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2007
23
Mar

Guida per riconoscere i tuoi santi

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L'adolescenza ha qualcosa di indefinibile. La vita esplode dentro corpi che si formano e personalità che cercano se stesse. C'è un'energia unica che poi il resto della vita farà lentamente disperdere. Dito Montiel, in questa pellicola indipendente, che parla di lui e della sua storia, riesce a catturare proprio lo spirito dell'adolescenza. Fatto di amore e sesso e violenza. Di incomprensioni, speranze e sogni. Un insieme di sangue e fragilità, di pelle e parole, di sconfitte e rivolte.

Costretto a tornare nel quartiere dove è nato e cresciuto (Queens, New York) a causa della malattia del padre, Dito compie (e noi insieme a lui) un viaggio nel proprio passato. Ma non incontra fantasmi, si sprigionano sullo schermo le forze dirompenti della sua giovinezza, dei suoi amici, delle tragedie che gli sono capitate. Il regista filma con le sensazioni, riesce a cogliere l'indefinibile di quell'età, lo mostra senza nascondersi dietro pudori o falsità plastificate. L'urgenza della narrazione, del raccontare una storia è sincera, come lo sono i volti tumefatti dei ragazzi, i loro vestiti strappati, la loro innegabile vitalità. L'origine letteraria della pellicola (in alcuni momenti vengono riportati stralci di dialogo, lettere bianche su sfondo nero) è espressione autentica, bisogno di far ascoltare la propria voce, desiderio di dare vita alle parole. Parole che si trasformano in immagini ed entrano dentro.

Situazioni familiari complicate (eppure così reali) alle spalle, la difficoltà di farsi accettare o di trovare le coordinate dell'amore, il senso di sconfitta quando la vita diventa troppo crudele, il bisogno fisico di una fuga. Poi l'abbandono, poi una nuova vita.

Dito manca per quindici anni da casa, senza mai essersi fatto sentire. Il rapporto con il padre diventa una rappresentazione più grande del rapporto genitori-figli che riguarda tutti noi. I legami di sangue, così forti e allo stesso tempo così facili da distruggere. Il tempo che cambia le cose, gli ambienti e le persone. E ritrovarsi dopo anni di lontananza non sempre è piacevole, ma è un momento che porta una nuova consapevolezza, una nuova ottica attraverso la quale guardare il mondo.

Dito Montiel, parlando di se stesso, parla di ciascuno di noi. Parla del nostro essere stati ragazzi, delle stesse sensazioni che vivono milioni di adolescenti. Magari in situazioni differenti, in ambienti diversi, con storie forse meno drammatiche, ma lo spirito dell'età è sempre lo stesso, stravolge la vita, si incanala poi in una metamorfosi che ci porterà verso l'età adulta.

Tra le strade, in una piscina, nella casa dei propri genitori. In un'estate torrida, in una metropolitana, sotto il balcone di una ragazza. Immagini che rapiscono, che ti fanno ricordare, che ti emozionano. Grandi attori, tutti ragazzi, tutti da elogiare. Volti e corpi reali lontani anni luce dalla plastica e dallo squallore di casa nostra. Un Dito Montiel adulto con i lineamenti tragici di Robert Downey junior, un padre incapace di perdonare eppure allo stesso tempo ancora pieno d'amore per il suo figlio, un padre con i meravigliosi occhi di Chazz Palminteri eppoi una prigione, un amico finito male, un ultimo incontro.

Rimanete un momento ad ascoltare la frase finale di Dito.

Brividi lungo la schiena.

Come quelli che a sedici anni ti venivano ogni volta che dalle tue labbra uscivano parole che reputavi le più importanti del mondo.
Parole che poi la vita avrà tutto il tempo per farti dimenticare.


Trailer del film da YouTube.com
 
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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