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2008
27
Mar

Tutta la vita davanti

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Al call-center della Multiple Italia il lavoro si svolge a metà strada tra l'animazione di un villaggio vacanze e una puntata del Grande Fratello. Danze motivazionali, jingle aziendali, premiazioni, applausi e penitenze concordate sono all'ordine del giorno e segnano le coordinate di un un universo lavorativo grottesco e assurdo eppure orrendamente reale.
Marta, appena laureatasi in Filosofia, come tanti suoi coetanei non riesce a trovare un lavoro all'altezza del suo titolo di studio e quindi è costretta a ripiegare su un impiego part-time in un call-center. Entra così in contatto con una realtà nuova e delirante, nella quale cerca di trovare una sua collocazione. Virzì, alternando commedia, momenti tragici e improvvise coreografie musicali, racconta la precarietà del nostro tempo, soprattutto quella lavorativa, nella maniera che gli è più congeniale, cioè con una notevole freschezza narrativa (voice over di Laura Morante, montaggio di Esmeralda Calabria) e attraverso una galleria di personaggi che vanno a rappresentare svariate tipologie dell'italica mediocrità. Virzì però non è mai cattivo con i suoi personaggi, come Marta li guarda con occhi compassionevoli, quasi con pietà, senza mai condannarli, quasi a trasmettere l'idea di un Paese in cui il degrado culturale e morale più che una colpa attribuibile a qualcuno sia una sorta di condizione sociale nella quale ci si è venuti a ritrovare a vivere. Le ragazze e i ragazzi che stanno nel call-center si adeguano a priori alle regole di questo luogo di lavoro, senza mai domandarsi se siano giuste o lecite. Senza mai chiedersi se altre possibilità esistano. L'omologazione imperante che televisione e adesso anche ambienti lavorativi stanno portando avanti viene vista da Virzì con occhio goliardico, ironico, come se i veri responsabili di questo processo fossero da un'altra parte, in altri luoghi. E invece è nel quotidiano restringimento delle nostre capacità intellettuali (i discorsi sul Grande Fratello, la televisione perennemente accesa) che si deve riscontrare l'abbrutimento che stiamo vivendo. Anche l'università è mostrata da Virzì in maniera grottesca, con una tesi di laurea discussa da Marta davanti ad una commissione di dinosauri, a trasmettere l'idea di una cultura vecchia nei suoi metodi e fossilizzata nelle sue applicazioni che si scontra con una realtà dinamica e impren ditoriale che come è ormai palese della cultura non sa più cosa farsene, proprio perché essa è tra le cose più difficili da trasformare in forme immediate di guadagno e consumo. E anche se Marta riesce a farsi pubblicare su una rivista specializzata inglese un saggio sul rapporto tra mondo del lavoro e modelli televisivi, non sembra che questo traguardo porti ad una svolta o ad un futuro inserimento in un adeguato ambiente lavorativo.
Virzì, naturalmente, non deve portare nessuna verità agli spettatori e non è suo compito ristabilire le sorti sociopolitiche del nostro Paese. Lui è un regista, un narratore, uno a cui piace raccontare storie e che sa fare bene il suo mestiere. Il suo cinema è intrattenimento e i suoi attori dei bravi commedianti. E l'Italia è così piena di storie assurde da raccontare che non c'è neanche più bisogno di inventarsele, basta solo guardare lo squallore che abbiamo intorno, tirare il fiato e mettersi a scrivere.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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