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2012
16
Dic

Intervista allo scrittore Luca Negri

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 La funzione dell’arte negli anni dieci del terzo millennio
 
 
 
Il termine ‘Artista’ è decisamente abusato e vittima di una lunga serie di luoghi comuni abbastanza scontati. Basta aver partecipato ad un talent show o aver vinto un concorso per essere classificati tali. La vanificazione della figura dell’artista porta alla vanificazione dell’arte stessa. Il parere di Luca Negri può essere utile per approfondire il significato dell’arte calata nel terzo millennio.  Negri si occupa d’arte utilizzando la parola scritta, è un giornalista e uno scrittore (con anche un passato da cantante punk e da Deejay) reso celebre dalla recente pubblicazione di una completa biografia del cantante punk e artista Giovanni Lindo Ferretti (in cui faceva coincidere la storia personale di Ferretti con la “storia personale” del nostro paese) intitolata Giovanni Lindo Ferretti partigiano dell’Infinito (Vallecchi, 2010)  oltre che di un pamphlet sulla singolare carriera politica di Gianfranco Fini, dal titolo emblematico DoppiFini (sempre edito da Vallecchi).
 
Cosa è per te, esattamente, l’arte?
Domandona. Mettiamola così: storicamente, l’arte nasce con funzione religiosa, di culto, direi liturgica. Quella dimensione fondante non andrebbe mai persa. Ancora oggi, la vera arte dovrebbe produrre momenti d’incontro fra la dimensione orizzontale della vita quotidiana e quella verticale della trascendenza. Ciò non significa che sia obbligata a trattare esclusivamente argomenti religiosi o fantastici.
 
C’è una scuola di pensiero che vede nell’arte il veicolo portatore delle istanze di liberazione sociale. Ha mai avuto senso questo modo di vedere, secondo te?
Mi pare un errore di prospettiva. L’arte dovrebbe parlare più che altro all’interiorità dell’individuo. Sul piano sociale dovrebbero manifestarsi i riflessi di consapevolezze squisitamente interiori. E’ proprio consigliabile che tutta la produzione artistica, come quella filosofica e scientifica, rimanga autonoma, libera dalle ideologie politiche, dagli spiriti partigiani. Ovviamente l’artista ha idee politiche, visioni del mondo, ma il suo compito non è quello di offrire la ricetta per la “liberazione sociale”. Meglio che si limiti a dare il suo contributo come artista che come politico. Spesso l’organizzazione del vivere civile ha bisogno di gente più pratica dei poeti.
 
L’arte può funzionare quindi per liberare l’individuo dalle proprie ansie e a regalargli una sensazione di infinito?
Direi di sì. Se l’arte accetta il fondamento sacrale di cui parlavo prima, può essere catartica e aprire porte sull’infinito. Ripeto, non per forza trattando soggetti religiosi o sacri. Si tratta più che altro di un’attitudine dell’artista.
 
Quale forma d’arte preferisci?
Mi interessa soprattutto la scrittura, in tutte le sue forme. Anche un saggio può essere poetico, un libro di storia può diventare un buon romanzo. Come semplice fruitore, devo molto anche alla musica e a certi periodi della storia della pittura europea.
 
Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stata la scintilla che ti ha fatto prendere questa decisione?
Ho sempre scritto con e per diletto. Già alle elementari scrivevo raccontini. Poi è stato il turno di canzoni, poesie, romanzi abortiti, saggi. Da qualche anno lo scrivere è diventato anche una professione, con articoli sulle pagine culturali di alcuni quotidiani e i libri. Per certi versi si è trattato della realizzazione di un desiderio non del tutto consapevole e di una situazione di ripiego: ero un insegnante precario disoccupato e allora mi sono buttato.
 
Quante opere hai realizzato fino ad ora?
“Opere” è una parola grossa. Mi fai sentire come uno su cui faranno una tesi di laurea… Diciamo che, più modestamente, ho pubblicato qualche racconto, una raccolta di poesie sotto pseudonimo, la biografia affettuosa di Giovanni Lindo Ferretti e il pamphlet abbastanza velenoso contro Gianfranco Fini. Due saggi, questi ultimi, con una certa impostazione romanzesca.
 
Hanno senso i corsi di scrittura creativa? Oppure è meglio lasciar scorrere naturalmente la propria creatività?
Diffido dei corsi di scrittura ma anche della creatività spontanea. La scrittura è anche disciplina, un incontro di forma e contenuto. Qualcosa da imparare c’è, sia per scrivere una poesia che un articolo di giornale. Leggere scrittori bravi, maestri, è indubbiamente la scuola migliore. Ma non ho dubbi sul fatto che esistano ottimi corsi a pagamento in grado di insegnare qualcosa e far maturare talenti.
 
In quale momento della giornata sei solito scrivere?
Solitamente la notte. La pace e l’invito alla meditazione offerto dalle ore notturne aiutano molto. Non sono certo io il primo a dirlo. Il giorno lo dedico maggiormente alla lettura, al procacciarmi idee per articoli, alla famiglia.
 
Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici e letterari?
Dovrei rispondere con un elenco molto lungo, sicuramente noioso. Limitandomi alla scrittura, direi che subisco molto l’influenza di alcuni letterari e filosofi tedeschi e russi, di qualche anglosassone, di parecchi italiani. Se dovessi fare un solo nome, citare un personaggio emblematico, un artista completo (fu anche scienziato), un maestro dei tempi moderni sarebbe quello di Goethe.
 
Domanda inevitabile: Hai nuovi progetti in cantiere?
Sì, sto lavorando ad un saggio abbastanza filosofico ma non accademico. Una specie di filosofia pop. L’uscita è prevista per i primi mesi del 2013. Non più con lo storico e glorioso marchio Vallecchi dei miei due lavori precedenti, ma edito dalla coraggiosa Lindau di Torino. Poi ho un paio di trame di romanzo che mi ronzano per la testa. Sarebbe ora che ne finissi uno, dopo tanti tentativi. E non mi dispiacerebbe vederlo pubblicato.    
 
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