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Intervista con Stefano Giannotti

12 min read

OTEME

Un saluto alle nuvole

Nel 2012 mi fu chiesto di girare un documentario informativo sull’Hospice di San Cataldo (Lucca). Non tutti sanno che un Hospice è il luogo dove vanno a morire i malati terminali, dove vengono offerte loro le cure palliative, “l’ultimo porto” dove molte persone arrivano. Nel video originale, intitolato UN SALUTO ALLE NUVOLE, infermieri, OSS, dottori e famigliari dei pazienti, rispondevano a domande sui temi della morte, della felicità, della memoria.
Nel 2018 ho pensato di riprendere i materiali registrati nel 2012 e di creare un nuovo lavoro per OTEME. In questa nuova opera le riflessioni delle persone intervistate allora diventano materiali poetici per la costruzione di una serie di canzoni e brani da camera a metà fra canzone d’autore, avant-rock, e linguaggi colti del Novecento. Come in altre mie composizioni si applica l’idea dell’opera come una città in perenne costruzione, de-costruzione e restauro. Materiali vecchi diventano elementi costitutivi di nuove installazioni.
L’opera, vincitrice del bando “Della Morte e del Morire”, lanciato dall’Associazione Culturale dello Scompiglio di Vorno (Capannori, IT) è stata presentata in prima assoluta presso Spazio Performativo Espositivo (SPE) nella Tenuta dello Scompiglio il primo giugno 2019. Il presente CD è un’ulteriore elaborazione del nuovo progetto, con un’estensione dell’organico strumentale da 6 a 13 musicisti.

Stefano Giannotti

Chiudere quella porta / E c’è qualcuno / Un ricordo bello / Dieci giorni / Gli angeli di San Cataldo (Bolero quarto) / Quando la sera / Turni / Una mamma disperata / Per i giorni a venire / Un saluto alle nuvole

Precedenti interviste:

http://kultunderground.org/art/17809/
https://kultunderground.org/art/18284/
http://kultunderground.org/art/18670/

Intervista

Davide

Ciao Stefano e ben ritrovato sulle pagine di Kult Underground. Qual è stato il tuo approccio compositivo a un argomento così delicato, il raccontare in musica la morte, quindi l’ultimo tabù che ci è rimasto? Quale doveva essere e qual è stato il compito della musica in questo viaggio di parole vere?

Stefano

Ciao Davide, è un piacere chiacchierare di nuovo con te su Kult Underground. 

UN SALUTO ALLE NUVOLE ha avuto un approccio lungo e complesso, poiché è nato come un cortometraggio, un video informativo sull’Hospice di San Cataldo a Maggiano, Lucca, dove mia moglie (Mariola Krajczewska) lavora come OSS.  Questo accadeva nel 2012 e lì doveva finire. 

Nel progetto iniziale, (http://stefanogiannotti.com/it/video/un-saluto-alle-nuvole-2012/) l’idea era quella di creare un video che facesse conoscere l’Hospice come servizio sociale, ma allo stesso tempo anche di realizzare un’opera con qualche ambizione artistica; allora, anche su suggerimento del Direttore dell’Hospice, utilizzai il libro su cui parenti e famigliari dei pazienti scrivono pensieri, ringraziamenti, qualche verso poetico, insomma materiale umano di forte impatto emozionale. Mi interessava creare qualcosa di simile ai due documentari precedenti CHIAYI SYMPHONY, sulle campagne taiwanesi e THE WALBRZYCH NOTEBOOK su una cittadina polacca ex-sito minerario, dove la narrazione è interamente affidata ai personaggi, ai suoni ed alle immagini, senza intervenire personalmente con commenti od osservazioni; dunque costruire un qualcosa a metà fra il documentario antropologico ed un’opera musicale. A tal fine ho inserito due attori che leggevano il diario di bordo e le testimonianze dirette del personale sanitario; a far da legame al tutto una composizione per arpa sola che insieme al montaggio video, danno un ritmo musicale all’intera opera.

Nel 2018, quando il Teatro dello Scompiglio di Vorno (Lucca) ha lanciato il bando “Della Morte e Del Morire”, ho pensato che il video sarebbe stato perfetto per quel contesto e siccome si richiedeva un’azione dal vivo, ho concepito un nuovo lavoro partendo dai materiali del video stesso.

Ho estrapolato alcune frasi prese qua e là dalle interviste e iniziato a comporre una serie di brani per l’ensemble OTEME. Qui l’approccio compositivo doveva essere sostanzialmente quello del nostro marchio di fabbrica, dunque una canzone d’autore fortemente contaminata da altro. Allora ho lavorato soprattutto sul quartetto vocale, le percussioni e naturalmente i fiati, sempre presenti nelle nostre produzioni, inserendo come anomalia rispetto ai lavori precedenti le voci dirette del personale sanitario che introducono i testi. 

Davide

Ho detto prima “parole vere” perché tratte da interviste o dal libro degli ospiti dell’Hospice, senza che tu le abbia artefatte secondo altre esigenze costruttrici, per esempio compositive, poetiche ecc.. O, se lo hai fatto, è stato in minima parte. Perché questa scelta?

Stefano

Perché volevo lasciare intatti il dolore, la gioia, i sentimenti delle persone con parole autentiche senza correggere alcunché. Come appunto in un documentario antropologico dove la gente di un posto la vedi agire nel suo ambiente. Inoltre anni fa, chiacchierando con il mio amico poeta Massimo Lenzi, venne fuori questo fatto che potremmo considerare il parlato quotidiano già come poesia (Massimo ragiona naturalmente in termini di versificazione, estrapolando metrica dal parlato, io invece scrivo musica sulla lunghezza delle frasi, almeno in questo caso); altro discorso dunque è il mio intervento musicale; lì volevo costruire attorno al parlato una struttura monumentale, contrappuntistica (rinascimentale, per intenderci) che avesse radici sia nel rock colto storico (prog, post-punk, avant-rock) sia nelle avanguardie del Novecento, mantenendo nitida la forma canzone; come sempre nei nostri lavori, l’arrangiamento fa da collante, così come l’impianto vocale, ma anche il tessuto armonico – una modalità sporcata da atonalità e leggeri rimandi al jazz. Detto così sembra un guazzabuglio di generi senza capo né coda, ma in realtà il tutto suona omogeneo, anche se ogni brano è in uno stile diverso. Il brano più difficile da trattare è stato QUANDO LA SERA: il testo è un collage di poesie scritte dai pazienti dei famigliari deceduti lì; tali poesie, viste dall’esterno, senza partecipare al dolore di chi le scrive, dunque osservate dalla mente cinica dell’artista, sono molto ingenue, perché drammaticamente autentiche; allora ho pensato di riprendere una melodia modale, ingenua, molto cantabile, affidata all’arpa nella colonna sonora originale del video e di arrangiarla in chiave folk, proprio per sottolineare il testo “popolare”; al tempo stesso per far sì che non fosse un brano folk e dunque che apparisse chiaro che lavoro su materiali (in modalità simile a Zappa o a Stravinski) ho costruito attorno a tale canto una struttura contrappuntistica con dissonanze, controtempi, singhiozzi e abbracci elettronici, in un’orchestrazione fino ad una ventina di strumenti, includendo un ottetto vocale, il tutto su 11 musicisti; insomma, un’operazione più simile alle Folk Songs di Berio che ad un progetto di musica popolare; non so se si percepisce tutto ciò, ma noi siamo rimasti molto soddisfatti del risultato.

Davide

“Un saluto alle nuvole” è anche un’opera su chi lavora negli hospice, quegli operatori di cui in genere poco o niente si dice, si conosce o riconosce, definiti “angeli” nel libro degli ospiti all’ Hospice di San Cataldo dal familiare di un paziente lì deceduto? 

Stefano

Sicuramente sì. È di per sé un tema interessante perché non si parla mai dell’Hospice, né tanto meno di chi ci lavora. Avendo mia moglie fra il personale infermieristico ho avuto la possibilità di accedere ad un mondo davvero sconosciuto. Gli addetti ai lavori vengono scelti con molta cura dalla direzione, non è un lavoro che possono fare tutti; devi abituarti alla morte senza che essa diventi un’abitudine. Devi avere una grande calma interiore e fare da traghettatore.

Davide

Ci presenti tutti i musicisti coinvolti in questo lavoro?

Stefano

Agli inizi del 2018 OTEME ha passato un momento di crisi dovuto al fatto che due elementi, Lorenzo Del Pecchia e Valeria Marzocchi, sua compagna, si sono dovuti trasferire a Cremona per lavoro; Emanuela Lari, Riccardo Ienna ed io ci siamo trovati di colpo senza il clarinetto e il flauto, nonché la splendida voce di Valeria; anche Maicol Pucci, il trombettista, essendo entrato a lavorare nella scuola pubblica ci ha lasciato; idem per Valentina Cinquini, l’arpista, spostatasi in Austria per studiare al conservatorio di Linz. Quando abbiamo vinto il bando dello Scompiglio era chiaro che avremmo dovuto creare una nuova formazione. Allora ho contattato tre giovani musicisti, anzi giovanissimi, Irene Benedetti, mia ex-alunna del Liceo al flauto e voce, Vittorio Fioramonti, contrabbassista, armonicista e vocalist ed Elia Bianucci, clarinettista. In sestetto abbiamo lavorato sei mesi per tirare su la produzione. Una volta terminata ho pensato di produrre il CD per la Maracash Records ed ho allargato l’ensemble ad undici musicisti, coinvolgendo di nuovo Lorenzo,Valeria e Valentina, più due voci addizionali, già presenti ne IL CORPO NEL SOGNO, Gabriele Stefani ed Edgar Gomez; infine si sono aggiunti due ospiti molto graditi, Antonio Caggiano al vibrafono e Blaine Reininger al violino. Blaine sono riuscito a coinvolgerlo in una maniera abbastanza singolare; con l’Orchestra SMS, il mio gruppo di allievi della Scuola di Musica Sinfonia, abbiamo suonato SOME GUYS dei Tuxedomoon ad un saggio scolastico; poi ho mandato ai Tuxedomoon il video. Blaine e Steven Brown mi hanno risposto molto contenti; allora ho chiesto a Blaine se volesse essere ospite in un brano nel nuovo CD di OTEME ed ha accettato. Antonio Caggiano invece era già stato un graditissimo ospite nel disco precedente.

Davide

La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande, scrisse Vladimir Nabokov. Qual è, se posso chiedertelo, la tua visione della morte e come ti ha guidato in questo lavoro?

Stefano

Ho paura a risponderti, probabilmente la cosa ti stupirà, ma in questo lavoro non mi ha guidato alcuna visione della morte… semplicemente una furia malata di terminare il lavoro e fare le due produzioni nei tempi stabiliti – addirittura tre, se si pensa che ho montato anche tutto il video dell’intero concerto dal vivo che poi mi serviva per la promozione del disco, oltre ai due video-clip… insomma, una montagna di lavoro… e la mia visione della morte? Non saprei… cerco di non pensarci; certo che più passa il tempo, più la morte è tua compagna, la senti respirare vicino a te, soprattutto in periodi in cui c’è meno da fare; quando ho un po’ di tempo, quelle due ore in cui vado a camminare in montagna o in collina da solo, allora sento che potrei anche morire, felice; ma sono molti anni che la visione romantica della morte mi è passata in secondo piano; la vedo più in termini scientifici e naturalmente mi spaventa, come spaventa tutti.

Davide

La rappresentazione della morte ha sempre suscitato nell’arte un punto nodale di ricerca. L’arte, che sopravvive all’artista, è stata da sempre una sorta di antidoto alla morte stessa, un tentativo, un disperato anelito di conoscenza e di infinito nella finitezza della vita. Che ruolo può avere la musica nella vita è una domanda che ho posto spesso. Quale invece, secondo te, alla fine di una vita?

Stefano

Credo che alla fine saremo vissuti meglio. La vita è comunque irta di ostacoli, i passi da compiere sono più o meno per tutti uguali, ma se tutti studiassero un po’ di musica capirebbero qualche cosa in più; un esempio: la musica ha sempre ragione… se un pezzo non ti riesce hai torto tu, quando il brano ti riuscirà allora avrai ragione… ti pare poco? La musica non serba rancore ed è come la morte; puoi arrivare a suonare un brano alla perfezione, anche un’infinità di volte, ma prima o poi farai qualche errore; allora vincerà lei, come ne Il Settimo Sigillo di Bergman; ma non ne morirai, semplicemente accetterai o non accetterai la sfida di riprovarci; questa lezione riportata nella vita ti fa capire come si impara ad aver timore e rispetto della musica e magari anche degli altri; se alla fine di una vita avrai capito questo, allora avrai vissuto bene, malgrado tutti i problemi che possono esserti capitati. La musica è anche un’ottima compagna per non sentirsi mai soli, è un fenomenale metodo per rompere il ghiaccio, soprattutto per i timidi; diversi allievi miei, presi da piccoli, in epoca adolescenziale acquistano maggiore sicurezza nelle relazioni, grazie al canto; si mettono a nudo e a volte riescono ad allontanare le paure, grazie anche ai saggi (quando si potevano fare), o alla pratica settimanale del registrarsi e riascoltarsi… naturalmente è un processo educativo lungo, ma sono sicuro che alla fine della vita avranno vissuto con meno angosce.

Cosa penso di ciò che accadrà dopo è tutta un‘altra storia… Da quando avevo undici anni documento tutto ciò che faccio, composizioni, foto, concerti, testi; la mia è diventata una specie di ossessione creativa, con la speranza di poter lasciare un’eredità al mondo. Naturalmente ogni tanto penso che fra qualche milione di anni non ci saremo più e che forse potrei anche rilassarmi e lasciar che il mio lavoro si disperda; ma ho ancora la presunzione di credere che potrebbe essere utile a qualcuno e allora sono più felice così.

Davide

Le nuvole come un passaggio figurato tra cielo e terra, per dirla con Pessoa, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. E in questo mezzo sembra muoversi la tua musica, lontana appunto dal rumore dalla terra, ma anche dal silenzio del cielo. Cos’è per te suono, cosa il silenzio? Come dialogano tra loro suono e silenzio?

Stefano

Immagino spesso un mondo alla Cage, dove non abbiamo bisogno di nuovi compositori, ma di nuovi ascoltatori in grado di riconoscere la sublime composizione del silenzio, le strutture ritmiche già presenti nella natura, a nostra disposizione. Come descrivi le nuvole mi fa venire in mente le terre emerse nel nome del nostro gruppo, isole lontane da tutto, che appaiono qua e là. Come i fruscii e gli scricchiolii nel silenzio? Come la frequenza acuta del sistema nervoso e la frequenza bassa della pulsazione del sangue nella camera anecoica in cui Cage sperimentò che il silenzio non esiste? Suono e silenzio vivono l’uno in funzione dell’altro.
Cerco da molti anni di portare nella mia opera artistica i ritmi della natura, stasi e movimento, punti e linee, cerchi, elementi basilari e recentemente, almeno in questo lavoro, testi parlati nel quotidiano, senza che io intervenga con un atto mio di creazione di contenuti; pur suonando lontanissima da Cage, la mia musica contiene parte della sua filosofia.

Davide

Com’è stato per te questo ultimo anno? Pensi a quale futuro?

Stefano

È stato un anno orribile; siamo stati attraversati dalla morte diverse volte, mia moglie ed io; per prima se ne è andata mia suocera, poi il nostro caro amico Giacomo Verde, grande artista malato da tempo, deceduto tra l’altro proprio all’Hospice di San Cataldo e assistito anche da mia moglie; infine mia madre; ma nessuno di loro per via del covid. 

È stato però anche un anno di grande attività creativa, anche se molto in solitudine; ho terminato un nuovo radio-dramma per la SWR di Baden-Baden, fatto uscire il nuovo disco di OTEME, creato diversi video, scritto testi, insomma, ho vissuto in pace con me stesso in mezzo a questo paesaggio allucinante della pandemia. Ho anche riscoperto i boschi vicini a casa mia, unica “terra emersa” su cui rifugiarsi in epoca di lockdown.

Non riesco al momento a vedere nel futuro; è una sensazione strana, perché in genere vedo sempre chiaro (anche quando chiaro non è); penso che la pandemia ci stia condizionando moltissimo, ci stia togliendo la possibilità di sognare e progettare… C’è anche il fatto che a volte sento gli anni… penso che fra una ventina di anni sarò davvero anziano… cerco di non non farci caso e vivere nel futuro prossimo. Il futuro remoto sarà narrato da ciò che lascerò.

Davide

Cosa seguirà?

Stefano

Devo terminare due lavori per la Germania, sono appunto in produzione in questi giorni per la SWR con un radio-dramma intitolato MONDI POSSIBILI e a ruota seguirà una piccola serie radiofonica per Deutschlandradio Kultur; ho poi al fuoco un lavoro teatrale insieme alla compagnia Giallomare (sempre che ce la facciano fare), un’altra collaborazione per la prossima estate nella rassegna Tempi Moderni, organizzata dalla compagnia di danza ALDES/Roberto Castello… per settembre, sempre condizioni permettendo, un paio di concerti, uno con OTEME ed uno con l’Orchestra SMS; forse dovrei anche cominciare a pensare a qualche nuovo lavoro per OTEME…

Davide

Grazie e à suivre…

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