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La condanna di Saddam Hussein

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tra politica e diritto internazionale
 

 

 

«È meglio che uno solo muoia piuttosto che tutto il popolo»

(Gv 11, 50)

 

Lo scorso 5 novembre scorso l’ex-Presidente iracheno, Saddam Hussein, è stato riconosciuto colpevole dall’Alto Tribunale speciale iracheno per l’uccisione di 148 sciiti del villaggio di Dujail, avvenuta nel 1982, e condannato a morte per impiccagione.

A distanza di più di due settimane, la corte non ha ancora depositato il testo della sentenza di condanna, ostacolando in questo modo l’attività del collegio di difesa finalizzata a predisporre gli strumenti di ricorso previsti dal sistema iracheno (e dalle regole internazionalmente condivise per potersi avere un equo processo).

Non spetta a noi commentare lo svolgimento del processo né il contenuto della sentenza, né tantomeno ciò che seguirà alla sua esecuzione.

Ricordiamo solo che il processo si è tenuto in un Paese, l’Iraq, sotto occupazione straniera ed in continuo e vero stato di guerra, in cui tutti i funzionari pubblici (e, dunque, pure i magistrati) sono pagati dalle forze occupanti (tra cui Stati Uniti e Regno Unito in primis) che dicono di sostenere in questo modo la transizione verso la democrazia, quella autentica, quella esportata con le armi.

A questo proposito, John Reid, ministro degli Interni inglese, ha recentemente dichiarato che l’impiccagione di Saddam è frutto di “una decisione sovrana di una nazione sovrana”.

La sentenza di condanna a morte, comunque, contraddice appieno tutte le più moderne posizioni di diritto tanto relative ai diritti umani quanto agli ordinamenti penali nazionali, quasi unanimemente contrari alla pena di morte. Non a caso, però, uno dei maggiori e strenui sostenitori di tale estrema soluzione “punitiva” risulti essere il governo di Washington. E il portavoce della Casa Bianca Tony Snow ha avuto modo di dichiarare che la sentenza è stata “scrupolosa e giusta”.

Entro la prossima primavera, secondo gli osservatori meglio informati, la pena verrà eseguita e, con molta probabilità, Saddam Hussein verrà ucciso. Uno dei suoi avvocati, il libanese Bushra Khalil, ha dichiarato che il suo assistito non ha paura di essere giustiziato e che «Non uscirà di prigione per contare i giorni e gli anni di esilio in Qatar o in qualche altro posto. Uscirà di prigione solo per riprendere la carica di presidente o per andare al cimitero».

Noi siamo propensi a credere che la seconda opzione sia la più verosimile, e per questo ci teniamo in questa sede a ribadire, nonostante la forte avversione nei confronti di tutte le forme di regimi autocratici, totalitari e non democratici quali quello presieduto in Iraq da Saddam Hussein, la nostra parimenti ferma contrarietà alla pena capitale, a prescindere dal rispetto di regole processuali e di merito, dalla efferatezza dei crimini che si intendono punire o dalle ulteriori finalità politiche e strategiche che si perseguono.

A questo punto, considerando che le forze straniere in Iraq si sono rese responsabili negli ultimi tre anni di abusi di ogni genere nei confronti di numerosi detenuti (comuni e di guerra, definiti però per comodità “terroristi”), di esecuzioni sommarie, di veri e propri “omicidi politici”, di stupri punitivi e di circa 600.000 morti (“più o meno”, come ha detto il presidente Gorge W. Bush), viene da chiedersi: ma Saddam Hussein era molto peggiore di noi?

Inoltre, fino a quando il popolo iracheno dovrà sopportare tutto questo?

Forse, sarebbe stata meglio un’invasione lampo del territorio da parte delle forze USA accompagnata da una operazione di intelligence per eliminare in tempi rapidi Saddam e i suoi gerarchi (come in altre recenti occasioni la CIA è riuscita a fare), senza impegnarsi eccessivamente nel resto. Sicuramente, lo sarebbe stato per i milioni di civili iracheni che continuano a vivere, a soffrire, e a morire, grazie a noi.

Ciò che è certo, è che noi, almeno per ora, non possiamo essere processati, condannati ed impiccati.

Per il momento, siamo salvi! Per il momento…

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