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Adelaida – Adriàn N. Bravi

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Nutrimenti (Roma, 2024)

pag. 144

euro 17.00

“Ho conosciuto Adelaida Gigli nel 1988, quando aveva sessantuno anni”.

Grazie a questo incontro, avvenuto a Recanati, città natale e tappa forzata di ritorno di Adelaida Gigli, avvenuto in un appartamento affacciato sul cortile di Sant’Agostino, nasce questa biografia giustamente titolata “Adelaida”, con la quale lo scrittore Bravi è capace di ridarci la figura imponente di una protagonista del Novecento.

Minore? Adelaida Gigli era una figura minore? Ma come può esserlo, una persona arrivata in Argentina, dove parteciperà attivamente alla vita artistica e letteraria sotto dittatura, da Buenos Aires, che sbarcata come esule dal fascismo con la sua famiglia nella nuova casa perde, perché assassinati, una figlia ed un figlio, e che, nonostante questo, resisterà attivamente, almeno fino a quando sarà possibile (1978) avere salva la vita per combattere l’oppressione peronista?

“Il suo appartamento, un ampio monolocale pieno di sculture, ceramiche e quadri, era diviso tra librerie e vecchi mobili. Ogni parete sembrava un piccolo universo da scoprire, con le pieghe e le incrostazioni. Alcune porzioni delle pareti, dove l’intonaco cedeva ai passaggi del tempo, erano coperte con le sue ceramiche o i suoi disegni; altre, invece, con i quadri del padre. Le piastre e le sculture mi facevano pensare che quando la cruda realtà si mostra nella sua nudità finisce per trasformarsi in una smorfia. Per Adelaida, me ne ero convinto, la bellezza era una ferita aperta”. Questo sguarcio che dona un’immagine gigante così nitida, presa direttamente sotto la Torre che Leopardi vide per “Il passero solitario” e protetta dalla quale nacque l’artista, soltanto uno scrittore come Adriàn N. Bravi avrebbe potuto aprirlo.

Ebbene. “Sono sempre state le dittature il movente principale degli spostamenti di Adelaida: il fascismo, che costringe la sua famiglia, lei compresa, a lasciare l’Italia nel 1931; il rimpatrio dal Venezuela in Argentina, quando la giunta del presidente Ròmulo Betancourt punisce lei e suo marito per aver aderito alla Rivoluzione cubana; e infine, la dittatura militare argentina che la obbliga all’esilio, dopo la scomparsa di sua figlia Mini e, successivamente, di suo figlio Lorenzo Ismael”. Questo passaggio fondamentale, insieme alla tessera precedente, sono già buona parte della personalità di Gigli.

I casi della piccola vita vogliono che ho scoperto un dialogo fra lo scrittore ed Adelaida Gigli, quello dentro al qule l’artista nata a Recantati consiglia al nostro di leggere Arlt e Rulfo per poi dimenticarli (Bravi aveva già letto proprio “I sette pazzi d’Arlt” intanto), mentre ho fra le mani proprio i racconti de I sette pazzi; la casualità fa sorridere. Ma fa insegnamento.

Mentre la stessa biografia di Bravi, che a lungo ha vissuto in Argentina, s’intreccia con quella della nostra Gigli: “Con Adelaida si parlava spesso di San Ferdinando, che per lei era stato un quartiere pieno di storie e di aneddoti, mentre per me è un posto senza memoria, perché avevo solo quattro anni quando ci trasferimmo altrove e conservo poche immagini di quel luogo: mio padre che mi porta lungo il fiume attraversando un sentiero pieno di fango; io seduto su un tavolo con il pavimento pieno d’acqua per via dell’inondazione. Adelaida invece rimase legata a quella grande casa in cui aveva vissuto. (…)”

Ad agosto del 1971 nacque il Flh (Frente Liberaiòn Homosexual) che frequento fin dalla sua fondazione con Manuel Puig, José Bianco, Héctor Anabitarte, e Juan José Hernàndez; dopo essersi avvicinata (1968) al Pcr (Partido Comunista Revolucionario). “Ma la casa, a sua insaputa, oppure sapendolo ma facendo finta di niente, si trasform anche in un vero e proprio arsenale. Mini e i suoi compagni di lotta vi nascondevano una parte delle loro armi (pistole, fucili, granate). Adelaida non era d’accordo con la lotta armata, secondo lei l’opposizione al sistema non doveva partire da lì e aveva molte discussioni con la figlia a questo riguardo. Intanto, non sapeva cosa facesse Mini, doves alloggiasse; diventava sempre più riservata sua figlia. Era consapevole, comunque, che era in pericolo e cercava di convincere entrami i figli a lasciare l’Argentina. (…)”. Epperò sappiamo come andò finire.

Prima della dittura di Videla, la prova generale del regime era stata l’istaurazione del governo di una giunta militare che aveva destituito il presidente democraticamente eletto, Illia. Era ancora il 1966. Il generale Alsogaray portava alla Casa Rosa il dittatore Juan Carlos Onganìa. Con i colonnelli che diedero inizio “ad un periodo di forte censura, di restrizioni della libertà di stampa e di castrazione del pensiero. Non si era contrastati solo per le idee politiche, ma anche in nome del dominio linguistico e della superiorità morale. Anche essere giovane e pensante poteva essere una colpa”. Il marito di Adelaida Gigli, il primo, lo scrittore Vinas, lascia il suo paese per trasferirsi nella Cuba di Castro.

“Il giorno prima – racconta poi Bravi nel capitolo L’inatteso – mio padre mi aveva portato a vedere i preparativi. Non voleva che andassimo il giorno stesso dell’arrivo, temeva che ci potessero essere degli scontri armati tra le varie fazioni. In effetti, quel giorno i montoneros occuparono i primo primi posti del ponte sul quale Peròn avrebbe salutato la folla, ma a un certo punto, da dietro, i loro avversari, appostati con fucili su degli spalti, cominciarono a sparare contro i militanti che stavano davanti”. Ché lo scrittore, utilizzando pure la sua, di biografia, spiega il ritorno al potere di Peròn. Con la nascita, questa volta, della “famigerata Triple A (Alianza Anticomunista Argentina), un’organizzazione parastatale guidata da uno dei personaggi più loschi della storia argentina, José Lòpez Rega, segretario personale del presidente, piduista, fantatico di esoterismo e ossessionato dai comunisti”. Che apriva la strada a sequestri di persona e agli omicidi. E al colpo di stato del ’76, quando “iniziò ancora un periodo più spaventoso e sanguinario”.

Nella seconda parte della biografia, “Il congedo”, l’autore italo-argentino per arrivare al 2010, giorno della morte di Adelaida Gigli avvenuta in un ricovero della sua Recanati, entrando nel territorio dell’arte della ceramica sperimentato e vissuta da Gigli, premette: “Il suo modo di resistere fu questo, uscire dal paese e mettersi in salvo. Non lo fece per abbandonare il suo passato, tutt’altro, le ferite che le aveva inflitto la storia le portava tutte addosso, stava solo cercando di ripartire dalla lacerazione. Non aveva alternative. Aveva bisogno di impastarsi le mani, di sporcarsi con la creta, di dare corpo ai fantasmi che la stavano soffocando. Era consapevole che la ceramica l’avrebbe aiutata, anche se al suo arrivo in Italia, dovette aspettare per diventare l’artista che è stata”.

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