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Il diavolo custode – Luigi Balocchi

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Meridiano Zero (Padova, 2007), pag. 253, euro 14.00.
 
Vai Girardengo. De Gregori non basta. Non basta proprio canticchiare Il bandito e il campione. Il diavolo custode, romanzo di Luigi Balocchi, ha pedalate in più del brano del cantautore di tre o cento secoli. E se la scrittura tiene incollata alle righe narrate, la trama indubbiamente è quello che serve maggiormente occhi e menti di lettrici e lettori. Allora, quindi, scrittura di Balocchi a parte, dove la riscoperta dei termini è condita da tanto passato, si sappia che senza ombra di dubbio in Il diavolo custode finalmente si potrà di nuovo ritrovare la voce di una terra di ultimi, sognatori, idealisti e vagabondi tanti. Di nuovo i danni che scalciano, che scalpitano per far male all’ordine costituito. “Una voce che si fa epos, che si fa narrazione rocambolesca e quasi mitologica, per raccontare le gesta leggendarie di un manipolo di eroi ribelli e squattrinati, di sbruffoni amanti delle donne e del Barbera, che con i loro corpi e le loro piccole vite hanno tenuto in scacco per anni il potere di due nazioni”. Ed è verissimo che Luigi Balocchi fa rivivere la forza altissima dell’amore, “la dolcezza della battaglia e della morte, la magia della natura, di notti e nebbie vissute all’addiaccio, nella storia del bandito Sante, che tra le due guerre si fece beffe dei Regi carabinieri, della polizia fascista e della Sùreté francese”. Spazio alla diserzione dall’esercito, ai primi assalti ai treni, poi l’entrata in contatto con il movimento anarchico, l’amicizia con il ciclista Girardengo; “e poi i giorni bui degli omicidi, della clandestinità sempre più braccata, della fuga in Francia”. L’esistenza tutta per intero di un idealista libertario, di un uomo di straripante vitalità, che si fece bandito per regalare un sogno di rivalsa ai diseredati della sua terra. L’ambientazione dei fatti, dove nebbie fitte si toccano, aiuta a stare nella storia. Quando la Storia deve sapere di chi si mosse per la libertà.

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