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Intervista con Michele Perruggini

12 min read

Dopo essere stato anticipato da due singoli, il 12/12/25 esce sulle principali piattaforme digitali, STAY HUMAN, il nuovo album di MICHELE PERRUGGINI, edito su CD da Abeat Records e distribuito nei migliori negozi specializzati.

STAY HUMAN è la quarta raccolta di inediti del batterista e compositore barese Michele Perruggini, tutti pubblicati dalla stessa etichetta, con l’ausilio di alcuni fra i più noti e valenti musicisti del panorama jazz italiano ed oltre, per la maggior parte già nel precedente DISILLUSION (2023). Trattasi di Roberto Olzer al pianoforte, Yuri Goloubev al contrabbasso, Riccardo Bertuzzi alle chitarre, Guido Bombardieri al sax soprano e clarinetto e Dario Tanghetti alle percussioni, con la partecipazione in due tracce di Fausto Beccalossi alla fisarmonica.

STAY HUMAN è un concept album il cui tema è espresso a partire dal titolo: “restare umani è un invito, una sfida ed una speranza in un mondo, quello attuale, in cui la tecnologia pare avviarsi a prendere il sopravvento sulle persone. A causa del dilagare dell’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale, del progressivo impigrirsi delle masse, in aggiunta a politiche sempre più restrittive ed autoritarie, si rischia di perdere il senso della realtà e la capacità di autodeterminazione, fino a lasciarsi guidare da tecnocrazie, indifferenti ai reali bisogni umani.

“Mentre gli sviluppi della fisica quantistica, l’entanglement… ci indicano che siamo fatti di energia, amore infinito e collegati al Tutto, il sistema lavora incessantemente per separarci, attaccare la famiglia tradizionale, sminuire i valori umani e la spiritualità, sopprimere e sovvertire ogni cultura, smontare identità e tradizioni, nel tentativo di creare una massa confusa, informe e senza legami, incapace di pensiero critico e timorosa di dissentire, prona ad ogni indicazione che giunga dal potere.”

Michele Perruggini

“Non è tanto restare vivi, quanto restare umani che è importante” George Orwell

(dal suo celebre distopico romanzo “1984”)

Formazione:

Michele Perruggini batteria

Roberto Olzer pianoforte

Yuri Goloubev contrabbasso

Riccardo Bertuzzi chitarre

Guido Bombardieri sax soprano e clarinetto

Dario Tanghetti percussioni

Fausto Beccalossi fisarmonica (tracce 3 e 9)

Registrato da Carlo Cantini @Digitube Studio di Grazie di Curtatone (MN) in

febbraio/marzo 2025

Mixato e masterizzato da Stefano Amerio @Artesuono Recording Studios di

Cavalicco (UD) in ottobre 2025

Foto di copertina: Michele Perruggini

Design: Marina Barbensi

Prodotto da Michele Perruggini per Abeat Records

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https://kultunderground.org/art/42085/

Intervista

Davide

Ciao Michele e ben ritrovato su queste pagine. Cosa è successo tra il tuo ultimo lavoro “Disillusion”, di cui abbiamo parlato circa un paio di anni fa, e questo tuo nuovo disco? E come sono nate queste canzoni, a continuare o ad aggiungere cosa nel tuo percorso artistico e creativo?

Michele

Ciao Davide, sono felice anche io di ritrovarci qui. Per rispondere alla tua domanda direi che c’è stata semplicemente la continuazione di un processo creativo, in continua evoluzione, che fa parte del mio modo di essere. Avverto spesso la necessità di scrivere musica, per cui capita che mentre registro un album ho già messo quantomeno le basi del lavoro successivo. Nel caso di STAY HUMAN, volevo un suono più incentrato sulla band, senza gli archi, lasciando più spazio alla chitarra. Ogni mio album è la fotografia del momento storico che vivo, sia da un punto di vista sociale che artistico, e penso si possa descrivere come l’aggiunta di un’ulteriore tessera del mosaico relativo al percorso di crescita musicale e umana che sto compiendo.

Davide

Il tema da te prescelto è quello dell’arrivo prepotente dell’Intelligenza Artificiale e della sfida che questo comporta nel rimanere umani in futuro, o anche già nel presente, in ciò che rischia di diffondersi sempre di più in una società totalmente impigrita, controllata e pilotata dal potere delle tecnocrazie e dalle sue macchine. In che modo hai esplorato questo difficile tema distopico attraverso la musica di “Stay Human”?

Michele

È un tema fondamentale che ci riguarda tutti. Musicalmente l’ho sviscerato attraverso lo sviluppo di musiche fortemente evocative, che portano a riflettere e a confrontarsi con la moltitudine di emozioni che caratterizzano l’essere umano. Credo che tutto ciò si evinca anche leggendo i titoli dei brani.

Davide

Già dai tempi di pionieri quali Raymond Scott con il suo electronium, poi dai primi computer musicali fino ai recenti cluster computazionali come Iamus dell’Università di Malaga, da decenni ormai si stanno costruendo e istruendo macchine per la composizione musicale. Per molti musicisti elettronici e informatici il processo creativo e generativo umano sta piuttosto nella realizzazione di appositi software. I risultati all’ascolto della musica così generata non sono per me sempre entusiasmanti, anzi, ma de gustibus. Del resto anche moltissima musica generata umanamente non è per questo motivo anche di qualità (ma, di nuovo, de gustibus). Quando per te la musica, qualunque sia il suo genere, è di qualità?

Michele

Secondo me, in qualunque forma d’arte, c’è qualità prima di tutto quando ci si trova davanti ad un contenuto che evidenzia chiara ispirazione ed esprime un messaggio intimo e personale che identifica fortemente l’artista. Relativamente alla musica, trovo qualità se ci sono linee melodiche, armonie, arrangiamenti interessanti e non banali; se non si cavalcano i soliti cliché; se si “legge” la ricerca e l’esaltazione del contenuto musicale, anziché la vanità sterile del singolo musicista…

Davide

È questo uno dei due nuovi album, di cui ci parlavi, in cui la chitarra avrebbe avuto un ruolo maggiore? Come hai condiviso queste tue nuove composizioni con gli altri musicisti presenti in questo lavoro?

Michele

Si è questo! E direi che si sente la differenza di sound rispetto ai lavori precedenti. Ho condiviso il materiale come faccio sempre, inviando ai colleghi i provini fatti con Logic, le partiture… Successivamente mi sono confrontato parlandone a distanza sul risultato che cercavo (purtroppo loro vivono al nord, io al sud…), in modo tale da trovarci in studio con le idee chiare sul da farsi. Devo dire che ho la fortuna di collaborare con super professionisti, oltre che persone splendide, con cui registrare è davvero un piacere perché, oltre a studiare bene le parti, si immedesimano perfettamente nel clima sonoro del mio mondo musicale, per cui durante le riprese le sensazioni sono talmente belle che mi dispiace terminare le registrazioni. Infatti, anche stavolta tutto è andato velocemente e nel migliore dei modi.

Davide

Vediamo ora alcuni brani in particolare. In “Black Waltz” hai amalgamato il valzer, genere tipico della tradizione europea, alla forza pulsante della musica nera… “Un ponte tra due culture diversissime, entrambe affascinanti e ricche di storia”. Il che mi ha ricordato Bill Evans, quello di “Waltz for Debby”. Che tipo di ponte ideale tra diverse culture cerchi attraverso la musica? E quale tuo ponte ideale invece con la musica del passato?

Michele

Per come la vedo io, la musica è una. Non amo imbrigliarla in definizioni di genere o limitarla a un particolare periodo storico. Ho sempre ascoltato e continuo ad ascoltare di tutto. A maggior ragione poi se riflettiamo sul fatto che musicalmente è già stato inventato l’impossibile e si sono esplorati abbondantemente i confini di ogni strumento, di ogni genere… Penso che la ricchezza e varietà che possiamo trovare nelle contaminazioni possibili possono ancora restituirci un linguaggio, se non unico, quantomeno particolare e identificativo. La bellezza è sempre nell’unire, mai nel separare…

Davide

“Faces”, come tu descrivi, è un brano nato da riflessioni sul mondo dell’apparire falsamente sui vari social media. Il che mi ha fatto anche pensare al fenomeno digitale cosiddetto “brain rot” che descrive il presunto deterioramento mentale causato dal consumo eccessivo e passivo di contenuti digitali banali e poco impegnativi che popola l’ecosistema digitale dei social, portando a un declino cognitivo causato dal consumo eccessivo, disattento e passivo di contenuti online futili e di bassa qualità, ora anche generati dall’intelligenza artificiale. Quanto conta per te il “suonare vero” in questo dilagante contesto sempre più virtuale e fittizio affinché la musica diventi (o ridiventi) un veicolo di verità e più autentica condivisione?

Michele

Conta moltissimo e aggiungerei che è fondamentale. Suonare insieme significa entrare in una condizione di pura condivisione, in cui ogni musicista cerca l’altro esprimendo emozioni pure che prendono vita esattamente in quel momento… Una delle parole più belle che conosco è “interplay”. Poi a me piacciono molto i suoni acustici e veri. Mi piace sentire la vibrazione delle pelli dei tamburi, delle corde dei vari strumenti. È una questione viscerale, istintiva. Mi viene in mente, ad esempio, che più ci si addentra nel microcosmo e più evidente che siamo tutti immersi in un fenomeno di vibrazione energetica. Tutta la materia esistente lo è…

Davide

“Shy fingers” nasce dal tuo pensiero sull’importanza e la sacralità del contatto: il vero legame che abbiamo con il Tutto. È tra l’altro grazie al contatto più intenso e sublime che si crea la magia della procreazione. Che tipo di contatto tra le persone, anche procreativo, è per te la musica, o l’arte più in generale?

Michele

Con la musica ho un contatto molto tangibile e forte, perché il mio corpo e la mia anima vibrano, appunto, quando mi arrivano sonorità a cui non posso e non voglio oppormi. A seconda di ciò che sto ascoltando o componendo mi viene la pelle d’oca, gioisco, piango, mi carico, rifletto, ricordo… Tutto ciò produce effetti assolutamente reali, e quando viene condiviso tra persone, si crea quel senso di unione appagante che fa parte della nostra natura più vera.

Davide

“Ancient song” chiude il disco. Hai detto al riguardo che il canto è una delle prime forme espressive e ogni popolo conserva la ricchezza e l’identità delle proprie tradizioni attraverso canti antichi. Ti sei basato su un qualche antico canto in particolare? Inoltre, cosa ti fa preferire nel tuo lavoro l’impiego di soli strumenti musicali, senza quindi l’utilizzo di parti vocali e testuali?

Michele

No, nessun canto in particolare. Mi riferisco in generale ai canti tribali, a quelli delle lavandaie, dei nostri coltivatori di un tempo, quelli dei lavoratori nei campi di cotone americani, ai canti rituali dei pellerossa, degli sciamani… Preferisco i brani strumentali perché al di là dell’ispirazione espressa nel titolo, lasciano spazio all’interpretazione personale dell’ascoltatore, che deve essere libero di vivere il brano e viaggiare secondo il proprio sentire. I testi delineano inevitabilmente confini più precisi, perché la storia è quella dichiarata, non puoi immaginarla tu. Infine, la percezione del suono in un brano strumentale è un’esperienza decisamente più diretta rispetto all’elaborazione concettuale che avviene durante l’ascolto di una canzone. Comunque, ne ho scritto qualcuna in passato e non escludo di far ricorso all’uso della voce in un prossimo futuro.

Davide

Dunque ora stai lavorando all’altro lavoro per pianoforte e orchestra di cui avevi accennato in passato o altro? Cosa seguirà?

Michele

Attualmente sto ultimando la scrittura di un nuovo album in cui sto esplorando sonorità e armonizzazioni diverse dalle precedenti. Inoltre, ho quasi terminato anche l’album di cui ti accennavo pensato per piano e orchestra, ma davvero non so quando potrò registrarli perché si tratta di progetti molto impegnativi a livello finanziario… Avrei bisogno di uno sponsor.

Davide

Grazie e à suivre…

Michele Perruggini – Batterista e compositore barese in attività dal 1986 con i Mother Shame (rock progressivo). Dopo l’approccio alla batteria con il M° Michele Di Monte, negli anni a seguire approfondisce gli studi con: Agostino Marangolo, Vittorio Riva e Walter Scotti. Ha frequentato seminari e master class con: Elvin Jones, Dave Weckl, Alfredo Golino, Bobby Durham, Dennis Chambers, Jojo Mayer, Benny Greb, Roberto Gatto… Nel’91 accompagna il cantautore barese Maurizio Grondona e gli Indigo Blue. Nel ’92 è al seguito del cantautore tarantino Mimmo Cavallo. In seguito si dedica a progetti musicali di vario genere tra cui: Castalia (new age), F.M.P.S. (fusion), Mercato Nero (funk), Nabelladì (world music). Nel ’96 suona in due gruppi della scena acid jazz barese: Guido Orsini Group e Complanare Ovest (con il pianista Renato Falaschi e il bassista Beppe Sequestro), come pure nei Moving Clouds (etnojazz), nei Funambolici Vargas (musica d’autore), collaborando inoltre, con il bluesman americano Doug Duffey. Nel periodo ’97-’98 suona nella Latin Jazz Ensemble e con i gruppi di cui sopra in diversi festival, concorsi e rassegne nazionali e internazionali, tra cui il Premio Tenco al teatro Ariston di San Remo, il Giffoni Film Festival, Premio Ivan Graziani, Alterfesta ‘96-’97-’05, Gezziamoci, Corato Jazz Festival, Beatonto Jazz festival, Festival Internazionale del Mediterraneo XII°-XIII°, Dranouter Folk Festival… Registra il primo disco dei Moving Clouds “Oltre confine” e dei Funambolici Vargas “Canzoniere Copernicano”. Quest’ultimo in collaborazione con Antonio Marangolo e “Lilli” Greco, pubblicato dalla EMI. Ha partecipato ad alcune produzioni Mediaset e Rai e ha suonato inoltre fino al 2001, in Italia e all’estero, con il gruppo X Darawish (etno-rock), con il cantante greco Kostis Maraveyas, No Man’s Land (celtica), Blue Devils (blues), Metropolitan Sound (jazz-fusion). Dal 2003 ha collaborato fondamentalmente con il gruppo di musica d’autore Radiobunker, con alcuni membri dei Folkabbestia in un progetto di musica popolare irlandese Four Dunken Nights, con il chitarrista Dino Plasmati, con il pianista Mirko Signorile, con i Pommodors, con gli attori: Totò Onnis, Ilaria Failini, Giusy Frallonardo e tra gli altri, per circa tre anni, con il “cantante neomelodico” Luca Medici (Checco Zalone). Nel 2010 collabora con i cantautori: Daniele Di Maglie, Matteo Marolla, Alessio Lega, Giorgio Consoli, Lorenzo Mannarini, Andrea Epifani, Angelo Ruggiero e Luca Basso, per un progetto su Fabrizio De Andrè “Le Canzoni Della Collina”. Si è dedicato molto alla didattica in diversi progetti per scuole private e pubbliche, realizzando inoltre nel 2009 un metodo scritto per lo studio della batteria dal titolo “Professione Batterista” (Florestano Edizioni). Nel 2013 pubblica “Prof Drum”, una “App” didattica per tablets e smart phones scaricabile su Apple Store e Google Play. Dal 2015 si dedica in particolare alla composizione e pubblica il suo primo album di inediti dal titolo “Attraverso La Nebbia” (Abeat Records) con la partecipazione di Mirko Signorile, Giorgio Vendola, Antonio Marangolo, Gaetano Partipilo, Nando Di Modugno, Vincenzo Abbracciante, Gaetano Partipilo, Gabriele Mirabassi, Giuseppe Fortunato, Cesare Pastanella, Leo Gadaleta, Fabrizio Signorile, Maurizio Lomartire e Gaetano Simone. Nel 2019 pubblica il suo secondo album di inediti: un progetto di musica da camera con incursioni Jazz dal titolo “In Volo” (Abeat Records), con Mirko Signorile, Giorgio Vendola, Leo Gadaleta, Serena Soccoia, Teresa Laera, Luciano Tarantino e Gabriele Mirabassi. Nel 2023 pubblica il terzo album di inediti “Disillusion” (Abeat Records), con Roberto Olzer, Yuri Goloubev, Guido Bombardieri, Gilson Silveira, Fausto Beccalossi, Pino Mazzarano, Peo Alfonsi, Cesare Carretta, Silvia Maffeis, Vincenzo Starace, Nicolò Nigrelli, Leo Gadaleta (arrangiamento archi). A dicembre 2025 è prevista la pubblicazione del quarto album di inediti dal titolo “Stay Human” (Abeat Records) con Roberto Olzer, Yuri Goloubev, Guido Bombardieri, Riccardo Bertuzzi, Dario Tanghetti e Fausto Beccalossi.

 

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