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La 25a ora. Veramente il miglior Spike Lee?

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La 25a ora. Veramente il miglior Spike Lee?

Già dal titolo si dovrebbe capire che "La 25a ora" non è stato affatto, a mio parere, entusiasmante come la promozione e la critica hanno martellato in queste settimane. "Spike Lee è tornato grande", recita uno slogan sulla locandina del film, e già qui ci sono due insetattezze. Innanzitutto per "tornare grande" è necessario non esserlo stato per un certo periodo ed invece Spike Lee, pur realizzando film a intensità e contenuto differente, non è mai sceso al di sotto della soglia del "grande". Ricordate che, ad esempio, il ben più incisivo e originale "Bamboozled", recensito in questa rubrica durante la Berlinale 2001, non è mai uscito in Italia. Ricordate "Summer of Sam" oppure "Get on the Bus"? Beh, sono i lungomtraggi più recenti di Spike Lee prima di "La 25a ora" e, secondo me, sono decisamente migliori di quest’ultimo.
Perché? Andiamo con ordine. "La 25a ora" è tratto dall’omonimo romanzo di David Benioff", diventato per l’occasione sceneggiatore del film. Nel romanzo si parla di Monty Brogan e del suo ultimo giorno di libertà prima di entrare in carcere per una condanna a sei anni per spaccio e detenzione di droga. Monty, magistralmente interpretato dal sempre bravo
Edward Norton, non ha perso contatto coi vecchi amici di sempre Jakob (l’ormai noto caratterista Philip Seymour Hoffman) e Slaughhtery (Barry Pepper). Mentre il tempo corre Monty si scopre fragile, ha paura del carcere, lui che con la sua enorme guardia del corpo accanto non ha mai avuto paura di niente, ora deve chiudere i conti in poche ore, scoprire chi lo ha tradito, rivedere il padre e aspettare l’alba. Nel film quindi seguiamo Monty mentre rivisita i luoghi di sempre, la panchina dove ha fatto i soldi vendendo le dosi, la vecchia scuola dove è stato una promessa del basket o il pub dove il padre è ormai solo col suo passato da alcolista. I pensieri si affollano, forse è stata la sua ragazza, Naturelle (Rosario Dawson) a tradirlo, o forse i nuovi padroni di New York, quei russi ricchi e sfrontati che affollano i tavolini dei caffè alla moda e che ora dirigino i traffici illeciti. E allora? Cosa c’è di meglio di una serata con gli amici di sempre, una lunga notte in un club dove molti nodi verranno al pettine e dopo la quale l’alba può essere diversa da come la si credeva.
In realtà la storia è più scontata di quanto non l’abbia raccontata io. Il piccolo spacciatore di fumo cresciuto senza accorgersene fino a diventare una pedina più grande del previsto, fino ad essere un ingranaggio in un sistema che diventa vitale e mortale allo stesso tempo. La ragazza, dolce e fedele. L’amico professore e imbranato, scopre uno spiraglio di vita sociale nella notte dell’addio. Slaughhtery, infine, mette nei rapporti personali quell’arroganza e quell’eccessiva sicurezza che sfrontatamente lo rende un broker rischiatutto che però rischia di mettere a repentaglio le poche certezze di Monty, accusandone la compagna di tradimento. Insomma si parla di un persona che solo all’ultimo scopre di essere fragile e umano, scopre paure e sentimenti che l’ebrezza del pericolo e la sicurezza dei soldi gli avevano fatto dimenticare. Credo che la maggior delusione nel vedere "La 25a ora" sia la scelta del soggetto che è sempre alla base di un grande film. Difficile è fare un grande film con un soggetto scadente o poco originale. A Spike Lee contesto anche un uso un po’ smaccato di quella retorica tipicamente statunitense che dopo l’11 Settembre deve avere contagiato anche lui, solitamente antagonista e battagliero. I due fasci di luce all’inizio del film, le colonne luminose erte temporaneamente al posto delle Twin Towers, sono un modo sentimentale e sbrigativo per esprimere il proprio sentimento sul terribile attacco terrorista, ma da Spike Lee non me lo sarei aspettato di certo. A ciò si aggiungono alcuni dettagli sparsi durante il film che contribuiscono a tenere alto il livello della retorica spicciola, come ad esempio la carrellata di personaggi stereotipati che dal finestrino Monty osserva finalmente come "stranieri": il tassista mediorientale, l’ortodosso affarista o il negro teppista di Harlem col sottofondo hip-hop.
Da parte di chi ama alla follia Spike Lee è stato comunque difficile trovare qualcosa di quel piglio arrabbiato e di quel punto di vista contrario che hanno sempre contraddistinto le produzioni targate "40 acres and a mule", l’etichetta di Spike Lee. La scena nel club, ad esempio, è un magistrale esempio di regia e fotografia, con l’incedere parallelo degli venti che si svolge perfettamente in un bellissimo crescendo di climax ed emozione. La zampate del grande regista c’è, per fortuna, ma ho ancora l’amaro in bocca per l’occasione mancata, per non aver visto quella New York post-attentato che le note di produzione facevano credere. Spero che Spike non abbia imboccato la strada larga e comoda dei film "per accontentare tutti". Sperio proprio di no.

Michele Benatti

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