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2016
8
Apr

Intervista con Russo Amorale

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Russo Amorale - EP- dal 20 Febbraio 2016 in tutti gli store digitali e in CD
 
 
Russo Amorale è un cantautore francese di origini italiane, all’anagrafe Ugo Russo, nato nel gelido febbraio del 1991 in un piccolo borgo della Lorena post-industriale. Rampollo di una famiglia italo-francese di muratori, macellai, insegnanti e artisti del quotidiano, la sua scelta di cantare in italiano è insieme una ricerca poetica, intima e familiare. L’amoralità dello straniero, del “bastardo” multiculturale e sradicato è la cifra stilistica della sua espressione di un lirismo europeo. I testi di Russo Amorale sono il crogiuolo in cui si fondono i luoghi delle peregrinazioni del cantautore: Reggio Emilia, Nancy, Lione, Bologna, Parigi si mescolano per creare una nuova geografia mentale. “Fossato 41” è una carrellata folk-rock nelle vie bolognesi, un collage di citazioni e illuminazioni che sfocia nella celebrazione quasi gospel della città emiliana. “Torrione 10” invece, la seconda parte del dittico cittadino, è una ballata martellante tra i due fiumi lionesi, in cui un basso ostinato fa da trama al ghigno sardonico dell’invettiva. Una nuova geografia quindi, ma anche un nuovo gergo poetico: francesismi, traduzioni approssimative e tradimenti linguistici formano una lingua di frontiera, amorale, appunto. C’è anche posto per l’inglese nel blues vintage e viscerale di “Galileo”, pezzo registrato in live su nastro e senza sovra-incisioni. Lo stesso metodo è stato utilizzato per registrare “Le cose (che ti fanno prendere male)”, in cui un assolo di armonica a bocca risponde a un testo surrealista. La traccia di apertura dell’EP esprime l’essenza delle “chansons à texte” di Russo Amorale: “L’Emergenza di Emergere” è un’avventura generazionale, l’urgenza pigra di una sventura italiana, francese, europea, in cui i riff rock-blues sorreggono una filastrocca beat dedicata a tutti gli outsiders di provincia.  
 
L'emergenza di emergere
Fossato 41
Torrione 10
(unplugged)
Le Cose (che ti fanno prendere male)
Galileo
 
Crediti:
Testi, musiche e arrangiamenti: Russo Amorale
Registrato tra Bologna, Lione e Nancy
Registrazioni numeriche: Russo Amorale e Jean Bouther
Registrazioni analogiche: Nicolas Crouvizier
Foto copertina: Pierre Banon
Edizioni New Model Label
 
 
 
Intervista
 
Davide
Ciao Ugo. Cosa hai fatto prima di questo ottimo esordio, come nascono Russo Amorale cantante autore e la sua "emergenza di emergere"?
 
Ugo
Ciao Davide! Prima di questo EP ho partecipato a molte esperienze musicali, ho suonato con parecchi gruppi, i “Johhny Cardioid” a Lione, oppure gli “Always on Biziness” ancora attivi a Nancy in cui suono la chitarra elettrica. Poi, quando mi sono trasferito a Bologna per un anno nel 2012 ho iniziato a scrivere canzoni da solo in camera mia con una chitarra acustica di seconda mano, registrando appunti musicali sul computer. Poi, di nuovo a Lione ho continuato a scrivere pezzi e l’anno scorso, a Nancy, ho sistemato tutto il materiale che avevo accumulato in questi anni. Così è nato pian piano il progetto “Russo Amorale”, in una situazione di “emergenza” appunto: ogni anno un trasloco, tra Nancy, Lione, Bologna. Sembrava difficile poter portare a termine un progetto musicale con questa assenza di stabilità. E l’urgenza di voler creare qualcosa era sempre frenata dalla mancanza di tempo, dagli studi, ma anche dalla pigrizia, dallo scoramento… E questi stati d’animo mi sembrano abbastanza diffusi nei miei coetanei, e non solo per quanto riguarda il discorso della musica: per chi vuole portare avanti un progetto qualsiasi, c’è sempre da fare i conti con questi freni, forse resi più duri dall’epoca non del tutto ottimistica in cui viviamo. Perciò l’emergenza del cantante esordiente è per me molto simile a quella di tutti coloro che cercano di fare qualcosa della loro propria vita, di farcela e di riuscire.
 
Davide
Perché hai scelto l'italiano come lingua principale dei tuoi testi piuttosto che il natio francese o l'inglese "del mondo intero" come in "Galileo"?
 
Ugo
Come stavo dicendo, le prime canzoni sono nate a Bologna, la scelta dell’italiano è stata piuttosto naturale; ma è anche vero che mi sono sempre posto (e me lo pongo, tuttora) questo problema della “questione della lingua”. Cantare in inglese mi sembrava una scelta un po’ troppo facile, troppo impersonale, e cantare in francese non mi riusciva: avevo sempre l’impressione di parodiare Brassens o Brel e di non poter trovare la mia via/voce (le due parole sono omofone in francese).
Una cosa decisiva per me nella scelta del cantare in italiano è la dimensione autobiografica, psicanalitica, se vogliamo. La mia passione per la musica deriva dalla parte italiana della mia famiglia, da mio padre, dai miei nonni. E quindi cantare in italiano significa mantenere viva una certa tradizione familiare, iscriversi in una filiazione. Se ci fai caso, la copertina dell’EP è un po’ ispirata a quella dell’album “Radici” di Guccini, con quest’aria da fotografia vintage, ritrovata in soffitta. Ecco, cantando in italiano cerco anche di mettermi nei panni dei miei antenati, tracciando comunque un percorso mio, moderno e autentico.
 
Davide
Il geografo francese Daniel Faucher ha scritto che l'Europa è troppo grande per essere unita. Ma è anche troppo piccola per essere divisa. Il suo doppio destino è tutto qui. Cosa ne pensi di questa avventura/sventura europea?
 
Ugo
È una riflessione molto interessante. Non vorrei sfondare una porta aperta, ma secondo me il problema maggiore dell’Europa non è più quello delle distanze (anche se confesso che organizzare il mio trasloco da Nancy a Bologna è un bel casino!). Oggi, la sventura ben più tragica è quella politica: l’Europa è basata su accordi meramente economici e stiamo raccogliendo oggi i frutti marci dell’assenza di coesione politica e sociale. Ovviamente, per me l’Europa è importante da un punto di vista simbolico; sono figlio dell’immigrazione, sono figlio di molteplici radici e faccio parte della generazione “Erasmus”: non posso non sentirmi europeo.
 
Davide
Chi suona con te in questo lavoro?
 
Ugo
Faccio tutto io, chitarre, mandolino elettrico, pianoforte, armonica… da buon “control-freak” maniacale! C’è anche qualche campionamento nelle percussioni, e nel coro gospel finale della canzone “Fossato 41” l’aiutino di Jean, il mio fonico, e Hélène, la sua ragazza, che sorreggono con le loro voci l’ostinato coro finale “solo per amore, per amore…”. Nella canzone “Le Cose”, se ci fai caso, puoi anche sentire qualche miagolio di gatto e qualche scricchiolio di sedia… il gatto di mia sorella che ci girava intorno e si faceva le unghie su una sedia di paglia mentre registravamo. Ecco, anche quando registri all’antica su nastro ci sono campionamenti e effetti naturali che impreziosiscono gli arrangiamenti… C’è anche l’assordante citofono di casa mia che segna magicamente l’esatta fine della canzone: non l’abbiamo tagliato, e ogni volta che riascolto il brano mi precipito a “dare il tiro” come si dice a Bologna.
 
Davide
La vita “morale” è spesso una vita finta, basata su schemi astratti, fonte di dolore e di male tanto quanto quella "immorale". Cos'è l'amoralità secondo Russo Amorale?
 
Ugo
Per me l’amoralità significa non dover scegliere tra “moralità” o “immoralità”, ovvero due dogmi che non sono altro che la metafora di una serie di concetti binari che spesso la gente oppone: “modernità” e “tradizione”, “elettronico” e “acustico”, “francese” e “italiano”, chi più ne ha più ne metta. È sempre più facile ragionare in termini binari, molto meno cercare di capire le sfumature, le incertezze e le ambiguità di un percorso personale e artistico. A un certo punto, c’è sempre qualcuno che ti viene a dire: “devi scegliere”, tra la carriera professionale e la musica, “tra il faceto e il serio” come canto in l’”Emergenza di Emergere”… Ecco, l’amoralità è una condizione romantica, romanzesca (ovvero anche idealizzata), che rappresenta la possibilità di non scegliere, di non accettare le categorie che uno facilmente ti appiccica addosso.  
 
Davide
"...E così nasce una canzone che potrebbe parlare di te / è così colta l'emozione, nasce la mia canzone d'amore..." cantava Pierangelo Bertoli. Quando nasce una tua canzone?
 
Ugo
Per quel che mi riguarda, una canzone nasce sempre da una serie di accordi o da una sequenza di parole, che alla fine sono la stessa cosa: un frammento. Quando hai questo frammento, diventa poi quasi naturale ricomporre il puzzle: talvolta ho l’impressione che la canzone esista già da qualche parte, bisogna solo ritrovare i pezzi e incollarli. Non dico che è un lavoro sempre facile: in certi periodi non c’è più l’ispirazione, né la voglia di ricomporre questo puzzle: così, io ho ancora tanti frammenti musicali e testuali, sul telefono, sul computer, in taccuini, carte e post-it sparpagliati che aspettano di essere tirati fuori dalla sabbia in cui sono muti, per ora.
 
Davide
Quale musica ascolti e preferisci e quali sono stati ad oggi i tuoi riferimenti più significativi?
 
Ugo
A dire il vero, ho l’impressione di ascoltare poca musica rispetto a molti miei amici che sono sempre aggiornatissimi sulle ultime uscite discografiche… Io procedo in modo diverso, molto lentamente. Quando un artista mi piace, di solito esploro tutta la sua discografia, spulcio i testi, leggo le interviste, guardo i video in rete fino a esaurimento della materia. I riferimenti più significativi per me sono due: Nick Cave e Tom Waits. In Italia, i cantautori, ovviamente, Guccini, De André, ma anche i CCCP e i Marlene Kuntz mi hanno influenzato molto. In Francia direi Brassens, che il pubblico italiano conosce sicuramente grazie alle traduzioni di De André.
 
Davide
Cos'è una canzone? A cosa serve, secondo Russo Amorale?
 
Ugo
Magari aveva ragione Gainsbourg, la canzone è forse “un’arte minore”, il che ci lascia ben poco da sperare! Ma le canzoni sono anche l’arte che ci è più vicina quotidianamente: ci sono canzoni da canticchiare la mattina, canzoni per ballare, canzoni che ci fanno riflettere, ninne nanne, canzoni che sono sigle pubblicitarie, altre che sono vere e proprie poesie… Abbiamo quindi tutti un nostro “canzoniere”, un repertorio personale fatto di molteplici influenze da cui possiamo attingere a seconda degli eventi e di come ci sentiamo. La più grande riuscita di un cantante è di essere cantato. Io sono contentissimo quando sento che in qualche modo le mie melodie sono ricordate, quando la gente canticchia qualche nota, qualche parola che gli è rimasta impressa nella mente. E guarda caso, torniamo al discorso del frammento che ti facevo prima… Ecco, forse una canzone è semplicemente un frammento di vita, un ricordo.
 
Davide
Cosa seguirà?
 
Ugo
Il 15 aprile inizia a Ferrara la mia prima tournée in Italia, con tappe successive a Reggio Emilia, Bologna, Perugia e altre date in preparazione. Sono un po’ agitato, ma anche molto curioso di sapere come andrà: sto preparando uno show senza fronzoli, voce e chitarra elettrica… Cerco di rispolverare la figura del bluesman solista, senza campionamenti, senza base, con dei pezzi organici che cambiano a seconda della serata, del pubblico… credo che la gente si sia un po’ stufata di assistere a concerti in cui gli arrangiamenti sono tali quali ai pezzi del cd. Forse è un po’ anacronistico, ma penso che sia una bella sfida. Insomma, ci si vede presto, no?
 
Davide
Grazie e à suivre...
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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