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Ciao Salento – Fernando Palese

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presentazione di Daniela Casciaro

iQdB (Sannicandro, Lecce, 2026)

pag. 83

“Dedicato a tutte le Renata Fonte, a tutti i Peppino Basile, a tutti coloro che serbano nel profondo del loro cuore il vivo desiderio, nonché il nobile coraggio, di affrontare a viso aperto, senza esclusioni di colpi, la causa ambientalista per la tutela e la difesa del territorio salentino”.

Lascio uno spazio fra la dedica dell’autore del romanzo, Fernando Palese e le parole mie che difficilmente potremmo farci capire quanto questa sua opera sia importante, significativa e ascrivibile al catalogo che avremmo qualche passato fa definito testi impegnati.

“La devastazione causata dalla xylella, che ha distrutto ulivi secolari simbolo del Salento, la gestione irresponsabile dei rifiuti che ha dato vita a casi emblematici come la discarica Burgesi, l’inquinamento e il rischio ambientale generato da rifiuti tossici, sono solo alcuni dei problemi che affliggono questa terra. Più che semplici difficoltà, queste sono vere e proprie battaglie per la sopravvivenza delle radici, della salute e del futuro di chi abita il Salento”, spiega infatti la giornalista Casciaro, in sede di presentazione del volume.

Fernando Palese, ricominciamo, nasce ad Acquarica del Capo (Le), “piccolo paese della penisola salentina, a circa 15 chilometri da Santa Maria di Leuca, il 5 luglio del 1963. Da circa trent’anni vive a Sora (Fr), lontano dal Salento, conservando ricordi indelebili, manifestando costantemente l’amore per la sua terra, per le sue origini, per le radici profonde, inamovibili e inattaccabili. Tardivo il suo approccio alla scrittura, sebbene da autodidatta, motivato fortemente, almeno inizialmente, da una profonda esperienza spirituale. Inizia con la sua autobiografia, successivamente prosegue con altri scritti sulla fede cristiana, diverse raccolte di poesie, ancora da pubblicare, dove si pone di dare, senza pretesa alcuna, una risposta pertinente o quantomeno adeguata al conflitto interiore, nonché una logica spiegazione alle molteplici contraddizioni del vivere umano”. Cenni da una biografia sintetizzata che intanto ci spiegano tutto l’amore dell’autore del libro.

Dall’incipit del racconto, invece, capiamo stile e intenzioni di Palese, che ridiciamo guarda, attraverso le vicende familiari di una famiglia esemplare, il bello e, ancora più obbligatorio, i problemi del Salento: “Se ne stava tutto solo, con le braccia incrociate sotto il capo a guardare il cielo, a fantasticare sul futuro, il presente s’era fermato. Nell’aria fresca pulita i primi tepori e i cinguettii di una primavera ormai imminente, il cielo terso sgombro da nuvole faceva da cornice nella vasta radura del boschetto a un tiro di schioppo dalla riva, si sentiva rumoreggiare il mare con il suo fascino primordiale. Damiano, dodici anni, era del luogo e come tanti suoi conterranei amava stare all’aperto specie nelle belle giornate soleggiate lì nel Basso Salento”.

Il tratteggio delle discussioni politiche fra figlia e padre quasi commuove. Come fanno quasi sorridere il meritato omaggio al cantautore De Santis. “Rita non si occupava affatto di vicende politiche se non erano collegate direttamente alla causa – comincia piano a farci però riflettere l’autore – che aveva abbracciato, ossia quella di essere una paladina della difesa ambientale e territoriale locale. Aveva accumulato, nonostante la giovane età, una certa esperienza e si batteva sempre più strenuamente per il bene dell’ambiente. Si sentiva molto coinvolta perché era stata molto scossa per la morte prematura di una sua amica d’infanzia avvenuta solo due anni prima per un melanoma. I casi di cancro aumentavano in modo preoccupante, e la causa scatenante era dovuta molto probabilmente al negativo impatto ambientale e a diversi fattori contingenti.”. Sino a quando entra in campo il mostro in assoluto: l’Ilva di Taranto; l’acciaieria che ha fatto e fa ammalare e morire migliaia di persone. E, ancora più attuale, se così possiamo contestualizzare di problemi che vivono allo stesso tempo, la malattia che ammazza gli uliveti: “Ugo era un vero sportivo. Aveva giocato a calcio fin da piccolo. Attualmente stava fermo, aspettava la stagione autunnale quando finalmente poteva tornare a giocare a pallone in una squadra di calcio amatoriale. Con i suoi compaesani parlava spesso di un fenomeno che aveva messo in ginocchio il Salento, la xylella. Molti cittadini del leccese erano abbattuti perché non riuscivano a trovare un rimedio per scongiurare quell’infezione trasmessa da un batterio. La penisola salentina per secoli si era retta sulle piantagioni di uliveti, da cui ricavava il pregiato olio d’oliva extravergine da vendere nei mercati nazionali ed internazionali. Ora la maggior parte degli alberi erano stati attaccati dalla malattia, man mano si erano seccati, erano stati resi improduttivi in una maniera irreversibile”.

 

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