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John Steinbeck e il mito americano

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John Steinbeck e il mito americano

Nessun altro romanzo esprime come "Furore" l’epopea, il sogno, l’illusione americana, il viaggio alla ricerca di una seconda possibilità, attraverso un’altra vita, e poi il disinganno, la delusione, la lotta: ricominciare sempre di nuovo, sembra essere il destino degli eroi d’Oltreoceano.
L’epoca è quella della Grande Depressione, cominciata nel fosco "giovedì nero" di Wall Street, nel 1929: causa immediata furono le speculazioni bancarie, ma gli storici individuano oggi il vero motivo nelle sovrapproduzione, l’eccesso di produttività di industrie e agricoltura, che non trovava più un sufficiente sbocco nel mercato europeo. L’Europa, infatti, proprio grazie agli aiuti americani, si stava risollevando dall’incubo della Prima Guerra Mondiale, e cominciava ad essere autosufficiente: ma il collasso economico partito da Wall Street si irradierà sulle strutture ancora fragili del vecchio continente, travolgendole.
Al momento dell’insediamento di Francklin Delano Roosvelt alla presidenza, il 4 marzo del 1933, il sistema bancario americano era completamente crollato sotto il peso del ritiro dei depositi di migliaia di clienti in preda al panico, l’industria e il commercio erano ridotti ai minimi termini, la disoccupazione interessava dai 12 ai 15 milioni di lavoratori, il 60% delle famiglie percepivano redditi a un livello minimo di sopravvivenza; gli agricoltori delle regioni del West, che avevano visto i loro redditi ridursi di due terzi in tre anni (in seguito anche alla grande siccità), erano inoltre tormentati da un fortissimo vento, partito dal Texas occidentale, che ricopriva le pianure di sabbia.
Nelle campagne stava per scoppiare una rivolta: tanto più che le banche, sull’orlo del fallimento, ostacolavano il riscatto delle ipoteche sulle terre.
La famiglia Joad, protagonista del romanzo, è infatti spodestata dal piccolo appezzamento che coltivava a mezzadria dall’arrivo della "trattrice" mandata dalla banca; come loro, moltissimi affittuari dell’Oklahoma, sfrattati dai latifondisti proprietari.
Inizia, anche per loro, una disperata marcia lungo la Highway 66, su un vecchio autocarro carico di masserizie, attratti dal miraggio della California, la terra degli aranci e delle pesche, vantata dai manifestini di propaganda per le paghe alte e il "lavoro per tutti"; ma la realtà si rivelerà ben diversa, e i Joad si ritroveranno immersi nel tragico flusso della manodopera a buon mercato, dello sfruttamento dei proprietari dei frutteti, bollati dall’umiliazione della miseria e del disprezzo della gente.
Tom, il figlio maggiore, uscito da poco di prigione, si avvicinerà al sindacalismo, sarà braccato dalla polizia, così come l’altro figlio, Al; la giovane Rosa Tea, incinta, verrà abbandonata dal marito, Connie, fuggito da solo in cerca di fortuna, e perderà anche il bambino.
Quella che ci appare alla fine sembra una famiglia distrutta, sconvolta nei suoi valori e nelle sue credenze: eppure, si intravede ancora uno spiraglio di speranza. Il latte di Rosa Tea, destinato al figlio nato morto, serve a salvare la vita di un vecchio consumato dall’inedia, un’altra vittima della recessione economica; il libro si conclude con il sorriso "misterioso" della ragazza, che sfamando l’uomo diventa madre per la seconda volta.
La grandezza di Steinbeck, al di là della vaghezza e del radicalismo delle sue teorie sociali, sta nell’aver disegnato un quadro imponente e amaro del mito americano della Terra Promessa, naufragato nella disillusione: eppure, non viene mai meno l’ostinazione a credere, nonostante tutto, nella vita, nella resurrezione. Anche la Grande Depressione avrà termine col New Deal, il "nuovo corso" inaugurato da Roosvelt .

Lorenza Ceriati

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