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69 poesie e 7 peccati – Nadia Lisanti

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Controluna (Roma, 2021)
pag. 83
euro 12.90

Un respiro più lungo, è servito. Come da indicazione, abbia letto tutto in un tempo di respiro la silloge di poesie “69 poesie e 7 peccati”, di Nadia Lisanti. Facendo uno spazio d’osservazione mentale che ancora ti tiene in fermento. La piena considerazione della parola è venuta con una soppressione di pause. E ogni componimento, diremo, è un lasciapassare appunto a un’altra stanza che pare allestita dall’autrice per altre e altri; ma che, insomma, Lisanti fa con lei sempre dentro, al centro, nel mezzo del fuoco. Perfino dove si dovrebbe dire un commento in chiave universale dato quasi in terza persona. Ma, appunto, partiam dai contenuti. Quindi dalla mano poetica che muove questa raccolta. Dove tutte e tutti dicono di cos’è oggi “eros”. In che tempo spaziale e spazio temporale in pratica è andato a nascondersi? 

Almeno tre volte, però, abbiamo letto una poesia tanto perfetta da esser l’imperfezione della bellezza assoluta, il canto assolato dell’amore incommensurabile: “Un azzardo la mia mano tra le gambe, / la perfetta indecisione / mentre mi possiedo / tu sei l’uomo con cui rinasco vergine / ad ogni peccato. / Potresti rimanere fedele al tuo dito, / sarei la sposa da sposare ancora”. Vicino vicino a questa chiosa: “Crucciata la mia clitoride è incinta ogni ora. / In lei che è seme perpetuo di spine ancora”. 

Lo stile, allora, si fa fretta calma negli accenni-accenti fonetici. Quei lampi d’assonanza che ci lasciano benedire il lirismo meno apostrofato. Un fiato così potente sulla nostra debolissima, ché così diventa, dimestichezza del collo, da sembrare vento delle righe meno pompose della più giovanile delle fattezze della Jong. 

Nadia Lisanti è una poetessa lucana che poco s’addice allo specifico regionalista, perché è quella stessa lingua che salta ostacoli di contorni lineari. Come è ben insegnato dalla tradizione autoriale, questi componimenti, terzo libro per lei, sono la corporalità del pensiero. Vivono in un incastro preciso e fra il suono del movimento della mente e il fragore delle agitazione dei corpi. Composizione unica. Dimostrazione che c’è sempre un discorso, fitto e dolcemente spossante, fra l’ardimento della serenità che coccola i clamori della ricerca erotica. Le contraddizioni del piacere son queste. Fra contraddizioni d’asserzioni conseguenziali e la disinibite esclamazioni ovviamente amorevoli: “Mi chiamano puttana mentre elargisco piaceri, / non chiedo soldi / e godo. / Non chiedo soli e sono, / non chiedo soldi e vivo / nel piacere di sentirli godere tutti come ossessi / mentre mi infilo in una trama di potere / di cui ognuno ha già deciso il prezzo”. Con la virgola nella sconsiderazione del commento civile. Nel morire dell’impegnato formula da contrastare: “E’ tutto un non detto, / che non si deve dire”.

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