
Beyond Whisper è l’album d’esordio del batterista, compositore e arrangiatore Luca Onori, pubblicato il 20 marzo 2026 per l’etichetta WoW Records.
L’album si caratterizza per una fusione tra jazz contemporaneo e musica cameristica, creando un dialogo unico tra un trio jazz e un quartetto d’archi.
Il progetto vede la partecipazione di un trio composto da Luca Onori (batteria), Danilo Blaiotta (pianoforte) e Dario Piccioni (contrabbasso), a cui si unisce un quartetto d’archi formato da Paolo Lozupone, Barbara Paradossi, Alessandro Simboli e Andrea Savino.
La critica lo definisce come un lavoro che risente della lezione della Third Stream, integrando strutture armoniche europee con cellule ritmiche afroamericane.
Intervista
Davide
Buongiorno Luca. Dopo la tua presenza in diversi progetti discografici e collettivi jazz, consolidando la tua esperienza come batterista versatile, capace di spaziare dal bop più tradizionale alla libera improvvisazione, “Beyond whisper” è il tuo disco d’esordio. Che tipo di traguardo è dunque costituisce per te, ma anche di nuovo e più personale inizio?
Luca
Realizzare questo disco ha significato per me concretizzare un desiderio: quello di esprimermi nella maniera più autentica che conosco, senza confini né limiti di genere. È sicuramente l’inizio di un percorso che vorrei continuare a sviluppare in modi sempre diversi, proprio per lasciare alla musica la massima libertà.
Davide
La fotografia in copertina mostra una superficie d’acqua increspata, ripresa in forte controluce. Questa scelta visiva è una metafora dell’acqua che attutisce i suoni, portandoci in una dimensione “oltre il sussurro”? E perché “oltre il sussurro”?
Luca
L’acqua è un elemento particolare: si adatta a ogni situazione e può essere, allo stesso tempo, forte e delicata. È così che immagino la musica e la composizione: qualcosa che possa essere al contempo intimo e deciso, capace di portarci ovunque. Da qui l’idea di andare “oltre il sussurro”.
Davide
Il trio jazz è una delle formazioni più iconiche e versatili della storia della musica jazz. Sebbene esistano diverse configurazioni, la formula “classica” è composta da pianoforte, contrabbasso e batteria. Al trio jazz per eccellenza hai dunque aggiunto il contributo di un quartetto d’archi, che a sua volta è una delle formazioni più iconiche e raffinate della musica da camera. Se da una parte il trio jazz è considerato l’ideale equilibrio tra economia e libertà., la formazione minima necessaria per rappresentare l’intera struttura di un brano jazz senza rinunciare a nulla, dall’altra la formazione del quartetto d’archi viene considerato un “dialogo tra quattro persone intelligenti”, dove ogni strumento mantiene la propria voce individuale pur contribuendo a un’armonia perfetta. Come nasce quest’idea di unire il trio jazz al quartetto cameristico e che tipo di dialogo alla pari vi hai cercato?
Luca
L’idea nasce proprio dalla volontà di mettere in dialogo questi due mondi. Entrambe le formazioni hanno momenti solistici e d’insieme di rilievo, scritti appositamente per valorizzarne le caratteristiche. Il trio mantiene quasi sempre la propria libertà interpretativa e improvvisativa, arricchita però dalla scrittura per gli archi. Mi affascinava l’idea di utilizzare il quartetto d’archi per il suo colore e la sua flessibilità: è una formazione che si presta a molteplici tipi di scrittura, da tessiture più dense, quasi orchestrali, a passaggi contrappuntistici, fino a sezioni solistiche.
Davide
L’uso di un quartetto d’archi non è puramente ornamentale, ma serve a creare quel dialogo tra “universi paralleli” tipico della grande tradizione colta europea e il jazz Nelle tue composizioni si può parlare di una commistione tra classica, opera lirica e jazz? Il tuo approccio è influenzato dalla Third Stream, una corrente che cerca proprio la sintesi tra la musica classica (inclusa la struttura cameristica) e l’improvvisazione jazzistica? Che tipo di sintesi ideale stai esplorando tra questi generi e confini?
Luca
A dire il vero, durante la scrittura non ho pensato a un’estetica precisa o a un riferimento specifico. Ho semplicemente cercato di tradurre in musica ciò che avevo in mente, inevitabilmente influenzato da tutti gli ascolti che mi hanno formato. In questo senso, ho scritto per il quartetto d’archi come se fosse una sezione di fiati, pur tenendo conto delle differenze timbriche e tecniche. La mia è stata una forma di sperimentazione: non tanto perché la musica sia intrinsecamente sperimentale, ma perché ho voluto esplorare un approccio diverso e vedere dove mi avrebbe portato.
Davide
Al riguardo, perché hai scelto di reinterpretare un brano di Pietro Mascagni, l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana, per altro già a suo tempo rielaborato da Danilo Rea ed Enrico Rava. Pare che questo brano in particolare della melodia operistica italiana si presti perfettamente alla rielaborazione jazzistica, proprio per la sua natura lirica e la sua intensità emotiva. Tu come lo hai riletto?
Luca
È un brano a cui sono profondamente legato e che considero di un lirismo unico. Ho scelto di mantenerne intatta la struttura, aggiungendo alcune sezioni solistiche e una coda finale affidata agli archi, senza però intervenire sul tema principale. Si presta naturalmente a questo tipo di rilettura: il mio è un omaggio rispettoso, che non vuole certamente sostituire o eguagliare l’originale, ma piuttosto rendergli tributo.
Davide
C’è però anche un brano come “Tarab”, una suite in tre movimenti che spazia tra improvvisazione libera e sonorità mediorientali. Tarab, si riferisce per altro a un concetto della cultura araba che indica l’estasi musicale, un rapimento emotivo che si prova durante l’ascolto. In che modo hai qui richiamato il mondo arabo e nordafricano, e come hai integrate le suggestioni etniche al rigore europeo degli archi e all’improvvisazione del trio jazz?
Luca
In questo brano gli archi sono stati fondamentali. Il primo movimento è interamente dedicato a loro e introduce sonorità che richiamano il mondo arabo. L’estasi del brano, a mio avviso, si raggiunge nella parte finale, dove ho scritto un breve tema fugato tra viola e violino su un ostinato ripetuto, mentre io suono le percussioni a mani nude, evocando alcune danze tradizionali. L’ispirazione è nata durante un viaggio in Marocco: una notte, nel deserto, mi sono ritrovato a suonare le percussioni insieme a un gruppo di berberi, attorno a un falò. È stata un’esperienza molto intensa.
Davide
Altra rilettura, “My funny Valentine”. Scritta da Rodgers & Hart nel 1937, la melodia è costruita quasi interamente su una scala minore che scende cromaticamente. Questa drammaticità intrinseca ricorda le arie del Verismo italiano (come quelle di Mascagni): è una melodia “nuda” che vive di pathos e dinamiche, proprio come un brano operistico. Includere “My Funny Valentine” in questo lavoro è perfetto, perché è lo standard jazz che meglio incarna un equilibrio tra lirismo operistico e struttura jazzistica? Perché questa scelta e che tipo di rilettura è stata la tua in questo contesto?
Luca
L’idea era quella di inserire due omaggi all’interno del disco: uno al mondo della musica classica e uno al jazz, che rappresentano i due ambiti in cui mi muovo maggiormente. “My Funny Valentine” si presta perfettamente a questo scopo, grazie al suo lirismo e alla sua struttura naturalmente aperta all’improvvisazione, essendo un brano da tempo consolidato nella tradizione jazzistica. Anche in questo caso non ho voluto stravolgere il tema: ho aggiunto un’introduzione più misteriosa e un finale più lirico, per valorizzare al meglio l’ensemble.
Davide
Lorena Cesaretti è la cantante di formazione classica che presta la sua voce di soprano alla traccia conclusiva di Beyond Whisper, intitolata “Love Lullaby”. La sua presenza è fondamentale per chiudere l’album, incarnando in conclusione il tuo personale ponte tra diversi mondi musicali che solitamente viaggiano invece su diversi binari paralleli? Perché dunque proprio la voce per chiudere idealmente questo percorso?
Luca
È stato un ulteriore tentativo di esplorazione. In questo caso la voce non ha un testo, ma viene utilizzata come uno strumento. Ho fatto questa scelta perché mi sembrava la più adatta per un tema così delicato ma allo stesso tempo intenso. L’utilizzo della voce lirica, anziché di una vocalità mista, va nella stessa direzione: può essere dolce ma anche estremamente potente, e credo renda pienamente giustizia al brano.
Davide
Cosa seguirà?
Luca
Vorrei continuare a sperimentare, sia con questo ensemble sia con altre formazioni e organici diversi. Mi piace pensare agli strumenti come a colori da combinare: per questo spero di poter lavorare con nuove timbriche e strutture, sia in contesti più ampi sia in formazioni più essenziali.
Davide
Grazie e à suivre…