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2008
25
Giu

Go Go Tales

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Paradise è il nome del locale di spogliarelli gestito da Ray Ruby (Willem Dafoe). Le sue ragazze sono inquiete perché Ray le deve ancora pagare. E loro senza soldi non si vogliono spogliare. Perché, dopotutto, anche lo strip-tease è un lavoro. L'arte non c'entra nulla. Lo si fa per campare.
E Ray allora deve per forza di cose trovare quei soldi. E non sa proprio come fare. Ha però un asso nella manica, il biglietto vincente del lotto. Un solo problema: non riesce a ricordarsi dove ha messo quel biglietto.
Atmosfere claustrofobiche e buie, quelle dell'ultimo film di Ferrara. Con improvvisi fasci di luce (rossastra, calda) ad illuminare i corpi delle ragazze. Girato totalmente in interni (a Cinecittà) la pellicola si avvale di manovalanza italiana (quasi tutti i tecnici) e di qualche attore di casa nostra (Asia Argento, Riccardo Scamarcio, Andy Luotto, Stefania Rocca)
 
I racconti promessi dal titolo, purtroppo, non prendono mai vita nella pellicola. Non ci sono storie che si incastrano o si inseguono ma solo la messinscena lineare del vuoto esistente tra i vari personaggi (alcuni neanche ben delineati) che si riempie di dialoghi a volte banali e situazioni surreali che non riescono però a dare una direzione precisa alla narrazione.
Si attende. Si perde quasi la speranza. Si inizia a pensare che Ferrara ci stia ingannando. Poi arriva il Momento. Quello che dà senso e spessore alle immagini. E c'è Ray Ruby che parla in macchina. E ci spiega cosa significhi il Paradise per lui. Che non è solo per i soldi, ma per qualcosa di molto più profondo. Una dichiarazione che è un atto d'amore per lo spettacolo e quindi per il cinema. E allora viene da pensare (o almeno si spera) che Ferrara sia come Ruby, uno che ci crede nelle cose che fa e che dei soldi gliene importa fino a un certo punto.
 
Go go tales non ha certo lo spessore delle migliori opere di questo regista e in alcuni momenti scade nella noia e nell'apatia eppure si sente la voglia di raccontare un determinato mondo, sotterraneo, notturno, chiuso. Un mondo in cui, anche lavorando, le dinamiche non sono solo quelle del guadagno e del profitto, ma anche del rapporto con l'altro, dell'amicizia di lunga data, della fiducia. E nelle parole conclusive di Ray troviamo anche una nuova luce che illumina le immagini viste, che le eleva dal grigiore di una apparente scarna quotidianità per trasformarle in una metafora del mondo contemporaneo, nel quale sono in pochi ad avere ancora la voglia e il coraggio di seguire i propri sogni, confessando errori e passioni. In un ultimo commovente barlume di verità.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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