KULT Underground

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Il ladro di suoni – Vittorio Giacopini

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Fandango (Roma,2009)
pag. 160, euro15.00
 
“Nelle rare occasioni in cui usciva inpaese, sembra un bradipo in processione, un vecchio con la faccia ancora daragazzino, insomma un mostro. Ma, quasi sempre, restava in casa nel frescosigillato di una stanza in penombra, con le serrande eternamente socchiuse aproteggerlo dai raggi del sole, anzi dal mondo. Viveva su un’antica poltronamalandata nel cono di luce di una fioca lampada elettrica e passava le ore a divorarestupidi romanzi e a prendere appunti su sdruciti foglietti che poiappallottolava e gettava via. Ascoltava pochissimi dischi, sempre quelli”. Aleggere la quarta di copertina. E ogni capitolo del romanzo “Il ladro disuoni”, di Vittorio Giacopini, è introdotto da un pezzo di fiaba preso daquelle di H. C. Andersen. Tra la Versilia degli anni Cinquanta e il Nevadadalle spoglie montagne, tra la morte di Charlie Parker e il fine vita di DeanBenedetti esiste un sottile e forte filo. Il brillante romanzo di VittorioGiacopini nasce sulla spinta di quella che appariva una leggenda. Prendiamoquesta volta la bandella. “Gira la voce che nascoste da qualche parte, chissàdove, ci siano ore e ore di registrazioni di Bird, suoni rubati da un pazzospacciatore, un parassita che lo (a C. Parker, n.d.r.) seguiva ovunque, comeun’ombra, e registrava tutte le sue serate, i suoi concerti. Quei nastridiventano il Sacro Graal del Jazz. Ma chi era il ladro di suoni, e dove sitrovava?”. Dean Benedetti, insomma? Ovvero quello strano personaggio che s’eratrasferito dagli Usa in Toscana? Lo spacciatore italiano che avrebbe volutoimparare a suonare bene il sassofono, ma che con lo strumento non riusciva atrovare legame? Tutto vero, dunque, e tutto falso. Il tutto vero è tutto falso.E viceversa. Di Torre del Lago, per l’esattezza, nel romanzo che Giacopiniforma nello spessore d’un saggio musicale, c’è poco. Perché il Jazz è Usa.Allora la maggior parte delle pagine non entra nelle dimensioni della Versiliadegli ultimi due anni di vita di Benedetti, deceduto nel ’57, tranne che disquincio. Ma s’appropria di buona parte della storia del jazz. Per raccontareun furto storico. Una ragione d’arte. E per spiegare le strane risposte alladevozione per la musica. In pratica Benedetti, sassofonista fallito, giornodopo giorno in America segue Parker (Bird) per ‘rubare’ lui i frangenti inassolo. Abitudine nota alla gente che ruota e vela intorno alla figura del mitoe mitico Parker. Che Benedetti alla fine vuole doppiare Parker. Il romanzo diced’una desolazione intima. Nonostante tutto. Mentre parla persino d’una viad’uscita, non imboccata. Per le amanti e gli amanti della musica, in maggiormisura, è il libro da non lasciare. 

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