KULT Underground

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Tutta la vita davanti

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Al call-center della Multiple Italia il lavoro si svolge a metà strada tra l’animazione di un villaggio vacanze e una puntata del Grande Fratello. Danze motivazionali, jingle aziendali, premiazioni, applausi e penitenze concordate sono all’ordine del giorno e segnano le coordinate di un un universo lavorativo grottesco e assurdo eppure orrendamente reale.
Marta, appena laureatasi in Filosofia, come tanti suoi coetanei non riesce a trovare un lavoro all’altezza del suo titolo di studio e quindi è costretta a ripiegare su un impiego part-time in un call-center. Entra così in contatto con una realtà nuova e delirante, nella quale cerca di trovare una sua collocazione. Virzì, alternando commedia, momenti tragici e improvvise coreografie musicali, racconta la precarietà del nostro tempo, soprattutto quella lavorativa, nella maniera che gli è più congeniale, cioè con una notevole freschezza narrativa (voice over di Laura Morante, montaggio di Esmeralda Calabria) e attraverso una galleria di personaggi che vanno a rappresentare svariate tipologie dell’italica mediocrità. Virzì però non è mai cattivo con i suoi personaggi, come Marta li guarda con occhi compassionevoli, quasi con pietà, senza mai condannarli, quasi a trasmettere l’idea di un Paese in cui il degrado culturale e morale più che una colpa attribuibile a qualcuno sia una sorta di condizione sociale nella quale ci si è venuti a ritrovare a vivere. Le ragazze e i ragazzi che stanno nel call-center si adeguano a priori alle regole di questo luogo di lavoro, senza mai domandarsi se siano giuste o lecite. Senza mai chiedersi se altre possibilità esistano. L’omologazione imperante che televisione e adesso anche ambienti lavorativi stanno portando avanti viene vista da Virzì con occhio goliardico, ironico, come se i veri responsabili di questo processo fossero da un’altra parte, in altri luoghi. E invece è nel quotidiano restringimento delle nostre capacità intellettuali (i discorsi sul Grande Fratello, la televisione perennemente accesa) che si deve riscontrare l’abbrutimento che stiamo vivendo. Anche l’università è mostrata da Virzì in maniera grottesca, con una tesi di laurea discussa da Marta davanti ad una commissione di dinosauri, a trasmettere l’idea di una cultura vecchia nei suoi metodi e fossilizzata nelle sue applicazioni che si scontra con una realtà dinamica e impren ditoriale che come è ormai palese della cultura non sa più cosa farsene, proprio perché essa è tra le cose più difficili da trasformare in forme immediate di guadagno e consumo. E anche se Marta riesce a farsi pubblicare su una rivista specializzata inglese un saggio sul rapporto tra mondo del lavoro e modelli televisivi, non sembra che questo traguardo porti ad una svolta o ad un futuro inserimento in un adeguato ambiente lavorativo.
Virzì, naturalmente, non deve portare nessuna verità agli spettatori e non è suo compito ristabilire le sorti sociopolitiche del nostro Paese. Lui è un regista, un narratore, uno a cui piace raccontare storie e che sa fare bene il suo mestiere. Il suo cinema è intrattenimento e i suoi attori dei bravi commedianti. E l’Italia è così piena di storie assurde da raccontare che non c’è neanche più bisogno di inventarsele, basta solo guardare lo squallore che abbiamo intorno, tirare il fiato e mettersi a scrivere.

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