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2005
25
Giu

Poeti e Poesie

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Esperienze di Scrittura 7:

Poeti e Poesie

(ovvero, Scrivere in versi)

 

E' già caldo, troppo per essere solo un principio d'estate.

Mi muovo piano, talmente piano che i ciotoli della vecchia Bologna mi pungono i piedi e il passo.

Sotto un sole di metà pomeriggio me ne vado alla ricerca di un bar, un piccolo ristoro che alle 17.00 servirà, oltre a the e pasticcini, anche l'incontro di uno stravagante Club dei Poeti.

Mi arrampico per marciapiedi e striscio muri, l'odore di strada accaldata è pungente.

Arrivo un po' in anticipo, è un localino classico, tipico nel suo genere: interni pastello, sedie imbottite e tazze con i fiori.

Il cameriere mi dice che i poeti arriveranno a breve, che tra gli autori si nascondono uomini e donne illustri. Ma la mia mente è ferma.

"I poeti arriveranno a breve!"

Mi stampo questa frase nella testa, non capita spesso di sentire in giro un monito simile.

Sorrido beata e perdo i miei occhi umidi dentro al caffè. E mente loro cominciano a galleggiarci dentro - due vele alla deriva - penso a come sono lontani i tempi in cui anche io scrivevo poesie.

 

Sono un po' confusa, quando sopraggiungono i primi autori.

Il rumore di stoviglie, lo stereo che sparge musica in sottofondo e la luce tagliata del sole mi distraggono e mi fanno pensare di essere lì per fare quattro chiacchiere sul tempo e sulla politica.

Invece, siamo – io e un ormai nutrito gruppo di individui -  tutti presenti per discutere di poesia, per leggere componimenti e sperimentazioni, per indagare che cosa significhi scrivere in versi.

Un signore con una barba lunghissima mi dice che scrivere poesia è "un po' come entrare a far parte di un circolo". E mente mi domando di cosa stia parlando, viene aperta la riunione del Club.

Mi guardo attorno e vedo che l'attenzione si focalizza su qualcuno che comincia a parlare sottovoce. Dopo qualche minuto di sconcerto, capisco che questo qualcuno sta recitando.

Recita un suo scritto.

E mi stupisco perché è assolutamente rapito.

Mi stupisco perché crede in maniera così totalizzante in ciò che dice da parere un predicatore.

Ma no, il problema non è "credere" nelle proprie parole, bensì "sentirle".

E, così, mi rendo conto che quella persona che si muove nel mezzo della sala "sente" davvero ciò che sta dicendo.

Questo mi fa affiorare alla mente qualcosa che so di aver conosciuto, ma non capisco cosa.

Ed è allora che un giovanissimo poeta, guarda il mio sorriso dimentico e si avvicina.

Mi mette una mano sulla spalla e dopo un'attesa infinita pronuncia qualcosa.

"Scrivere poesia è un pugno allo stomaco".

Lo guardo dubbiosa, ma lui se ne va e mi lascia sola dentro la gente.

Già, perché nel frattempo si è radunata una discreta folla. Ci sono tipi buffi e ci sono ragazzi che hanno marinato le lezioni, uomini con i baffi arricciati e signorine "per bene", e in tutto questo via vai, gli autori se ne stanno lì, impalati per ore, ascoltandosi a vicenda, discutendo e parlando.

Sarebbe un giudizio affrettato sostenere che questi pomeriggi sono aridi e vuoti esercizi di auto-compiacimento. Dopo un po' di tempo, infatti, se si guarda bene, si scopre che le parole girano su se stesse e, a seguito di qualche piroetta, ricadono sui loro proprietari.

I pensieri che si ascoltano sono personali, frutto di vissuti privatissimi, ma nel loro svelarsi riescono sempre a sfiorare qualcuno, a farsi volano per le paure, le gioie, i sospetti di qualcun altro.

Ed è bello.

Esatto, è bello vedere come senza nessun congegno, senza alcuna tecnologia, senza nessun artificio, una persona può toccare un'altra.

Ed improvvisamente mi ricordo perché IO scrivevo poesie.

Ed il motivo è molto semplice: mi pareva che il mio sentire potesse essere sentimento per altri, esperienza condivisibile e da spartire con un altro essere umano.

E mi sentivo meno sola.

Già, come diceva quel ragazzo scrivere poesie è "un pugno allo stomaco".

Un diretto alla pancia che ti investe con la forza di un treno in corsa.

Tutto è concentrato in un unico colpo.

Tutto è così intenso che è quasi un dolore buttare le lettere sul foglio.

E' puro sentimento.

Serve una concentrazione estrema per scrivere poesie, un'attenzione assoluta verso il proprio vissuto. Bisogna sapersi ascoltare.

 

Elisa Rocchi

 
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:: Elisa Rocchi

Elisa Rocchi Nata a Cesena, nel cuore di Romagna, ventiquattro anni fa, comincia a scrivere fin da piccola, scoprendo passo dopo passo un grande amore per le parole.

Diplomata nel 1999 (Liceo Socio-Psico-Pedagogico) si iscrive, nello stesso anno, alla Facoltà di Scienze dell’Educazione.

Nel Marzo 2004 consegue la Laurea con Lode con una tesi dal titolo “Il senso del Fare Formazione. Processi di sensemaking nelle strutture formative dell’Emilia-Romagna”. Il lavoro svolto le vale, nel Giugno 2004, il conferimento, da parte del Rotary International – gruppo Felsineo Bologna -, del “Premio per le Facoltà dell’Università di Bologna” come “Migliore Laurea in Scienze della Formazione”.

Partecipa a diversi Laboratori di Scrittura Creativa per sperimentarsi in situazioni e stili differenti, si qualifica tra il 2° e il 10° posto ex-aequo al Concorso Nazionale “Scrittori in Erba. Fiabe per il Terzo Millennio” e si piazza al secondo posto nel Concorso Nazionale “Scrivi l’Estate” patrocinato dal Comune di Roma-Fiumicino e dall’IRRE del Lazio.

Da quasi cinque anni svolge attività di volontariato culturale presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena, sez. Ragazzi. Da cui comincia la sua attività di ricerca: crea alcune bibliografie di libri per l’infanzia sul tema del randagismo e dell’abbandono di animali in concomitanza con un Progetto, gestito dalla Provincia di Forlì-Cesena, per spiegare il fenomeno all’interno delle scuole elementari e medie.

Attualmente è iscritta presso l’Accademia Drosselmeier, gestita dalla Cooperativa Culturale Giannino Stoppani di Bologna, al Master in Editor di Libri per l’Infanzia.


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