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Intervista con Arthuan Rebis

14 min read

https://arthuanrebis.jimdofree.com/

Alessandro Arturo Cucurnia (alias Arthuan Rebis), laureato in Musica, è compositore, polistrumentista, arpista, scrittore, operatore sonoro, concertista internazionale. Studioso di tradizioni musicali e spirituali d’Oriente e d’Occidente.
Arthuan Rebis si esibisce in variegati contesti musicali, quali festivals, teatri, piazze, musei, castelli, clubs e così via, e ha collezionato più di 1000 esibizioni in Italia e all’estero (Germania, Francia, Austria, Danimarca, Svizzera, Croazia, Spagna, Belgio, Olanda, Qatar, Repubblica Ceca, USA).
La sua formazione musicale è caratterizzata dallo studio e dalla pratica di stilemi musicali lontani nello spazio e nel tempo, che spaziano dal folk nordico e celtico alle tradizioni orientali (India, Cina, Mongolia), dalla musica arcaica a quella barocca e medievale, fino alle contaminazioni più sperimentali e moderne.
Con i suoi vari progetti ha pubblicato vari album, in veste di autore e compositore, e ha collezionato dozzine di collaborazioni discografiche. Tra gli strumenti che suona ci sono arpa celtica, nyckelharpa, esraj, hulusi, bouzouki, chitarra classica, flauti, cornamuse, percussioni e tastiere.
Nel 2016 esce il suo primo cd solista, composto prevalentemente da brani per arpa celtica, con il nome d’arte Arthuan Rebis. Nella notte di Valpurga del 2020 Arthuan pubblica una fiaba sonora dal titolo “La Primavera del Piccolo Popolo”, composta e registrata in quarantena, nella quale è presente la voce narrante di Paolo Tofani.
Il 26 maggio 2021 esce il terzo album solista, “Sacred Woods” (LP, CD, Digital), stampato e distribuito da Black Widow Records, nell’album figurano come ospiti: Vincenzo Zitello, Paolo Tofani, Mia Guldhammer (Virelai), Glen Velez, Federico Sanesi, Emanuele Milletti, Nicola Caleo, Giada Colagrande etc.
Dal 2017 è autore, compositore e cantante del gruppo The Magic Door, fondato assieme a Giada Colagrande (regista cinematografica, attrice e cantautrice). Il progetto vede la partecipazione di Vincenzo Zitello, maggiore arpista italiano e compositore, e Glen Velez, virtuoso percussionista e massimo esperto di tamburi a cornice. Nel 2018 viene pubblicato l’omonimo concept-album, ispirato dalla Porta Alchemica di Roma. Il disco viene presentato a Radio Rai, a Rai Storie ed è accolto con entusiasmo dalla critica musicale, nonché dal pubblico dei teatri, dove viene presentato mediante uno spettacolo di forte impatto visivo con suggestive proiezioni. Nel luglio 2020 i The Magic Door si esibiscono al Napoli Teatro Festival, raccogliendo un grande successo, la regia dello spettacolo è a cura di Arthuan e Giada, il giorno seguente suonano al Taormina Film Fest. 
Nel 2012 pubblica l’Ep “Il Regno di Flora” con il suo progetto Antiqua Lunae, fondato insieme a Nicola Caleo e Daniele Dubbini.
Nel 2013 inizia una collaborazione con Claudio Rocchi, subito interrotta dalla morte del cantautore. Le connessioni karmiche lo portano anni dopo a stringere amicizia con Paolo Tofani (storico chitarrista degli Area e grande amico di Claudio) con il quale forma un duo nel 2018. Nello stesso anno inizia a suonare in duo anche con Vincenzo Zitello.
Dal 2011 è autore, musicista, cantante e produttore della band In Vino Veritas, tra le più importanti realtà europee in ambito folk medievale e pagano. Il terzo album di IVV, “Grimorium Magi” (2019) viene distribuito da Black Widow Records, assieme a quello di The Magic Door.
Arthuan collabora con Angelo Tonelli dal 2009, insieme al grande grecista ha realizzato numerosissimi “concerti tematici” e “meditativi”, curando le musiche e la selezione dei testi. Dal 2007 opera presso il proprio studio di registrazione dove cura personalmente i propri dischi e produce musiche per spettacoli teatrali, cinema e per operatori olistici.

https://arthuanrebis.bandcamp.com/album/sacred-woods

Video: Come foglie sospese

Arthuan Rebis: vocals, celtic harp, nyckelharpa, esraj, classic guitar,
acoustic guitar, electric guitar, irish whistles, bawu, gaita, frame drums,
percussions, synthesizers, sound bed, sequencers, bass.

Ospiti:
Nicola Caleo Timer Shine: bodhrán, sequencer and percussions cymbals.
Emanuele Ysmail Milletti: fretless bass
Vincenzo Zitello: bardic harp, fujara, santoor
Paolo Tofani Krsna Prema Das: narrator’s voice
Giada Colagrande: vocals
Mia Guldhammer: vocals
Gabriele Gasparotti: synth
Glen Velez: bodhrán
Federico Sanesi: tablas

Intervista

Davide

Ciao Alessandro. Cominciamo dal tuo nome d’arte: cosa vuol dire “Arthuan Rebis”? Ha a che fare con il rebis alchemico?

Alessandro

Ciao Davide! 
“Arthuan” si riferisce al solstizio invernale, nonché alla figura di Artù. Nelle lingue celtiche/gaeliche la parola “arth” significa “orsa/orso”, il mio secondo nome è Arturo.
Rebis è l’androgino alchemico, esatto. Quando ho scelto questo nome ero molto affascinato dalla completezza evocata da questa figura, al di là degli specifici significati ermetici; mi riferisco all’integrazione di un qualcosa che solitamente ci appare solo come esteriore. Mi è sempre piaciuta l’idea di un nome d’arte, lo vedo come un propiziare disorientamento dell’io ordinario in fase creativa.

Davide

Come è nato questo tuo ultimo lavoro, qual è stato il tema centrale della tua ricerca compositiva e nella stesura dei testi di “Sacred Woods”? Cosa rappresentano qui nel titolo i boschi sacri, luoghi di culto di molte antiche religioni?

Alessandro

Volevo fare un album notturno e ho cercato di rappresentarlo anche con l’artwork. Immaginavo una notte che concede un denso brillio di stelle. Nel libretto tutte le figure sono in silhouette. In questa visione le ombre e la luce collaborano a tracciare i confini delle cose, senza primeggiare, al pari di veglia e sogno; è una riflessione tra Giordano Bruno e Hillman.
Pensavo a un album omogeneo, ma che potesse offrire un ampio spettro musicale e tematico ruotando attorno a un asse sonoro (certi stilemi ricorrenti) e un asse simbolico (gli “alberi” o la “foresta”). Volevo inserire alcuni brani nordici e trascinanti, altri più arpistici, altri ancora con qualcosa di lievemente contaminato da suoni più elettrici, e poi qualcosa di cantautorale. 
Credo che il testo del brano di apertura “Albero Sacro” possa rispondere bene alla tua domanda sui boschi sacri. L’albero è rifugio primordiale per uomini, animali, insetti, spiriti. Anticamente in Europa le foreste erano le accademie del sapere orale. L’albero ha ispirato l’ancestrale alfabeto ogamico e quello runico. Quasi ovunque nelle culture del mondo è simbolo del cosmo (inteso come regni di esistenza), ma è anche simbolo dell’andare oltre, basti pensare all’albero della Bodhi nel Buddhismo. 
Nel loro sonno apparente gli alberi sono dunque anche simbolo di risveglio. Sono esempio di qualità positive. Sono i primi abitatori del pianeta, e hanno un ruolo quintessenziale nel sostenere la vita. I loro corpi sono incredibili fucine di trasformazione elementale.

Davide

Anche in questo tuo lavoro ci sono evidenti richiami al mondo dei celti e alla loro venerazione della natura. Cosa significa per te connettersi o riconnettersi oggi alla natura? E qual è il tuo rapporto personale con essa, verso quale connubio ideale con il canto, il suono, la musica?

Alessandro 

Qualsiasi atteggiamento riconciliante è preferibile a quello attualmente dominante, fatto soprattutto di totale disattenzione e abuso. La Natura, quando amata, rispettata e vissuta armoniosamente, apre la mente; ci solleva dalle paure; dona ispirazione. Armonizza ragione e istinto, intuito e riflessione, animale e divino. 
La musica è figlia di umanità e natura, di uomini e donne che tracciarono un ordine nelle cose, calcolando le distanze dei fori di un flauto in osso, la tensione di una corda, oppure scovando molti suoni in una singola voce, percuotendo il tamburo con i ritmi animali. Ma fecero questo guidati da Natura e dalle spontanee manifestazioni, dopo essere stati folgorati e fecondati da una rinnovata intuizione. 
È bellissimo suonare in luoghi naturali ed evocativi. È come ridonare indietro qualcosa.
Trovo ambigua l’espressione “venerare la natura”, perché il termine “venerazione” nell’Occidente moderno implica comunemente anche separazione e subordinazione, nell’illusione che qualcuno o qualcosa possa “sistemare le cose al posto nostro”. Chiaro che per i popoli arcaici le cose erano differenti perché erano immersi nella loro visione del sacro, e molti popoli non percepivano reali confini. Secondo me è importante amarla (la natura) sentendosi parte di essa; questa variazione linguistica può stimolare un primo passo della mente verso una maggiore inclusività e apertura. 
Per essere più pragmatici, rispetto ai miei auspici: mi auguro ad esempio che sempre più persone scelgano di boicottare in massa almeno gli allevamenti intensivi. In natura abbiamo la scelta di evolvere o regredire, si tratta sempre di una scelta condizionata, ma è comunque la nostra coscienza individuale a doverla fare.

Davide

“Fairy Dance” mi ha ricordato una frase da un libro inglese sul piccolo popolo che lessi da bambino e cioè che le fate, quando sono felici, non dicono “sono felice” (I’m happy), ma “sto danzando” (I’m in dance). In realtà le fairies non sono esattamente le fate… Comunque sono entrambe creature sovrannaturali e mitiche, così come altre da te citate, il dio Kernunnos ecc. In che modo, nella tua musica, dialogano artificio (nel senso di “uso dell’arte”), realtà naturale, mito e dimensione sovrannaturale? Verso quale nuovo ideale o idealizzazione?

Alessandro

Molto bella questa risposta delle “fate”, grazie! 
L’idea della danza evoca in effetti spontaneità di gioia e vitalità. Nell’album c’è un brano molto legato alla danza, “Danzatrice del Cielo”, che è un omaggio alla Dakini. In questo caso siamo oltre le ispirazioni del bosco sacro, direi più in alto, o tutt’al più siamo nell’ispirazione di una natura profonda delle cose. La musica cerca di evocare soprattutto l’elemento Aria, e ci sono un tamburo di Glen Velez e un “pedale” dell’arpa che la sostengono e spingono dal basso verso l’alto.
Nella mia vita, onestamente, tendo a non fare molta distinzione tra fenomeni ordinari e dimensioni più incorporee. 
Riguardo alle creature “altre”: studiando il sapere e i miti delle culture orientali, dei popoli nordici, e di greci, celti ed altri ancora, possiamo constatare che quasi univocamente essi sostengono che sia nelle regioni “alte” come in quelle “basse” si nasce e si muore, e non mancano sofferenze. 
Rispetto alle dimensioni di cui parli credo quindi che il focus dovrebbe essere puntato qui: chi cerca genuinamente di rispettare l’invisibile può acquisire consapevolezza anche nel cercare di rispettare il visibile. Questo è ciò che si insegna classicamente anche nello sciamanesimo siberiano. L’arte può avere un grande potere in questo.

Davide

Suonati da te o dai numerosi ospiti, in questo disco si possono ascoltare molti strumenti di diversa provenienza, non solo tipici della tradizione celtica, ma anche dell’India (esraj, santoor, tablas), della Slovacchia (fujara), della Cina (bawu), della penisola iberica (gaita)… Come nasce il tuo polistrumentismo e cosa rappresenta per te l’uso di strumenti acustici, etnici e antichi, a cominciare certo dall’arpa celtica, che è il tuo strumento principale?

Alessandro

Nasco come chitarrista, poi ho studiato musica in senso ampio, ho dedicato molto tempo anche a composizione, arrangiamento, mix. Ad ogni modo, dopo la chitarra e le tastiere, mi sono dedicato ad esraj, bouzouki, cornamusa… Gli strumenti che suono di più dal vivo però sono l’arpa celtica e la nyckelharpa. 
Riguardo all’arpa: fui folgorato da un concerto di Vincenzo Zitello, dal suo modo di suonare e dalle sue composizioni. Vincenzo è diventato poi un caro amico e collaboratore. Qualcosa di analogo accadde con la nyckelharpa, a un concerto dei Poeta Magica (band tedesca) che vidi nel 2005. Anni dopo ne ho comprata una, proprio grazie a Holger Funke, con il quale ho poi condiviso il palco in Italia e Germania.
L’arpa celtica è certamente lo strumento del mio cuore, la figura del bardo/druido è sempre stata molto familiare, come familiare è sempre stato memorizzare musiche o masticare i miti celtici. La celtitudine (“celtitude”) è un tipo di emozione specifica, come la saudade, che può sorgere con una sequenza di accordi, con le poesie di Yeats, con certe acciaccature musicali, o davanti a un mare d’erba che scompare a picco sul mare, o quando nel bosco la mente danza con l’invisibile grazie a un angolo oscuro o a un raggio di luna. A volte basta il suono di una cascata, altre un po’ di nebbia, e la mente danza, proprio come quelle fate di cui parli. 

Davide

Tra i molti ospiti non sfugge la voce narrante dell’ex chitarrista degli Area Paolo Tofani, da molti anni ormai dedito alla ricerca spirituale anche attraverso la musica. Ti va di presentarci anche un po’ più nel dettaglio gli altri musicisti che hanno collaborato in “Sacred Woods”? 

Alessandro

Con Paolo ho un bellissimo rapporto. Nicola Caleo è per me di famiglia e ha curato alcune parti percussive. Ysmail Milletti è amico polistrumentista e si è occupato di quasi tutti i bassi dell’album. Vincenzo Zitello non è solo arpista, infatti ha suonato anche altri strumenti, e come già detto è un amico e fa parte di The Magic Door assieme a me e Giada Colagrande, con la quale condivido progetti musicali ed extramusicali, essendo lei anche regista di Cinema. Giada ha cantato con me l’intro di “Danzatrice del Cielo”. Glen Velez è uno dei più importanti percussionisti viventi, ho avuto il piacere di suonare dal vivo con lui e di coinvolgerlo nel primo album di The Magic Door. Federico Sanesi è un grande tablista che ha suonato a lungo con Vincenzo. Mia Guldhammer è la magnetica cantante dei Virelai, gruppo danese che ho incontrato più volte in Danimarca durante i tour con gli In Vino Veritas. Gabriele Gasparotti è un musicista molto abile a sperimentare con i synth.
Ci tenevo molto a coinvolgere altri artisti; sapevo che la Black Widow avrebbe stampato anche i vinili (edizione “standard” + limitata con copertina 3D), ed essendo la mia prima pubblicazione in questo formato, ho colto l’occasione per celebrare amicizie, legami e collaborazioni, le quali hanno nobilitato il progetto “solista”. 

Davide

In “Elbereth” hai musicato Tolkien. Cosa in particolare ami della sua opera più volte fraintesa e a volte anche abusata, come dagli hippy dapprima o poi dalla destra radicale di impostazione neo-pagana?

Alessandro

Come tutti i suoi estimatori amo la profondità, la capacità di ricostruire qualcosa di originale, complesso e completo da tutti i punti di vista, sulla base di una ricchissima eredità culturale. 
Elbereth mi ha permesso di evocare una sensazione di malinconia che trascende il contesto elfico. È una sensazione molto positiva. È simile al discorso della celtitudine descritta poc’anzi, ma si spinge oltre.
È una dea che accende le stelle, e rappresenta una dimora ancestrale, di cui si ha nostalgia, e che di notte ci avvolge con la sua luce lontana. È come fissare la fiamma di una candela ed espanderla con la mente. È detta anche “Fanuilos” (“Sempre Bianca”). Ho cercato di scrivere una musica che potesse suonare in modo solenne, ma anche dolce, melanconico, ipnotico ed elficamente folklorico. A voi la sentenza!

Davide

Oltre alle tue composizioni, perla semisconosciuta del prog folk rock, c’è anche una riproposizione di un brano del 1971 della band inglese Comus (“Diana”). Come mai questa particolarissima scelta?

Alessandro 

La colpa è tutta di Massimo Gasperini di Black Widow Records! ☺ È stata sua la proposta di aggiungere ai miei brani una cover dei Comus. L’ho accolta al volo essendo apprezzatore di quel gruppo. 
Ho scelto “Diana”, la più idonea a inserirsi nel mio album. La mia versione è piaciuta anche all’autore, Colin Pearson; e non nascondo la soddisfazione.
Dapprima ho creato un tappeto ritmico con esraj e nyckelharpa per farli poi armonizzare e aprire sul “ritornello”, così all’improvviso emerge un’atmosfera più leggera. Sempre in quel punto c’è anche un organo molto basso di volume, che omaggia velatamente “Straight to you” di Nick Cave & the Bad Seeds, ma dubito che qualcuno possa farci caso autonomamente, perché l’ho tenuto davvero molto “dietro” nel mix.

Davide

Ti occupi anche di attività olistiche, conducendo seminari di meditazione, studiando cose come lo sciamanesimo, il Buddhismo tibetano, simboli e miti di culture antiche. E ho letto che da anni effettui trattamenti mediante il letto armonico Axis Mundi, da te ideato. Di cosa si tratta?

Alessandro 

Non ho inventato nulla di fatto, perché il sound bed è un tipo di strumento diffuso da molti anni, che è integrato persino in certe cure ospedaliere, come a Zurigo. 
L’Axis Mundi ha però alcune caratteristiche specifiche. 
La qualità primaria è che ti mette a contatto diretto con la sua vibrazione. Quando sei sopra diventi tutt’uno con la cassa di risonanza, perciò il suono attraversa il tuo corpo e si diffonde in maniera omogenea, e qua e là può incontrare alcune “resistenze”.
È un approccio esperienziale al suono, che potremmo definire pitagorico.

Davide

Ezio Bosso disse che la musica è una vera magia, non a caso i direttori hanno la bacchetta come i maghi. Ma se la magia è una pratica che dovrebbe essere capace di controllare e sottomettere al proprio potere la natura e l’uomo tramite riti, formule, incantesimi ecc., qual è invece, secondo te, il potere più grande della musica?

Alessandro

Non per fare il Bastian Contrario nei confronti del grande Ezio Bosso… Nell’Antico Egitto i chironomi facevano la stessa cosa con i gesti delle mani, senza bacchette, ed erano disposti davanti ai musicisti. I bardi irlandesi erano spesso ciechi invece, quindi non avrebbero potuto vedere le bacchette… 
Scherzi a parte, la “bacchetta magica” è lo “skeptron”, figura anche nella rappresentazione più nota di Kernunnos, da te citato, il quale però impugna anche un “torc”, apparendo perciò in equilibrio tra maschile e femminile. Non è in contrasto con il femmineo, non prevarica; tutt’al più controlla le energie e siede come in meditazione. In questo è simile al Dioniso delle Baccanti, che poi in una società patriarcale e monoteista è stato ghettizzato nel Sabba.
Un eccesso di “volontà di scettro” porta a desiderare di sottomettere gli esseri e gli ambienti, basta guardare fuori dalla finestra.
La volontà di sottomettere è pericolosa. Pensiamo al Golem praghese, o alla storia del Doktor Faust.
Ciò che qualifica il rito risiede soprattutto nella motivazione. Senza la compassione il rito è sterile. Anche dare le briciole agli insetti può essere un rito potente, perché se la mente si concentra sull’amore universale allora avviene una amplificazione di frequenza – per dirla in termini sonori – e un semplice gesto si riempie così di significati fertili.
I Maestri tibetani ci ricordano che ciò che dovremmo cercare di sottomettere davvero è la nostra mente egoista. Questo pensiero scuote le nostre abitudini.
Per concludere sul tema della “magia”. Nella mia vita ho visto fenomeni definibili come “paranormali”, sì, se però fosse comune testimoniare certe esperienze essi diventerebbero fenomeni “normali”. Del resto ci sono state epoche in cui certe cose erano più frequenti. Dunque certi fenomeni sono magici finché li etichettiamo come tali; ma se le collettività ritengono una cosa “possibile” è più facile che essa si verifichi dozzinalmente.
Chiaro che è convenzionalmente accettabile definire certi eventi come magici. Anche io faccio volentieri questo uso ordinario del termine, ma ho trovato illuminante capovolgere l’oggetto imputato di “magia”:
Lo straordinario Lama Yeshe, parlando ai suoi discepoli, disse cose molto potenti e sovversive che mi scuotono al solo pensiero (c’è il video su YouTube, con sottotitoli in italiano, chiamato “Magic is not the path of liberationLa magia non è il sentiero della Liberazione”). Dunque qual è la vera magia secondo questa visione? “L’attaccamento è la magia”, “La magia è con voi da quando siete nati fino ad ora” ci dice il Lama. 
La nostra mente si afferra continuamente e inconsapevolmente a visioni distorte della realtà. Crediamo che le nostre illusioni siano realtà oggettiva. Siamo quindi sotto il più potente degli incantesimi.

Davide

Cosa seguirà?

Alessandro

Ho tanti progetti. L’altro giorno ho letto una recensione dove è scritto che forse dormo poco la notte. Io dormo tanto, è che la maggior parte delle idee mi vengono in sogno. Forse dovrei dormire di meno! 

Davide

Grazie e à suivre…

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