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Miche e tutte le parole

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Miche e tutte le parole


Quando dico ‘mare’, perché non dico deserto?
Quando ripeto ‘grano’, perché il vento non si spegne?
E quando dico ‘mela’, la mela a cosa serve?
Miche osservava la valle dall’alto della quercia Grigia. E non importava che in certi giorni il cielo fosse lucido di pioggia e in certi altri sgranato di luce. Miche non ne sarebbe sceso, ‘che se mai suo padre fosse tornato, sarebbe stato lì che l’avrebbe trovato, issato sul ramo più alto. Miche lo fissava ore, quel cielo largo di pianure, in attesa che Vespertino giungesse al tramonto per posarsi sul ramo, restare al suo fianco. È il mio falchetto, abbine cura, disse suo padre posandoglielo di fianco quel giorno in cui partiva per la guerra e Miche da quell’ora non si separò mai da Vespertino.
Coi giorni a partorire giorni, le ore legate alle ore, il tempo di Miche, ritmato di domande, si accatastava uguale ai piedi della quercia Grigia. Finché non fu la notte del suo settimo compleanno, ‘che Vespertino cantò posandosi sul ramo di aprire il cuore, rivolgergli le sue domande. Il bimbo si frugò le tasche, si ordinò sulla punta della lingua tutte le parole. E poi li tirò fuori tutti, i suoni prima che gli morissero in gola. Dove dormono le città? Vespertino si levò in aria e subito non rispose; col piumaggio grigio di ardesia, becco e zampe brillanti di rosso, il piccolo falco, volteggiando intorno alla luna, invitava Miche a seguirlo. Il bimbo si lasciò cadere dall’alto della quercia Grigia e poi giù a rotolarsi sui campi selciati del suo presente largo. Con gli occhi puntati in su e il volto odorante di grano, stava dietro il falchetto che si lanciava lontano. E solcarono il deserto e traversarono il mare, per approdare nella rimessa delle città dimenticate. Palazzi alti di ferro, tarlati di marzapane; vetri sfatti di glassa, scheggiati di silenzio. Miche si muoveva in una luce gialla ricamata di bruma; tracciava dietro di sé linee di cenere. Il falchetto modulò il suo canto, che giunse fino all’orecchio del bimbo. Qui riposano tutte le città mai esistite, con quelle che mai più esisteranno. Cos’altro mi vuoi domandare? Prima che Miche potesse ingegnarsi a comporre frasi ecco sopraggiungere un cucciolo di coleprotto. E nonostante quella parola Miche non l’avesse mai detta, quella stava lì a saltellargli in tondo. Cos’è questo, falchetto? E Vespertino di rimando: È un coleprotto. Tante furono le domande che seguirono a questa e dopo la risposta ad ognuna Vespertino cantava: Cos’altro mi vuoi domandare? E c’è da dire che Miche certo non si faceva pregare. Cos’è un tubo d’orzo? Dove finisce la luna quando casca dentro il pozzo? Fu così che il bimbo e il falchetto quella notte rivoltarono tutto il mondo in cerca della risposta a tutte le possibili domande. Era ormai l’alba quando Miche, spossato dal troppo domandare, si era accasciato in terra. Il falchetto gli chiese allora con canto gentile e armonioso se non restasse forse ancora una domanda da fare. E il bimbo strizzando gli occhi, si mise a soqquadro il cuore cercando le poche parole che dentro gli erano rimaste. Quando le ebbe raccolte, attento le legò tra loro, infine le tirò fuori con l’ultimo filo di voce. Dove sarò a quell’ora in cui mio padre tornerà alla quercia? E proprio mentre Vespertino si levava alto, Miche, chiusi gli occhi, dissolse i suoi pensieri in sogni. Contava mille coleprotti blu mischiarsi a mille coleprotti rosa e querce alte danzare a ritmo di marzapane. Gatti persiani volanti su lucidi armadi biplano. Quando si risvegliò al mattino con suo grande stupore si accorse di trovarsi sul ramo più alto della quercia Grigia. Di lì in alto iniziò a scrutare la valle, finché non vide avanzare qualcuno tra il grano. Quando l’uomo fu vicino, Miche riconobbe suo padre. Questi lo prese con le sue grandi mani, lo pose sulle sue spalle.

Christian Del Monte



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