindi anche lì c’era già un seme di questa collaborazione.

Per quanto riguarda i progetti futuri, credo che il rapporto con Corini e Furian sia soltanto all’inizio. Spero di portare “Amelia” e questi musicisti dal vivo, e in futuro di continuare questa collaborazione con nuovi progetti.

Davide

Joni Mitchell è anche una pittrice. Lei stessa ha affermato di essere innanzi tutto una pittrice, poi una musicista, e utilizza spesso i suoi dipinti per le copertine dei suoi dischi. E voi, per la copertina di “Amelia”, avete scelto un bel dipinto di Tita Secchi Villa. Perché, dunque, questo quadro?

Martha J.

La nostra collaborazione con i pittori è iniziata già dallo scorso album (quello sui Beatles) la cui copertina era stata realizzata dall’amico pittore Guido Boletti.

Questa volta, ci siamo rivolti a Tita Secchi Villa perché è lui il mio amico di vecchia data che ai tempi mi fece conoscere la musica di Joni Mitchell. Anche questo elemento, quindi, va a chiudere quell’ideale cerchio iniziato tanti anni fa.

Davide

Com’è stato lavorare con Francesco Chebat, autore per altro degli arrangiamenti, Giulio Corini e Maxx Furian?

Martha J.

Francesco Chebat e io collaboriamo dal 2008 e abbiamo realizzato diversi progetti discografici e suonato tantissimo dal vivo.

Ormai lui conosce profondamente la mia voce e il mio modo di vedere (e di vivere) la musica. E gli sono particolarmente riconoscente perché ogni volta riesce da un lato a creare l’ambiente musicale giusto per ospitare la mia voce, e dall’altro mi mette di fronte a nuove sfide musicali che mi costringono a trovare soluzioni sempre diverse.

Tutta la fase di pre-progettazione “pratica” ha seguito binari che si sono ormai consolidati nel tempo. Francesco ha curato tutti gli arrangiamenti di questo album e ha coordinato tutti i vari input creativi che sono arrivati da Giulio, da Maxx e da me.

Francesco è stato anche molto bravo a creare arrangiamenti che permettessero a Maxx e a Giulio di mostrare al massimo il loro sound e la loro personalità.

Lavorare con Giulio e Maxx è stato ovviamente stimolante e affascinante: come solista, mi sono sentita sostenuta dalla ritmica in ogni momento dell’esecuzione. Mi hanno veramente seguito in ogni respiro, hanno trattato la mia voce come di solito si fa con uno strumento: nell’album c’è molto interplay anche con la voce e ogni volta che lo ascolto provo un brivido nel sentire le risposte di pianoforte, di contrabbasso e di batteria alle frasi che faccio con la voce. Un’esperienza bellissima che non vedo l’ora di ripetere dal vivo.

Davide

Ho letto che nel Nord America, dove è nata e si è sviluppata ininterrottamente e significativamente, la musica jazz rappresenta oggi solo il 3% della produzione. Spero vada meglio in Europa, Italia inclusa. Cosa ne pensi della situazione musicale attuale nel nostro paese?

Martha J.

Il jazz è sempre stato un po’ la pecora nera del mercato discografico. La stessa Joni Mitchell fu invitata a non fare l’album “Mingus” perché sarebbe stato un flop. E così è stato, se si rapportano le vendite di quell’album con le vendite degli altri suoi dischi “pop”.

Se guardo la situazione attuale in Italia, mi sembra che il jazz (così come certa musica indipendente) sia come un fuoco che cova sotto le ceneri del mainstream.

Forse grazie al fatto che i conservatori di musica hanno aperto al jazz e al pop, o grazie a internet e ai social, o forse anche perché i costi di produzione della musica si sono abbassati considerevolmente, c’è a mio parere un “rumore di fondo” fatto di piccole produzioni, artisti che cercano di farsi conoscere, nuovi cantautori, esploratori di musica elettronica o improvvisata, che si muovono nel web con produzioni indipendenti di ottimo valore. Tutto sta a scovarli!

Davide

Cosa seguirà?

Martha J.

Per adesso siamo concentrati su questo nuovo lavoro. Speriamo di portarlo da vivo perché è sul palco che ci piace condividere la nostra musica.

Per il futuro più lontano, abbiamo del materiale originale che attende di essere definito e quindi probabilmente il prossimo album sarà con canzoni nostre.

Davide

Grazie e à suivre…

Martha J.

Grazie a te!

 

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