Durante la Seconda Guerra Mondiale, anche i personaggi animati, esattamente come i supereroi, furono reclutati per fare propaganda. La Warner ebbe l’incarico di creare una serie di cartoni che avevano lo scopo di educare il soldato al rispetto dei valori morali e ad un ineccepibile comportamento.
Private Snafu ne era l’inetto protagonista, l’esempio vivente di tutto ciò che il perfetto milite non doveva fare. La serie, prodotta dal 1943 al 1946, non rinunciava al classico e riconoscibile approccio comico delle opere di Chuck Jones, il suo autore, pur mantenendo l’obiettivo originario.
Molti furono i cartoni propagandistici:
Blitz wolf (1942) di Tex Avery era una rielaborazione della favola del lupo e dei tre porcellini, già precedentemente utilizzata da Disney, dove il nazi-lupo aveva fattezze hitleriane, ma era soprattutto la prima apparizione di Wolfy, il dandy in frac e baffetti che apparirà in molti cartoni di Avery spesso in compagnia del flemmatico Droopy (1943) del quale è l’isterico opposto;
The ducktators (1942) era un altro cartone anti-nazista dove l’Asse Berlino-Tokyo-Roma veniva rappresentato da un trio di ridicole oche; 
in Der Fuherer’s face (1943) Paperino si sognava nazista e si risvegliava, fortunatamente, americano;
Tokyo Jokio (1943) era una micidiale carrellata di stereotipi sui giapponesi che venivano dipinti come stupidi e inetti, così da distruggerne la reputazione e ridurli a innocui fenomeni da baraccone.
E in Italia?
Nel 1934 in una serie di cartoni animati francesi sulle disavventure dell’ochetta Dorothée c’era l’impronta dell’italianissima Leontina Mimma Indelli regista, sceneggiatrice e pittrice. Una brevissima carriera la sua, ma che segnò comunque un concreto inizio per il nostro paese.
Sempre nel 1934 venne fatto un timido tentativo dalla CAIR (Cartoni Animati Italiani Roma) che cercò di portare sullo schermo Le avventure di Pinocchio ma non riuscì a concludere l’opera.
Il primo cortometraggio tutto italiano fu L’ultimo sciuscià (1948) di Francesco Maurizio Guido detto Gibba, tristissima storia di un piccolo lustrascarpe che muore di stenti nella sua cameretta ma poi trova la via per il Paradiso. 
I fratelli Dinamite (1949) fu invece il primo lungometraggio nostrano e anche il primo ad essere girato in Technicolor.
Fu diretto da Nino Pagot che con il fratello Toni, divenne ben più famoso per Calimero e Grisù il draghetto pompiere.
Ad esso fece subito seguito La rosa di Bagdad (1949) di Anton Gino Domeneghini.
Il film ebbe una storia complessa e travagliata durata ben 9 anni, anche perché sviluppatasi in piena Guerra Mondiale con gli studi più volte bombardati. Utilizzò le migliori firme dell’epoca come Angelo Bioletto e Libico Marajà.
Nel 1958 esce Tapum! La storia delle armi il primo lungometraggio di quello che sarà per anni la voce più limpida e chiara dell’animazione italiana, Bruno Bozzetto (!938-).
Nel 1960 fonda la Bruno Bozzetto Film che durerà fino agli anni duemila e sfornerà capolavori come West and Soda (1965), Vip , mio fratello superuomo (1968) e una serie di corti sul Signor Rossi, il suo personaggio seriale. Nel 1976 esce l’ambizioso e riuscitissimo Allegro, non troppo, film in tecnica mista che è la sua risposta a Fantasia.
Altro lungometraggio di rilievo fu Putiferio va alla guerra di Roberto Gavioli del 1968.
Ma prima di Gulp! (poi Super) di Guido De Maria e Giancarlo Governi che portava sul piccolo schermo gli eroi di carta di Bonvi e soci (dal 1972 al 1981), i cartoni animati italiani erano per tutti quelli di Carosello. I fratelli Pagot, Paul Campani, Cavandoli: questi sono solo alcuni degli eroici pionieri che ci costringevano a guardare le pubblicità.
Negli anni sessanta il mercato dei cartoons andò in crisi, forse per carenza di idee ma anche per l’avvento della televisione che costringeva ad una riduzione dei costi e perciò anche della qualità.
Nel 1940 alcuni animatori fuoriusciti dalla Disney avevano fondato la UPA (United Production of America) che cominciò ad utilizzare uno stile più scarno e spigoloso, quasi espressionista, con fondali e ambientazioni minimaliste. Il loro personaggio più famoso fu il simpatico vecchietto ipovedente Mr. Magoo. Nel 1953 produsse anche un corto sperimentale in tema horror, The Tell-tale Heart, tratto dal racconto di Edgar Allan Poe.
I Fleischer Studios avevano già ceduto le armi nel 1942; i fratelli Warner si fermarono nel 1963 e le loro produzioni (Looney Tunes e Merrie Melodies) iniziarono un’esistenza altalenante tra chiusure e riaperture che si concluderà con l’uscita di due lungometraggi in tecnica mista: Space Jam (1996) di Joe Pytka e L.T. Back in Action (2003) di Joe Dante.
Il mondo era cambiato e (quasi) solo Hanna e Barbera riuscirono a rimanere a galla con qualità e originalità.
I due artisti, defenestrati dalla MGM, avevano aperto nel 1957 una loro casa di produzione e lanciato iconici personaggi come Huckleberry Hound (Braccobaldo) e Yogi Bear (l’orso Yoghi) entrambi nel 1958, The Flintstones (Gli Antenati) nel 1960 e The Jetsons (I Pronipoti) nel 1962.
Quasi gli unici, dicevamo, perché chi davvero non conobbe mai crisi fu Walt Disney.
Nel 1940 aveva continuato la sua esperienza in lungometraggi animati con Pinocchio e, soprattutto, Fantasia.
Film ambizioso, che cercava di fondere cultura e intrattenimento, utilizzando famosi brani di musica classica, un po’ di tecnica mista, una versione di Topolino diversa e molto più epica. Fu un insuccesso, dovuto anche a causa della Seconda Guerra Mondiale che ne ostacolò la diffusione, ma ampiamente recuperato negli anni a venire e oggi considerato un capolavoro senza tempo.
Sessantaquattro lungometraggi, dal 1937 al 2025, con alterni successi e storie che a volte toccavano nervi scoperti come la morte e la sete di potere, magari poco adatte ad un pubblico infantile ma che denotavano la volontà di sviluppare una maturità artistica. La tragica morte della mamma di Bambi (nel film omonimo del 1942), il sadismo di Crudelia De Mon in One Hundred and One Dalmatians (La carica dei 101 del 1962) che vuole farsi una pelliccia con quella dei piccoli dalmata, il male assoluto di Scar ne The Lion King (Il re leone del 1994) che fa uccidere il fratello Mufasa e convince il piccolo Simba della sua colpevolezza per il tragico evento.
Ma anche, per contro, le versioni decisamente più annacquate rispetto all’originale di Pinocchio (1940) e Peter Pan (1953).
Non solo Disney, però.
Gli spettatori che nel 1972 entrarono in un cinema per vedere le solite avventure del solito gatto, rimasero scioccati da una valanga di sesso, droga, volgarità e violenza che mai si era vista in un lungometraggio animato.
Fritz the Cat era la trasposizione cinematografica del personaggio che Robert Crumb aveva creato nel 1967.
Non so se Picha e Boris Szulzinger ne furono ispirati, ma nel 1975 produssero Tarzoon, Shame of the Jungle (Tarzoon, la vergogna della giungla) film parodia del personaggio di Burroughs decisamente spinto (la tribù che cattura June , la donna del nostro eroe, è formata da mini peni).
Fritz fu il primo, ma non ultimo, cartone di Ralph Bakshi (1938-) ad essere vietato ai minori. Anche Heavy Traffic (1973), la sua opera successiva, fece la stessa fine.
Storia di crudo realismo ambientata nei sobborghi newyorkesi, definì il suo marchio di fabbrica: ormai gli spettatori, andando a vedere un suo film, sapevano bene cosa aspettarsi. Una carriera ondivaga, tra successi e delusioni, ma sempre all’insegna della libertà creativa.
Nel 1978 tentò di trasporre l’intera trilogia de Il Signore degli Anelli, nel quale riutilizzava la tecnica del rotoscopio di Fleischer, ma si fermò al primo libro, visto l’ennesimo insuccesso.
Walt Disney morì nel 1966 e uno dei suoi disegnatori, Don Bluth (1937-), iniziò ad avere un ruolo di maggior spicco creando opere come Robin Hood (1973) e The Rescuers (Le avventure di Bianca e Bernie del 1977).
Nel 1979 abbandonò la Disney, che secondo lui stava sacrificando passione e creatività per più facili guadagni. Nel 1979 fondò una sua casa di produzione e nel 1982 fece uscire Brisby and the Secret of NIMH, che, dei film Disney, aveva la bellezza artistica, ma soprattutto quel sapore antico di un’opera fatta con il cuore.
Nei suoi film, pur continuando ad usare l’antropomorfizzazione per renderli adatti ad un pubblico giovanile, affrontava tematiche adulte e scomode come il lutto famigliare, la precarietà dell’immigrazione in The American Tail (Fievel sbarca in America del 1986, dove un topino ebreo insegue la leggenda che nel Nuovo Continente non ci siano gatti), la morte e la vita nell’aldilà in All dogs go to Heaven (Charlie, anche i cani vanno in Paradiso del 1989).
Come Bakshi anche Bluth non ebbe vita facile, nonostante l’appoggio di grossi calibri come Steven Spielberg. Uno dei suoi momenti più gloriosi, strano a dirsi, furono i filmati che costituivano il gioco da cabinato Dragon’s Lair (1983), al quale fece seguito Space Ace, il cui unico difetto era la difficoltà di apprezzarne la qualità artistica, vista la necessità di concentrarsi sul tempismo perfetto dell’uso dei pulsanti per superare i vari livelli. L’ultimo suo grande successo fu Anastasia (1997).
Nel 1958 uscì La diabolica invenzione (Vynález skázy), film animato del regista cecoslovacco Karel Zeman (1910-1989) che fondeva in maniera originale la tecnica a passo uno con riprese dal vivo. Il suo cinema richiamava molto quello di Georges Méliès, aggiornandolo però ai tempi moderni. Le ambientazioni avevano il gusto retrò dei romanzi proto-fantascientifici di Jules Verne ai quali egli si ispirava; i disegni utilizzati ricordavano le illustrazioni di Gustave Doré creando un ibrido affascinante. 
Chi era bimbo nel 1968, come me, cioè dieci anni prima dell’invasione degli anime iniziata con Atlas UFO Robot (Goldrake), si è potuto gustare, è proprio il caso di dirlo, le avventure di Gustavo (Gusztàv), il piccolo omino creato dagli animatori e registi ungheresi József Nepp, Dargay Attila, Jankovics Marcell, durate per ben 5 stagioni.
Fuori da ogni schema, e decisamente non confezionato per un pubblico di ragazzini, fu Le planète sauvage (1973) di René Laloux, figlio dell’anticonvenzionale avanguardia artistica di Druillet e Moebius che a quel tempo dettavano le regole del fumetto francese e non.
L’ultima, grande rivoluzione iniziò nel 1984 con l’uscita del primo cortometraggio interamente creato con la CGI: The Adventures of André and Wally B., una cosina di poco più di un minuto ma che faceva intravedere tutte le potenzialità della tecnica.
Era stato prodotto da una divisione della Lucasfilm che poi venne acquistata da Steve Jobs, uno che ha sempre avuto la vista lunga, e rinominata Pixar.
La lampada da tavolo Luxo, dopo aver avuto il suo bravo corto insieme al figlioletto Luxo junior, divenne il simbolo della casa di produzione entrando di prepotenza nel nostro immaginario.
Toy Story (1995), diretto da John Lasseter, fu un incredibile successo e sdoganò la computer graphics dimostrando che anche il prodotto di una fredda macchina, se gestito con perizia e intelligenza, può scaldare il cuore.
Piatto ricco mi ci ficco, come si dice, e nel 1998 la DreamWorks Animation, costola dell’omonimo colosso fondato da Steven Spielberg, già cofondatore della Amblin Entertainment che nel 1988 aveva stupito il mondo con Who Framed Roger Rabbit? (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), fece uscire Antz (Z la Formica) raggiungendo poi pieno successo con la saga dell’orco Shrek (2001) e quella di Kung Fu Panda (2008).
Nel 2002 la Blue Sky Studios tentò il colpaccio, riuscitissimo, con Ice Age (L’era glaciale) che dette inizio a una vera e propria epopea, creando una sfida sul protagonista più iconico tra il bradipo Sid e lo scoiattolo Scrat, le cui disavventure aprono e chiudono ogni film e che ebbe l’onore di una propria serie animata.
Dopo il boom della CGI, con alterni risultati e fortune, l’unico a mantenersi saldamente ancorato all’animazione classica è Hayao Miyazaki, che con il suo Studio Ghibli continua ad esplorare l’imperscrutabile spiritualità giapponese e a produrre poetici capolavori come Tonari no Totoro (Il mio vicino Totoro del 1988), Mononoke-hime (Princess Mononoke del 1997) e Sen to Chihiro no kamikakushi (La città incantata del 2001).
Produrre film d’animazione è come cullare un proprio sogno, vederlo prendere vita e crescere tra le proprie mani fino a che non è capace di muovere i suoi passi nel mondo.
Ogni autore, come un dottor Frankenstein che non si è pentito della propria opera, dovrebbe seguire questa linea di condotta. Sicuramente lo ha fatto Richard Williams (1933-2019), l’uomo dietro Roger il coniglio, che per più di cinquant’anni inseguì il sogno di produrre il più complesso e perfetto film d’animazione della storia.
The thief and the cobbler (Il ladro e il ciabattino) vide finalmente luce nel 2022 dopo mille peripezie di sviluppo e distribuzione, in una versione non finita ma sicuramente molto vicina a quella che voleva il suo autore.
Negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio revival dell’animazione in stop motion con illustri esempi: Chicken run (Galline in fuga) film inglese di Peter Lord e Nick Park, quest’ultimo famoso anche per Wallace e Groomit e Shaun, the sheep (Shaun, vita da pecora); Nightmare before Christmas (1993) e Corpse bride (La sposa cadavere del 2005) entrambi diretti da Tim Burton.
Il primo, soprattutto, ha dato origine ad un fiorente merchandise che tuttora spopola tra gadgettistica e action figures.