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Scritture cinematografiche per il teatro #1

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David Greig (Edimburgo 1969) è uno dei maggiori drammaturghi contemporanei le cui opere fanno parte di un percorso di ricerca che oscilla tra l’immediatezza di un linguaggio diretto, un linguaggio a volte  ‘sporco’, gergale, e la ricercatezza poetica dell’atto teatrale ovvero l’espressione dell’arte-fatto e di quella comunicazione tutta simbolica che trova nel teatro il suo spazio deputato. È sorprendente il tipo di lavoro di Greig perché riesce ad intrecciare questi due aspetti e quindi per esempio il simbolo con l’azione o la parolaccia con la poesia, creando uno spettacolo di una sperimentazione per niente esibizionista e apprezzabile per i suoi diversi livelli di lettura. Direi proprio che è un autore che sa osare al punto giusto con intelligenza e creatività.
San Diego[1] ad esempio è un’opera le cui caratteristiche entrano a pieno nel tipo di discorso appena fatto. Un testo ammagliante e sorprendente, graffiante e singolare, ma soprattutto affascinante anche perché sa far riflettere il lettore sulla contaminazione tra scrittura cinematografica e teatrale. Innanzitutto per il tipo di linguaggio usato: semplice e diretto come quello della sceneggiatura cinematografica – ma questo è abbastanza banale perché oggi come oggi è il linguaggio prediletto dalla stragrande maggioranza dei drammaturghi anche nel caso del dramma poetico, dove si predilige una poesia prosastica e quindi di un’immediatezza comunicativa – ma soprattutto e in secondo luogo per il tipo di intreccio delle vicende e dei personaggi. Infatti è come se la scrittura fosse divisa in scene cinematografiche: il ‘set’ che di volta in volta fa da fondale ai personaggi è sempre diverso: si passa dall’interno di un aereo al deserto, dalle strade di San Diego all’interno di una stanza di un complesso di appartamenti chiamati Pacific View. E questo avviene senza una netta separazione degli eventi: bisogna immaginare un palcoscenico dove alcuni attori stanno da una parte della scena e altri dalla parte opposta e magari altri ancora in fondo e quando un gruppo ha finito di parlare inizia l’altro senza interruzioni di nessun tipo. L’abilità, poi, dello scrittore è stata quella di unire di volta in volta i vari discorsi con un anello di congiunzione che a volte parodizza il discorso precedente, a volte lo drammatizza.
Per esempio.
In una parte del palcoscenico c’è un pilota in volo e dall’altra sulla terra ferma una coppia di sposi.
MARIE: A chi devo rivolgere le mie preghiere?
PILOTA: Torre, Speedbird Seven Novembre, un veicolo di grossa taglia occupa completamente la due-sei destra.
ANDREW: A chiunque lassù.
 
Quindi più storie si intrecciano tra loro, e ogni storia è portata al limite del reale. Tra i personaggi più strani infatti c’è Laura, una paziente suicida, maniaca e autolesionista che vediamo armata di padella nell’intento di cuocere nel burro una fetta di carne che si è appena levata di dosso, e poi ancora quando si innamorerà di David, la sentiremo eccitata chiedere al ragazzo:
LAURA: Come mi vuoi?
[…]
Mi vuoi tenera?
[…]
Mi vuoi avvolta nella carta e imburrata 
E cotta 
Molto lentamente, così tutto il mio succo mantiene il sapore.
DAVID: Suona bene sì.”
 
Tra i tanti, poi, ci sono anche Innocenzo e Pio, chiari riferimenti ai Pontefici, intenti a educare un giovane emigrato. E ovviamente la loro educazione non riguarda certo i dogmi cristiani! Infatti li vediamo occupati in tre principali operazioni: la loro mansione mattutina è spalare la sabbia del deserto che durante la notte si sposta verso la città così che la sabbia non arrivi mai ad insabbiare San Diego, perché se il deserto occupasse la città la sabbia entrerebbe nei cavi del telefono e gli americani non potrebbero più telefonare e poi loro non potrebbero più guadagnare; infatti un’altra delle loro mansioni è rispondere ad una linea telefonica per uomini che cercano ragazze… Senza dimenticare, poi, che sono invischiati anche nel commercio della carne!? Il loro “figliolo” però non è certo andato a San Diego per spalare sabbia o qualcos’altro di questo tipo e per un attimo sembra dover essere un promettente calciatore.
Il dramma dunque fonde vita quotidiana con le contraddizioni surreali dell’esistenza e sembra non promettere nessuna speranza di cambiamento: tutto è come avvolto da un’aurea di staticità e il solo che potrebbe fare qualcosa per cambiare le cose sembra poter essere lo scrittore stesso. David Greig infatti è sia lo scrittore del testo sia un personaggio della messa in scena. Lo troviamo sin dall’inizio: apre la scena nel prologo adempiendo la funzione di voce fuori campo, voce della coscienza del personaggio, quella voce che nel cinema esplica la situazione iniziale del film e ci presenta solitamente anche il protagonista o simili, e infatti il dramma inizia così:
David Greig è seduto sulla poltrona di un aereo.
DAVID GREIG: Estate 2000. Volo verso San Diego, California.
ecc… ecc….
E poi lo ritroviamo verso la fine davanti alla sua scrivania, come Ionesco o se vogliamo adempiendo la funzione pirandelliana di creatore di vite, mentre interagisce con alcuni personaggi e ci svela la sua complicità con un personaggio Daniel che subito gli chiede: “Perché mi hai portato qui?”.


[1] AA.VV., Teatro scozzese, Ubulibri, Milano, 2007.

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