
“Stua Scura non è soltanto un titolo, ma una coordinata geografica e sentimentale. Nel dialetto della mia terra, il Veneto, questa espressione evoca l’imbrunire, quel momento in cui la luce cede il passo alla penombra e i contorni del paesaggio si fanno densi, carichi di mistero e di memoria. Il legame con il territorio non è qui una citazione folcloristica, ma una scelta di materia sonora. La decisione di evitare strumenti armonici e ritmici tradizionali come il pianoforte e il contrabbasso nasce dalla volontà di lasciare spazio a una dimensione timbrica viscerale e profonda. Il cuore pulsante di questo lavoro risiede nell’abbraccio tra le frequenze gravi e calde del clarinetto basso e del sax tenore. Questi due legni, uniti alle trame della chitarra e alla scansione della batteria, creano un impasto sonoro deliberatamente scuro, quasi materico. È un suono che cerca di restituire la sensazione della nebbia che avvolge le distese della pianura, o l’intimità del silenzio che precede l’oscurità totale. In questo equilibrio tra vuoti e densità, la musica diventa lo strumento per esplorare le mie radici: non come un ritorno al passato, ma come una ricerca del ‘nero’ da cui tutto ha origine. Stua Scura è il racconto di una terra che sa essere allo stesso tempo severa e accogliente, tradotta in musica attraverso un linguaggio che fa della profondità timbrica la sua identità più vera.” Luca Zennaro
STUA SCURA IL PROGETTO
“Stua Scura” non è solo un nome, ma l’espressione di un luogo sonoro: l’unione fra il calore primordiale e l’oscurità sensoriale, è l’esperienza di un calore intimo e misterioso.
“Stua” in veneto, derivato dal tedesco, evoca il tradizionale soggiorno alpino rivestito in legno dove arde il fuoco. Rappresenta l’intimità, l’accoglienza, il calore avvolgente che ripara dal freddo. “Scura” descrive il colore timbrico della musica: una tonalità profonda e vellutata, non fredda, che amplifica l’introspezione e l’emozione. “Stua Scura” è il suono che si sprigiona da una stanza illuminata solo dalla brace morente, dove le storie sussurrate assumono una risonanza profonda. Il progetto è interamente costruito intorno alla ricchezza armonica e alla potenza evocativa degli strumenti scelti per creare una continua alternanza timbrica fra caldo e scuro.
La maggior parte dei titoli è in dialetto chioggiotto, a sottolineare il legame con la città natale. In particolare, Stravedamento, suonato in due versioni, prima in solo e poi in quartetto, è un termine locale specifico con il quale si definisce la vista delle Dolomiti dalla laguna quando il cielo è terso.

Formazione:
Luca Zennaro chitarra acustica ed elettrica, effetti, composizioni
Francesco Panconesi sax tenore
Federico Calcagno clarinetto basso
Mattia Galeotti batteria
Lista dei brani Durata
1) Play it Louder, Next time 5:57
2) Straniarse 4:25
3) Entering the Party 2:18
4) Sweet Techno Raver 6:38
5) Stravedamento 3:42
6) Ciàcole 4:02
7) Cioxa 5:42
8) Stua Scura 4:16
9) Stravedamento (Reprise) 1:33
10) Gemina Arbor 5:07
Registrato da Andrea Valfrè e Ivano Boscolo Nata @Magister Studio di Preganziol
(TV) il 12 e 13 gernnaio 2026.
Mixato da Stefano Bechini e Luca Zennaro
Masterizzato da Stefano Bechini
Prodotto da Claudio Donà e Luca Zennaro
Foto di copertina: Alessandro Boscolo Agostini
Foto dei musicisti: Fabio Bellemo per Luca Zennaro e Alice Sgavazzi per il quartetto
Design: Giorgio Finamore
Infinite Vibes
Intervista
Davide
Ciao Luca. C’è sempre un filo invisibile – benché udibile – che lega un disco al successivo, una sorta di mutazione genetica della propria musica. Qual è la frattura — o, al contrario, la naturale maturazione — che ti ha portato dalle atmosfere del tuo passato fino a questo nucleo così scuro, denso e viscerale? Cosa ti sei lasciato alle spalle per arrivare a Stua Scura e verso cosa di nuovo ti sei aperto?
Luca
Ciao Davide. Ho sempre avuto una propensione per un sound “scuro” e “notturno”, ma con Stua scura ho voluto abbracciare completamente questo tipo di suono. Penso che questo album sia la fotografia di un mio periodo di ricerca musicale molto contaminato da diversi tipi di suoni (elettronici / acustici), e con questo lavoro ho voluto aprire una mia parentesi artistica nella quale non voglio ci sia alcuna distinzione tra generi musicali. Abbiamo spesso la tendenza ad etichettare gli stili, cosa che ho sempre detestato. Penso che la musica sia una sola, e con questo album ho cercato di esprimere questo concetto.
Davide
Dietro la scelta di un organico così insolito c’è sempre un’affinità elettiva, un riconoscimento reciproco. Mi incuriosisce capire come sia nata, umanamente e artisticamente, la formazione di questo quartetto con Francesco Panconesi, Federico Calcagno e Mattia Galeotti, e come abbiate trovato l’equilibrio tra le strutture della composizione e la libertà dell’improvvisazione. Che tipo di interplay si è stabilito, quasi a livello biologico, in quella stua ideale mentre vi scambiavate i suoni, e il giorno fuori volgeva alla notte?
Luca
Conosco i ragazzi da più di 10 anni, ci siamo incontrati tutti a Siena jazz tra 2015 e 2016, e da lì siamo sempre rimasti in contatto. Ognuno di noi ha sempre lavorato alla propria musica, e ho sempre stimato tutti loro per la ricerca sonora e timbrica che ognuno ha sul proprio strumento. Abbiamo tutti praticamente la stessa età e anche gli stessi ascolti alle spalle, e questo ci porta ad avere un “terreno comune” sul quale muoverci.
Per la band cercavo musicisti che sapessero veramente “ascoltarsi” e un tipo di suono intimo / scuro, e le prime persone che mi sono venute in mente sono state loro. Oltre ad essere miei cari amici sono anche musicisti fuori dal comune.
Davide
Il cuore pulsante del disco è un abbraccio ravvicinato tra il sax tenore di Francesco Panconesi e il clarinetto basso di Federico Calcagno. Come hai vissuto la nascita di questa materia sonora così fisica e legata alla vibrazione dell’aria e del legno? E in questo disegno così denso, come vi ha dialogato la ritmica? Invero, la sensazione profonda che si avverte ascoltando la batteria di Mattia Galeotti e le tue trame è quella di una ritmica che rifiuta la linearità. In tutto questo, la tua chitarra sembra quasi muoversi come ago e filo, intenta a cucire insieme questi strappi di suono e di tempo.
Luca
Grazie per aver ascoltato l’album così attentamente. Hai centrato il punto.
Avevo in mente già da tempo questo tipo di suono, ma poi sentirlo dal vivo è stato quasi sconvolgente! La potenza sonora e l’unione di questi due tipi di fiati, tenore e clarinetto bass, è molto curiosa e stimolante per creare arrangiamenti e giocare con frequenze diverse e timbri.
Ho cercato di lasciare Federico e Francesco più liberi possibile di esprimersi e di dialogare fra loro. Quando metti a proprio agio musicisti di questo livello succedono cose magiche.
Per quanto riguarda la sezione ritmica, io e Mattia suoniamo insieme da più di 10 anni e ci conosciamo benissimo. Amo la varietà timbrica che ha, è un musicista che sa ascoltare e dà sempre qualcosa di nuovo alla musica. Per me dialogare con lui e “supportare” i fiati è stato qualcosa di estremamente facile e naturale.
Davide
Fin dall’antichità, sin dai miti cosmogonici della creazione dal nulla, il suono è stato inteso come l’atto originario: quella vibrazione primordiale che incide il silenzio e conferisce un ordine al caos. La musica si fa così custode di una geometria nascosta che organizza il disordine universale e, simile a una torcia calata negli abissi dell’anima, schiude sentieri interiori preclusi alla logica razionale. La musica è per te luce nell’oscurità? O si rivela piuttosto come calore e lume di braci, un riverbero intimo che non pretende di dissipare la penombra e il freddo siderale là fuori, nel mondo e nel cosmo, ma ci offre il rifugio ideale per imparare ad abitarli?
Luca
Per me la musica è vibrazione e luce nell’oscurità. Però in questa occasione è una luce timida, sensibile, resiliente ed accogliente che rimane sempre accesa. Quasi un rifugio, ma un rifugio per chi sa viverlo.
Davide
I titoli dei tuoi brani usano il dialetto chioggiotto (Ciàcole, Cioxa, Straniarse) non come un vezzo folkloristico, ma come carne viva. C’è un legame segreto tra la tua musica e il dialetto? O forse questa lingua così arcaica, salmastra e terragna rappresenta la tua chiave d’accesso per dare un nome all’inesprimibile, l’equivalente verbale di quel suono scuro e materico che hai cercato con il quartetto?
Luca
Hai centrato di nuovo il punto: con questi titoli così “misteriosi” ho voluto che ognuno dia la propria interpretazione a quello che sente. Non voglio imporre il mio punto di vista a nessuno. Certamente c’è un legame forte con la mia isola: amo la nebbia invernale sulla laguna, quella sensazione di mistero, e ho cercato di esprimerlo come meglio potevo in questo disco.
Davide
Stravedamento è un termine splendido, che affonda nel vissuto dei pescatori chioggiotti per descrivere quel prodigio atmosferico in cui la Bora rende l’aria così tersa da permettere di “vedere oltre”, svelando le Dolomiti nitide sopra lo specchio della laguna. Nel disco questo brano compare due volte, prima in solitudine e poi in quartetto. Mi fa pensare a come cambi una stessa visione, o uno stesso ricordo, quando siamo soli con noi stessi e quando invece li condividiamo con gli altri. Perché hai sentito il bisogno di offrirci queste due diverse versioni? Che cosa si rivela allo sguardo della chitarra da sola che invece poi si trasfigura in un dialogo collettivo?
Luca
In tutti i miei dischi ho sempre cercato di creare una storia, un filo conduttore che leghi tutti i brani, ripetendo dei pattern e riciclando materiale. In questo caso Stravedamento è uno di quei temi che ritorna e che tesse la trama attraverso l’album, prima esponendo il tema in solo e poi con i fiati, creando un impasto sonoro spesso dissonante ma armonicamente in continua evoluzione.
Davide
L’album si chiude con Gemina Arbor, un titolo che evoca l’albero gemello del Virgilio dell’Eneide — il “gemina super arbore sidunt”, la pianta duplice dove si posano le colombe sacre a Venere. Si respira una sacralità pagana, vegetale e antichissima, che giunge come un approdo dopo aver attraversato la nebbia e le stanze semibuie della pianura. Se dovessi immaginare questo disco come un cammino artistico esistenziale, dove volevi portarci idealmente al termine dell’ascolto di questi dieci brani?
Luca
Come ho detto prima, vorrei che l’ascoltatore sia trascinato in una storia per tutto l’album, come in un sogno. Gemina arbor è la fine del sogno e il ritorno alla realtà: si tirano le somme di quello che è successo e ci si fa un’autoanalisi. Gemina arbor è l’ultimo momento di intimità che si ha con se stessi prima di tornare nel mondo reale, l’ultima parvenza onirica nella quale ci si può perdere completamente.
Davide
Nell’opera scelta per la copertina, la sagoma spoglia e scheletrica dell’albero sembra dialogare a distanza con la drammaticità romantica e spettrale dei paesaggi di Caspar David Friedrich, ma lo fa immergendosi in uno sfondo astratto dove le colate verticali di viola e di nero evocano le campiture cromatiche, mistiche e ancestrali, di Mark Rothko. È un’immagine che pare intercettare quel confine esatto in cui la natura smette di essere forma reale e si fa pura risonanza interiore. Come è nata la scelta di questa opera e in che modo credi che rifletta visivamente il mistero vegetale e notturno che attraversa tutto l’album?
Luca
Da anni collaboro con il grande fotografo chioggiotto Alessandro Boscolo Agostini. Le sue foto mi hanno sempre suggestionato, e ho sempre trovato una grande affinità tra i suoi lavori e la mia musica. Sento che, come me, anche lui cerca di catturare il “mistero” e l’ambiguità nella realtà. Anni fa ha creato un lavoro fotografico chiamato proprio ‘gemina arbor’ che non ha mai pubblicato. Questo suo lavoro mi ha ispirato a cercare un suono che esprimesse quel suo mondo visivo in musica. Naturalmente la copertina è molto ambigua e lascia a varie interpretazioni: volevo che desse il senso di “mistero” che cercavo.
Davide
La nebbia di cui parli cancella i contorni ma amplifica i suoni. In un’epoca dominata dall’iper-visibilità e dall’iper-suono, dagli schermi e dalla definizione digitale totale, credi che la scelta di un impasto sonoro volutamente scuro e misterioso possa essere letta come un piccolo, poetico atto di resistenza per riscoprire la bellezza del non vedere tutto, costringendoci ad acuire i nostri sensi per tornare finalmente ad ascoltare e a sentire il mondo in un modo più autentico?
Luca
Nel mondo oggi siamo super stimolati, costantemente bombardati di impulsi, che cerchiamo e che non cerchiamo. Credo che l’arte però sia una ricerca interiore, il fatto di annoiarsi e di perdersi nei propri pensieri fa sì che la mente viaggi in posti lontani, provando a connettersi con i nostri sentimenti più profondi. Ciononostante, nel mondo di oggi non ci annoiamo più, siamo sempre in cerca di qualcosa che ci possa intrattenere, senza fare lo sforzo di riflettere.
Stua scura vuole portare all’ascolto attivo: cercare i dettagli e esplorare i suoni, ma nello stesso tempo potersi perdere nel denso magma sonoro che si crea, lasciandosi andare all’ignoto.
Davide
C’è una dimensione in cui questa penombra cessa di essere una coordinata puramente intima e si fa rito collettivo: quella dei concerti dal vivo, se previsti. Come si trasfigura l’esperienza della stua nel momento in cui la portate sul palco, di fronte a un pubblico, e in quale direzione si sta muovendo la tua ricerca per i prossimi progetti?
Luca
Penso che la musica si esprima nel modo migliore dal vivo. Proprio per questo cerco di suonare più possibile live per far sì che la musica viva e che il gruppo sia più affiatato e connesso il più possibile. Ogni concerto è un’esperienza unica e differente dalle altre.
Amo l’approccio che hanno Federico, Francesco e Mattia sul palco: è super aperto e stimolante per me, ognuno si sente a proprio agio con gli altri.
Ho vari progetti in porto, ma ora voglio dedicarmi il più possibile a Stua scura, e a suonare tanto dal vivo
Davide
Grazie e à suivre…