KULT Underground

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Tutto il grillo che conta – Beppe Grillo [#2]

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C’era una volta un clandestino pubblico…

 

 

 

5. Quando Grillo era zio Leonardo – ovvero – Evviva drive in, abbasso è una roba da matti

Per molti anni, e precisamente da quando sono nata, la figura di Beppe Grillo non mi ha ispirato troppa simpatica. Come prima cosa, non capivo di cosa parlasse. Mi dicevano che era un comico. Forse non era una bugia: in effetti, non appena Grillo apriva bocca, la gente, di solito, rideva. Però non era come quegli altri comici, tipo – come si chiamavano quei due di Non ci resta che piangere? –, Troisi e Benigni, ecco, o Verdone, oppure il Trio. Grillo non si comportava mai, non si presentava, non era affatto come gli altri comici. Quando quelli parlavano, io capivo cosa ci fosse da gioire e, anche se un po’ meno di tutti i compresenti, prue, ogni volta, ridevo. Certe volte sino alle lacrime. Questo signore genovese non era, invece, neppure come i buffi personaggi del Drive in, spettacolo televisivo in cui Vito Catozzo sparava ogni domenica sera il suo tormentone mentre una manciata di ballerine seminude sui pattini a rotelle serviva bibite al popolo degli anni Ottanta. A me, lo devo ammettere, Drive In piaceva moltissimo. E ridevo, come ridevo, quando Gianfranco D’Angelo cercava di ammaestrare il suo cane, Fidanken, e gli intimava, serio serio in viso, As… As, Fidanken!, e quello manco per niente, non si muoveva di un muscolo. Mai. E Pippo Pippo e compagna? Ricordo ancora quei due pupazzi, con nostalgia, ce li avevo anche a casa, in versione giocattolo. Uno rosa, e uno celeste. Non ricordo come si chiamassero, comunque c’erano questi due pupazzoni che facevano Pippo pippo pippo pippo tutto il tempo: io, a cinque, sei, dieci anni – sono nata nel ’79 –, ogni volta che li sentivo, mi sganasciavo dalla risate. Attendevo trepidante la domenica sera proprio per vedere Drive In. Rimanevo sveglia sino a tardi, sino alle dieci e tre quarti di notte, persino. Drive In era inoltre l’ultima mia possibilità di saltare la scuola il giorno dopo.

Al ricordo di Drive In è infatti immancabilmente annodata, incatenata, la sensazione tangibile, urgente, disperatamente vera, dell’angoscia di tornare in classe, il giorno dopo. Come se un solo giorno di assenza bastasse ogni volta a disabituarmi completamente e gioiosamente alla terribile routine della settimana. Un solo giorno, la domenica, e subito la scuola diventava una cupa ossessione, un terribile, lunghissimo trauma, per fortuna però già vissuto, superato, disimparato. Di-men-ti-ca-to. Gioco malefico al quale, naturalmente, non volevo mai più partecipare. Quando ancora la fine della trasmissione era lontana, tra un volpino di Ezio Greggio e un As Fidanken di Gianfranco D’Angelo, io, terrorizzata dall’inesorabile avvento del giorno dopo, cominciavo a levigarmi, strofinarmi, allungarmi su mio padre come un gatto, accarezzandolo, baciandolo, dilatando le vocali per ispirargli maggiore pietà: Papààààà, per favooore, sono staaanca, non farmi andare a scuola domaaani…. Ci riuscivo quasi sempre. E sempre con l’aiuto del buon umore che Drive In regalava puntuale al mio papà divertitissimo.

Quando la serata era agli sgoccioli, e avevo ottenuto la promessa, potevo finalmente lasciarmi andare al sonno. Era un piacere puro addormentarmi sul divano mentre ancora le note della sigla finale della trasmissione salvifica aleggiavano nell’aria. Mio padre allora mi prendeva in braccio e mi portava a letto cullandomi piano perché non mi svegliassi. Io, nel dormiveglia, spesso gli rivolgevo nomignoli affettuosi, che lui mi ripeteva, ridendo, la mattina dopo, mentre sonnecchiavo “ancora dieci minuti” nel mio letto. Come vorrei essere così leggera anche adesso. Non ci avrei mai creduto, che un giorno sarei diventata tanto greve. Chi l’avrebbe mai detto, che sarei cresciuta veramente. Peccato, io, piccola, stavo tanto bene. Mi divertivo tanto.

Mio padre era il mio mito. Dato che Drive In era uno dei nostri piccoli, gustosissimi, imperituri riti, allora Beppe Grillo, che non c’entrava niente con la nostra serata domenicale, ed era pure di un altro canale (per me, come fosse di un altro paese), di certo non doveva essere un gran che. Niente a che vedere, comunque – lo avrei scommesso –, con la spassosa comicità del Drive In, al cospetto del quale l’ironia del Grillo mi appariva soltanto appena ammiccante.

 

Un bicchiere di Savignone o un comico di Sauvignon

Quando, nel ’48, Beppe Grillo nacque, a Savignone, in provincia di Genova, io danzavo ancora coreografie di repertorio classico nel cielo insieme agli altri angioletti. Però mi sono documentata. La leggenda vuole che, ancora molto giovane, a partire dal 1974, dopo essersi diplomato in ragioneria, Beppe Grillo, arzillo genovese, scoprì quasi per caso “il proprio talento nei locali della sua città”[i], come del resto la maggior parte dei comici – da Aldo Giovanni e Giacomo a Bisio –, dei cantautori – da Iannacci a Gaber –, e via dicendo.

Il passaggio dai locali pubblici al medium televisione avvenne quando Grillo non aveva ancora 30 anni. Da ciò che si dice in giro, il comico era venuto a sapere all’ultimo momento dell’esistenza di una selezione per partecipare al programma intitolato Secondo Voi. Era il 1977. Preso il coraggio a due mani, Giuseppe – come lo chiama sua moglie – viaggiò sino a Milano, presentandosi al provino più agguerrito che mai ed esplodendo tutta la propria verve battagliero-genial-satirica in un monologo completamente improvvisato che lasciò di stucco, facendola letteralmente impallidire, un’attonita commissione RAI capitanata da quel monolite tv che è Pippo Baudo.

Due settimane dopo, il giullare ligure era in scena con Secondo Voi[ii] e Pippo Baudo[iii]. Quindi, fu la volta del Festival di Sanremo ‘78 e di Luna Park ’78-’79[iv]. Il treno Grillo andava che era una bellezza. Inarrestabile, correva di serata in serata, di anno in anno, di messa in onda in messa in onda, di città in città, monologando e improvvisando e divertendo e sbaragliando, oltre tutte le regole fino ad allora sancite e rispettate, al di sopra di qualunque etica televisiva, di qualsivoglia codice deontologico mai scritto, o mai non-scritto.

Già dalla prima serata, e per l’intero corso di tutti e tre i programmi, senza una sola defaillance, senza un unico calo di tono, l’innato talento satirico di Grillo ammaliava il pubblico, contagiava giovani e vecchi, mieteva risate a cuore aperto in ciascuna classe sociale e, suo malgrado, sempre di cuore – però un altro tipo di cuore – preoccupava profondamente la dirigenza Rai.

All’epoca di questi tre programmi, io non ero ancora nata, per lo più ballavo tra le nuvole, o – solo in un caso – ero veramente troppo piccola per ricordarmi qualsiasi cosa. Man mano che crescevo, però, le risate piene, calde, continue, che mi giungevano in particolari serate dalle case circostanti, mi devono aver colpito. Istruito. Grillo è infatti uno dei ricordi a monte dei quali, pur pescando e ripescando, non so trovare una vera e propria origine. Il bandolo della matassa Grillo, nel mio caso, non esiste. Ci sono nata, con questo bombarolo della risata, ci sono cresciuta, con questo reietto della comunicazione, ho bevuto il latte dal seno di mia madre, ho mangiato la zuppa coi biscotti, ho assaggiato il mio primo omogeneizzato, tutto insieme a Grillo. È stato un po’ come ascoltare musica classica in epoca prenatale, nascendo quindi con una certa propensione per l’arte dei suoni, per l’opera e il balletto; disposizione, attitudine alla sensibilità, che si finge – o si crede di – “non sapere da dove venga”, che si considera spesso innata, ma che probabilmente è invece il primo prodotto del lavoro certosino di “educazione” messo talvolta in atto – sorta di piano diabolico – dalle madri già molto prima che i figli “vengano alla luce”.

Per me la questione è leggermente più complicata. Sono nata in una famiglia molto cattolica e ho passato i miei primi dieci anni di scuola – materna ed elementare – dalle suore, per cui, all’inizio, questo comico che non capivo, della quale comicità non coglievo il senso pieno, ma che, soprattutto, faceva storcere la bocca ai miei genitori – soprattutto al genitore donna –, per tutte le parolacce che diceva, per il suo turpiloquio (a detta loro) assolutamente gratuito. Non è che mi piacesse molto. Grillo era per me il tizio di “ma è una roba da matti” più qualche parolaccia lanciata a caso tra la folla. Folla che – quantomeno banale, per la mia ideologia bambina – pareva divertirsi moltissimo quando le si nominava un vocabolo intimo, o appena un tizio qualunque andava in tv e si metteva a sbraitare come un pazzo. Anche i miei cugini lo facevano.

Io, per non essere da meno, ridevo sempre quando il signore riccioluto pronunciava il fatidico “ma è una roba da matti”. Ridevano tutti, e io ero veramente molto piccola. La mattina dopo, però, andavo a scuola, e chiedevo “di grazia” a Suor Pia il motivo per il quale il tal signore sfornasse così tante oscenità. La mia suora, longilinea, bruna, senza neanche un capello nero e con mani lisce, curate, incorniciate da unghie luccicanti – ma categoricamente tagliate cortissime, quasi più corte degli stessi polpastrelli – e nessuna inflessione mondano-dialettale nell’anima e nella voce, rispondeva che non tutti sono nella “grazia di dio” di cui sopra, e che a casa dovevamo pregare per lui, possibilmente tutti insieme, perché si convertisse. Può darsi, persino, sussurrava sottovoce la mia personale sposa di Gesù aggrottando le sopracciglia e sbigottendo gli occhi, che probabilmente (e quel probabilmente lo pronunciava come un lupo, la mia suora, quasi mangiandoselo), ma non vorrei insinuare nulla, non vorrei nemmeno pensarlo, Antonella mia, dall’orrore che mi fa, né tanto meno proferire una bugia – hai detto magia, suora?, no di certo, sta’ attenta, ho detto bugia! –, dio mi scampi, nunc et semper, dalla menzogna, potrebbe essere, però, ti dicevo, che quest’uomo tendente a ingrassare, costantemente sudato, con riccioli scuri e sguardo agguerrito, bellicoso, addirittura violento, può darsi, credo, persino che – e poi tutto d’un fiato, tanto veloce che non ero nemmeno sicura di aver capito bene – in fin dei conti – pausa, inspirazione – luinoncredaindio“. Nooo. Però non dirlo a nessuno, mi raccomando, è una bestemmia. Segno della croce. Secula seculorum. Scappellotto affettuoso sul sederino. A posto. Seduta.

Cazzo. Anzi, santa patata lessa, come dicevano Suor Pia e mia madre. Santa patata lessa, quest’uomo andrà all’inferno! Prega per lui. E pregai. Perché il Grillo – che all’inizio pensavo fosse un soprannome tipo il Gatto e la Volpe, dovuto al fatto che si il comico si infervorava tanto, mentre parlava –  ritornasse sulla retta via, e perché capisse dov’era la luce. Pregai, ogni volta che lo vedevo in televisione, che questo signore un po’ più in carne del mio papà (la cui smilza silhouette era tipica del popolo degli anni Settanta), e circa della sua stessa età, non pronunciasse nessun altra parola oltre il tormentone “ma è una roba da matti” (del quale ridevo sempre, e perché ne ridevano tutti, e perchè era effettivamente innocuo, dal punto di vista semantico-filologico). Chiedevo che dicesse solo la sua battuta, e scomparisse dalla scena. Mi metteva a disagio. Avevo capito il motivo per il quale quei signori della Rai non l’avevano ancora cacciato: il Grillo doveva essere il loro “fratello scomodo”, debole, pazzo. I miei si comportavano allo stesso modo con zio Leonardo. Pensavo a Grillo come a un fratello Rai che non stava troppo bene con la testa. Ero convinta che i suoi consanguinei, i suoi congiunti della tv (perché quelli della televisione ripetevano in continuazione che la loro era una “grande famiglia” e che la Rai era in realtà “mamma Rai”) chiudessero un occhio, permettendogli di continuare a salire sul palco solo perché, se uno ha un fratello più debole, non può – non deve!, è un peccato mortale – allontanarlo far finta che non esista umiliarlo abbandonarlo cacciarlo. Anzi, se uno ha un parente così, lo deve aiutare, trattarlo meglio di tutti gli altri. Prendersi cura di lui. Perché questo fratello ha bisogno di sostegno, e delle preghiere di tutta la comunità. Anzi, devi pure ringraziare Cristo che non sia capitata a te, tale sventura. L’unico modo per espiare la colpa di non essere nato pazzo, è salvare tutti i pazzi del mondo. Era per questo che tenevano Grillo in tv negli anni Ottanta, non c’erano cazz – non c’erano patate. Non perché fosse bravo. O perché se lo meritasse. Nemmeno gli altri capivano cosa dicesse. Ridevano perché era matto. Allora ridevo pure io, guadagnandomi passo passo il paradiso, che un giorno avrei raggiunto insieme ai miei cari. Ero felice.

 

6. vade retro, grillo!

 

Pippo Baudo, in sala: “… sono arrabbiatissimo!”

Celentano, al telefono: “con chi? con me?”

Baudo: “no, con Grillo. A volte i comici ‘smarronano’… Beppe questa sera ha ‘smarronato’..”

Celentano: “eh, no, volevo dire che è stato forte!”

Baudo: “no… ha esagerato… e volevo dire che mi dissocio da quello che ha detto”

Celentano: “beh.. però è stato forte”.[v]

 

Il primo Grillo, anzi, il Grillo di sempre, si impose immediatamente all’attenzione del pubblico – e dei politici – per l’espressione del corpo, le movenze, l’indole, insieme rapite farsesche e battagliere, i lunghi monologhi, la sua televisione completamente nuova, sfacciatamente anticonformista, riottosamente satirica, il suo “stare sul palco” diretto esilarante e incisivo, il brillante incedere dei suoi monologhi, improvvisati eppure sempre estremamente coerenti tra di loro, sintomo primo di un’intransigente linea d’azione difesa a oltranza, di una viva aderenza ai propri ideali, alle proprie linea guida. Effervescente vincente volitivo.

Sincero. Violento. Vero e felice. Incazzato. Grillo non si curava dell’etica facilona, lassista, pudica e buonista della tv di allora (?). Sputava sudore, saliva e parolacce. Tutto insieme. Faceva piangere per entrambi gli opposti motivi. Rispondeva all’estroversa rusticità – pure geniale –, all’ironia allegra, spesso “sessuale”, e festante di altri comici, con una sfilza di denunce e rivelazioni molto meno dolce, molto meno familiare. Definitivamente scomoda.

 

Quando, al sorgere degli anni Novanta, Grillo palerà invece forte e chiaro e duro contro certi politici, certi personaggi, Baudo si farà scuro in volto, e si dissocerà. In tutta onestà, non so nemmeno cos’avrei fatto io, nei panni di Baudo, davanti a non so quanti italiani che tappavano orecchie e occhi ai propri figli. Forse avrei trovato il coraggio di appoggiarlo. Lo spero con tutto il cuore. Però non lo so. So soltanto cosa fece Grillo. Prima di quel momento, in quel preciso momento, e dopo. La magia di Grillo è che lui sia rimasto sempre identico a se stesso. Graffiante, era. Dissacrante, era. Violento, era. Esilarante, era. Ed è rimasto. Il resto, sono tutte congetture.

 

Grillo faceva (e farebbe anche ora) una tv nuova, una tv che se ne infischiava degli schemi “professionali”[vi] contemporanei, che rompeva, spaccava, devastava una volta per tutte il solito schermo buonista e pavido dell’Italia nostrana, irrompendo, avventandosi nelle nostre case, prorompendo in apocalittiche visioni del mondo col dito indice puntato proprio su di me – e su ognuno di noi, ma ricordo che io ero molto, molto più piccola degli altri –, sulla mia vita. Ogni volta che lui balzava in scena, dopo l’iniziale spavento causato dai suoi iperbolici acuti, io mi addormentavo davanti alla tv, sobbalzando di tanto in tanto quando Grillo alzava la voce. Che cognome, pensavo ogni tanto, che nome, rimuginavo. Lui entrava, io dormicchiavo, lui prorompeva, io sobbalzavo. A un certo punto, di solito, mia madre non ne poteva più. Questo Grillo è scurrile. Dice cose giustissime ma le dice male, non c’è proprio bisogno di adoperare un tale linguaggio. Basta, Natalino – mio padre – non se ne può più, ci sono le bambine – ma le bambine dormono! –, domani c’è scuola, basta spegniamo. Chissà che non impari, una volta per tutte. Chissà che non gli crollino gli ascolti e lui capisca. Mio padre spegneva la tv borbottando Questo Grillo è un grullo. Gli piaceva fare il simpatico. Chiamava Georgie, il cartone animato, Il polpettone. Candy Candy era invece Il mattone. Diceva che nei cartoni animati tutti piangevano sempre perché avevano da fare la cacca. Io mi rotolavo sul letto dalle risate. Ora, con molta tenerezza, vedo mia nipote Alice reagire allo stesso modo alle battute di Nonno Lino, il suo preferito. Mi fa piacere. Se lo meritano. Se fosse stato il mio, di nonno, sicuramente l’avrei pensata come la mia nipotina. Io me lo ricordo, eccome, quando era il mio turno. Era un bel divertimento. Spesso non riuscivo a trattenermi e mi facevo la pipì addosso dalle risate.

Mio padre e mia madre col tempo cambiarono idea anche su Grillo. All’epoca, però, la comicità ingenua del mio genitore strideva con quella tagliente del comico genovese. Comparate, ascoltate nello stesso momento, i due differenti “spiriti” producevano un rumore come di unghie sulla lavagna. Per me, era moooooolto più divertente mio padre. Hai proprio ragione, mamma, meditavo nel sonno, vagheggiando verdi prati d’amore con agnellini bianchi che saltavano staccionate d’oro e grilli che crollavano come grattacieli newyorkesi.

 

 

Il grillo della libertà

E mentre sognavo, continuava la battaglia per l’indipendenza, per la libertà dell’informazione, e contro il controllo mentale e l’egemonia dell’apparenza combattuta ogni giorno ogni sera da quell’uomo cattivo, lo stesso uomo che nel futuro, lontanissimo 1998, avrebbe indossato un saio e predetto l’avvento di un nuovo Medioevo in Apocalisse Morbida. L’uomo che, a 44 anni, avrebbe deciso di traslocare, trasferire, come modificare, leggermente, la mira, per far coincidere il proprio “nuovo” bersaglio satirico con l’economia, non più solo con la politica, com’era stato fino al quel momento. Come vedremo, però, neanche a quel punto si tratterà di rinnegare le proprie scelte e il proprio passato, ma solo di capire come girava veramente la ruota del mondo – la stessa, “maledetta” ruota che, assente in natura, ha atrofizzato secondo una battuta di Grillo tutti i muscoli dell’uomo, causando la nascita del traffico, dello smog e dell’isteria da ingorgo automobilistico

 

Intanto, gli anni Ottanta imperavano sulla nostra Italia disorientata, mentre lo spessore morale, il riconoscimento sociale e culturale del comico genovese collezionava riscontri dalla totalità del pubblico. Il treno Grillo ormai non correva più. Dilagava. L’ultimo monologo che il “brigatista della satira” inventò – ma si trattava sempre di un’improvvisazione studiata, calibrata – al Festival di San Remo fu seguito da circa 22 milioni di spettatori. Grillo, galvanizzato, incedeva. Di serata in serata, di spettacolo in spettacolo, affinava il tiro, lanciava, sputava, colpiva, inveiva, contro politici dirigenti potenti stra-potenti signori del mondo e della guerra. Affilava le unghie. Sparava. E io mi addormentavo un po’ meno, però non capivo ancora tutto, andavo pur sempre a scuola dalle suore, andavo pur sempre a intuito, e per di più avevo deciso di arruolarmi anch’io negli eserciti di dio. Ero proprio convinta. Mia madre un po’ meno. Mio padre, no. Mia sorella mi derideva. Io mi incaponivo. Per chiunque dicesse una brutta parola, per chiunque mentisse, o peccasse, pregavo. Santa, mi avrebbero fatta. Non suora, santa!

Un giorno, però, per poco non mi affetto un dito con un taglierino durante uno dei tanti “lavoretti” – veramente si chiamavano così! – fatti a scuola, per i quali sono stata sempre negata, e ai quali, di contro, la suora teneva in modo maniacale. Sangue. Cerotti. Ospedale. Spettro di chissà quali suture su di me. Malattie mortalmente trasmissibili. Non piansi. Ci rimasi di sasso. Di certo, questa era un segno di dio. Non dovevo assolutamente diventare una suora, ma la prima paracadutista scrittrice della storia. Il nesso tra sfregio al dito e volo senz’ali, in caduta libera, tra nuvole e parole, era evidente. Lo dissi a mia madre. Rispose: quando avrai diciotto anni. Li avrei compiuti nel novembre ’97, anno in cui Grillo avrebbe detto:

 

Gli americani sono duecento milioni, i cinesi un miliardo. Però un americano consuma come venti cinesi. Allora, dividiamo per venti un miliardo, i cinesi sono cinquanta milioni, gli americani duecento milioni, chi cazzo sono i troppi?

 

 

6. il signor grillo, lo yogurt magico, e io.

E mentre io non volevo più diventare suora, Grillo incedeva con passo sicuro, rivoltoso, agguerrito, nella televisione di consumo, incutendo una paura dannata ai dirigenti televisivi, i quali “rabbrividivano” al suo passaggio, a ogni sua comparsa, ma continuavano per il momento ad invitarlo nelle loro trasmissioni televisive. Imperterriti. Millantatori, avrei detto, se avessi conosciuto il significato di questa parola. Grillo c’era ancora, in tv, per la stessa legge di mercato secondo la quale anche la Nestlè, nonostante le rivelazioni del giullare genovese, continua a produrre il latte di radioattivo. Dal ‘86 all’88, ricordo (non la data, però la reclame, sì) il faccione di un Beppe Grillo quarantenne che mangia uno yogurt Yomo dentro una pubblicità. Il suo era un battage diverso, dicevano, corrosivo – in tutto una decina di spot, ognuno profondamente rivoluzionario per la tv di allora –, così come era sempre stata la sua televisione, come le sue ricerche sul campo, come la sua stessa vita. Suppongo. Grillo era tutto diverso. Allora avevo dai sette ai nove anni. Uno degli spot inventati da Grillo prevedeva una sorta di relazione telepatica tra testimonial – Grillo stesso – e consumatore – io. L’intermezzo pubblicitario si dipanava in un assoluto silenzio, appena coadiuvato da una leggera musica di sottofondo, per concludersi con Grullo che diceva:

 

Provate a uscire e comprare qualcos’altro, adesso!

 

 Chiesi alla mia mamma di comprarmi proprio quello yogurt. Uscì. Lo comprò. Me lo diede. Lo aprii. Lo mangiai. Lo digerii. Lo richiesi. Questa volta, a mio padre. Mio padre uscì. Lo comprò. Me lo diede. Lo aprii. Lo mangiai. Lo digerii. Lo richiesi. Giorno dopo giorno. Mattina dopo mattina, prima di andare a scuola. E pure come spuntino pomeridiano. Era buono. Quello yogurt mi faceva impazzire. Crebbi. Forse era contenuto proprio lì il germe che, qualche anno dopo, fece di me la giovane donna che sono oggi? La donna che oggi scrive di Grillo, con passione vera, e che, se vedesse Drive In in questo momento, riderebbe ancora, certo, ma un po’ meno di prima, anzi in un modo diverso? La donna che oggi ama giocare, ma alla quale piace anche interrogarsi, insieme a Grillo, spesso grazie a Grillo, sui perché della Storia? Non lo so. E non è importante. Ora.

Non sono mai stata una sfegatata fan di Grillo. Nemmeno adesso. Sono una come tanti. Come tantissimi altri. Fatto sta che a un certo punto, anzi, da un certo punto poi, lo ammirai. Ma fu un po’ dopo. Nel periodo di cui parliamo, io mi limitavo a mangiare lo yogurt di gusto, mentre la pubblicità di Grillo vinceva una valanga di premi[vii]. Certo, non mi faceva più orrore come qualche tempo prima, però la sua figura riottosa non mi convinceva ancora completamente. Nello stesso periodo, a distanza di qualche anno l’uno dall’altro, per Grillo arrivò anche il momento di una felice, triplice esperienza cinematografica[viii]. I suoi unici tre film, cui per la maggior parte partecipò come attore, riscossero un buon successo di pubblico e di critica. A questo punto, Grillo si poteva dire, anzi senza ombra di dubbio era – e di certo non senza un generale disappunto delle “alte sfere” –, un comunicatore tout-court, o meglio un esperto di comunicazione, professore a tutti gli effetti, sperimentatore sul campo, ricercatore senza paura. Colui che, con ogni mezzo, in tutti modi, sconvolge “ciò che c’era prima di lui”, lo distrugge per antonomasia. E non solo: colui che, dopo essersi affannato nella distruzione, si adopera in misura sempre maggiore nella ricostruzione, moltiplicando esponenzialmente l’impegno nella ricostruzione a seconda dell’entità della distruzione.

 

Il comico graffiante, il clown dissacrante che veniva a piedi dalla Liguria, prendeva in quegli anni l’intera Comunicazione nelle sue mani coraggiose, nelle sue incontentabili mani, decidendo, volta per volta, di non fermarsi, non piegarsi, non arretrare, nonostante credo diventasse sempre più difficile andare avanti senza cedere a compromessi. Io mangiavo yogurt e lui gridava nei suoi spettacoli contro. Io andavo a scuola e lui indagava, cercava, si faceva dire, si faceva confessare, si faceva spiegare, non si accontentava e ritornava, ri-chiedeva, insisteva e poi, quando arrivava in scena, ridiceva quello che gli era stato detto, ri-spiegava, ri-leggeva, sudando, urlando, arrabbiandosi spaventandosi di come andava il mondo e, per incoraggiarsi e incoraggiarci, con vero affetto per l’uomo, ridendo. Grillo mi stregava. Percepivo molto meno persino le parolacce. Quando il turpiloquio intercettava il mio cervello pudico, però, non mancavo di arricciare il naso. Grillo intanto si infuriava, rideva e accusava, rideva e combatteva. Rideva, e faceva ridere, sempre, comunque, ridere di cuore, eterno clown che nasce clown e vive clown. Perché se morisse economista o politico o uomo normale, uomo qualunque senza scarponi o senza naso, o senza sorriso dipinto a tutta faccia; o peggio se il clown si dimenticasse di come si fa a far ridere la gente, il mondo intero collasserebbe su se stesso, diventerebbe triste il mare, si prosciugherebbero i volti delle persone, i bimbi piangerebbero strazianti. Così conciati – collassati, tristi, prosciugati, piangenti – non avremmo più voglia alcuna di sentire la verità e di reagire ai soprusi. Tutti si vestirebbero di grigio andrebbero al lavoro nella metro stretti e bui come topo, e tornerebbero a casa in tram. Una volta dentro, mangerebbero un brodino con una soap-opera e tutti a nanna. Meno male, allora, che Grillo ci fa ridere.

 

(continua)



[ii] trasmissione cui Grillo partecipò nel corso della stagione ’77-’78

[iii] conduttore della trasmissione

[iv] diretto da Enzo Trapani con Pippo Baudo e Heather Parisi

[v] Fantastico 6, Rai1, 6 gennaio 1986

[vii] Leone d’oro di Cannes, premio A.N.I.P.A., Art Director’s club, Spot Italia Pubblicità e successo e Telegatto (Gran Premio Internazionale della Tv, qui vinto per la sesta volta).

[viii] Cercasi Gesù (1982), vincitore del David di Donatello, scritto con Antonio Ricci e diretto da Luigi Comencini; Scemo di Guerra (1985), con Claudio Bisio, per la regia di Dino Risi (partecipante al Festival di Cannes); Topo Galileo (1988), con Cecchetto, Bisio, Jerry Hall, regia di Francesco Laudadio, soggetto e sceneggiatura scritti con Stefano Benni (rappresenta l’Italia al Festival di Rio de Janeiro). In tutti i film, Grillo è anche attore, di solito protagonista.

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