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Intervista con Paolo Filippo Bragaglia & Ganzfeld Frequency Test

11 min read

Compositore elettronico musicalmente nato in un mondo analogico ed arrivato nei nostri giorni digitali costantemente interessato alla metamorfosi del suono attraverso i generi musicali.  

Coinvolto nella scena storica della new wave, ha dato vita a numerosi gruppi tra cui Tzar’s Revox e 3B Unit. L’esplorazione di nuovi mondi sonori l’ha sempre spinto a ricercare i possibili coinvolgimenti della musica con l’immagine in movimento, la scena, l’architettura. Da qui, un’intensa carriera come compositore di colonne sonore, con lavori nella danza, nel teatro, nelle gallerie d’arte, con una costante fascinazione per il confronto tra melodia e sperimentazione. Ha composto innumerevoli musiche per spot pubblicitari, documentari, musica per televisione e film proiettati in festival di tutto il mondo (ha contribuito di recente alla colonna sonora originale del film in uscita in autunno “Io sono Vera” di beniamino Catena) e ha lavorato in numerosi spettacoli teatrali e audiovisivi. Profondamente coinvolto nell’uso delle tecnologie interattive per la fruizione della musica, ha anche ideato il progetto di realtà aumentata “Geotracks”, basato sulla geo-localizzazione di brani musicali e letture di poesie in luoghi sensibili.

“The man from the lab” è il suo primo disco a uscire a suo nome dopo l’acclamato “Mystère du printemps” del 2006 per la storica Minus Habens Records e segue l’album “YUG” con il duo elettroacustico Synusonde del 2011. “The man from the lab” è la colonna sonora di un’immaginaria serie televisiva prodotta in un’altra dimensione ambientata in un laboratorio di biologia sperimentale segreto e in un mondo distopico alla fine degli anni ’70, nel quale un virus sconosciuto arriva dal futuro per mano di un corriere misterioso. Fantascienza, distopia e ucronia, come specchi tra diversi piani spazio-temporali, per attivare suggestioni musicali appropriate nell’evocare umori e fantasmi del nostro mondo contemporaneo, in maniera immaginifica e con un’estetica retro-futurista.

I nove brani dell’album sono fortemente ispirati dalle sonorità algide e sintetiche della new wave inglese elettronica a cavallo tra ’70 e i primi ’80 (“Metamatic” di John Foxx, band di Sheffield come i primi Human League e i Cabaret Voltaire, gli albori della Mute Records come Fred Gadget e The Normal o Gary Numan), ma al tempo stesso dialogano con i suoni elettronici contemporanei per situarsi “fuori dal tempo” ed evitare il cliché manierista della “retromania” a tutti i costi. Un uso intensivo di synth analogici vintage contribuisce a creare una trama sonora che rinforza lo spiazzamento temporale, componente fondamentale dello spirito dell’album.

“The man from the lab” è dunque un concept strumentale (con un solo brano cantato) in cui l’autore condivide lo sforzo realizzativo con la coppia di producer Ganzfeld Frequency Test per un disco che è stato concepito, realizzato e prodotto durante il primo lockdown pandemico dello scorso anno, in cui anche i titoli rimandano a vari aspetti del mondo dei laboratori scientifici. Un album che, dopo lunghe esplorazioni in diversi territori musicali, rappresenta infine anche un omaggio ai suoni che hanno influenzato le origini della carriera del compositore e musicista marchigiano.

Peyote Press

Biografia

Paolo Filippo Bragaglia inizia la propria attività di musicista negli anni ’80 come chitarrista partecipando alla prolifica scena new wave italiana e delle Marche con i gruppi Dagon, i Tzar’s Re-Vox, i 3B Uniti. È in questo periodo che inizia il suo interesse per strumenti come sintetizzatori e drum machine, dedicandosi in seguito sempre più a strumenti elettronici di natura analogica e digitale.

Negli anni ’90 realizza diverse colonne sonore per cortometraggi e video che verranno poi pubblicati nel 2002 dalla milanese FridgeZone nel CD dal titolo Kinomuziq. Il disco che vede la partecipazione anche di Steve Piccolo dei Lounge Lizards in alcuni brani, comprende fra le altre cose colonne sonore realizzate per autori come Paolo Doppieri e Beniamino Catena.

Nel 1999 esce il suo primo disco solista dal titolo Magnum Chaos per FridgeZone. L’album, strumentale, molto personale e di difficile collocazione stilistica, vedeva in alcuni suoi brani il violino di Mauro Pagani o la partecipazione di Oliviero de Quintajé.

Il 30 novembre 2002 venne presentato l’album Mensura (Fridge Zone, 2002) al Teatro comunale di Treia in una serata che sancì la collaborazione con Monica Demuru alla voce e vede al basso Matteo Moretti e David Cervigni alle percussioni. Dal brano Doppler effect venne realizzato il videoclip diretto da Paolo Doppieri mentre le immagini del tour che seguì il disco furono curate da Monaldo Moretti.

Dal 2006 Bragaglia cura la direzione artistica del festival di musica elettronica Acusmatiq che si tiene alla Mole Vanvitelliana di Ancona e che ha visto la partecipazione di artisti come Thomas Brinkmann, Chris Cutler, ZAPRUDER filmmakersgroup, Gianpaolo Antongirolami, Fennesz, Luca Miti, Francesco Fuzz Brasini, Otolab, Howie B, Mouse on Mars, Biosphere, Chris & Cosey, costola dei Throbbing Gristle e la realizzazione del Museo Temporaneo del Synth Marchigiano all’interno del festival.

Nel 2010 Paolo F. Bragaglia fonda il duo Synusonde assieme al pianista ravennate Matteo Ramon Arevalos realizzando nel 2011 l’album Yug che mescola sonorità legate alla musica contemporanea con l’elettronica. L’album che esce per la Minus Habens Records vanta collaborazioni con Massimo Simonimi e con l’ondista francese Bruno Perrault.

Discografia solista

  • 1999 – Magnum Chaos (CD album, FridgeZone)
  • 2002 – Kinomuziq (CD collection, FridgeZone)
  • 2003 – Mensura (CD album, FridgeZone)
  • 2004 – Deuterotipi (CDr, Spazio Obraz)
  • 2004 – “PPP” Perenni Psichiche Pulsazioni (CD + libro, Palazzo Venezia)
  • 2006 – Mystère du Printemps (CD album, Minus Habens Records)
  • 2008 – Urban Beauty Show-original soundtrack (CD, Minus Habens Records)
  • 2021 The Man from the Lab (CD, Minus Habens Records)

Singoli solista

  • 2006 – Dazzling Beat (CD, Minus Habens Records)
  • 2007 – Uh-Oh (7″ picture disk, Minus Habens Records)

Con i Synusonde

  • 2011 – Yug (CD album – Minus Habens Records)

Compilation

  • 1999 Schlecht Und Ironisch – Laibach Tribut – con il brano Mars (CD compilation, Radio Luxor)
  • 2000 Electronic Shark – con i brani Lous e Atra Silva (CD, Paul & Shark Yachting)
  • 2015 391 – Vol.1 Marche – Voyage Through The Deep 80s Underground In Italy (CD, Spittle Records)

Intervista

Davide

Ciao Paolo. “The man from the lab” nasce in casa durante il lockdown pandemico del 2020. Suppongo che anche la storia o il concept nascano influenzati dalla medesima situazione. Una storia in cui il futuro (l’attuale presente?) e il passato si intrecciano in un racconto fantascientifico o retro-futuristico, ucronico e distopico. Come ti sei interrogato e come hai dialogato tu invece in questo lavoro tra il tuo passato e il tuo presente musicale? 

 

Paolo

Ciao Davide, hai colto perfettamente nel segno: il senso di straniamento che abbiamo vissuto durante il primo lockdown l’ho istantaneamente rivestito di suggestioni fantascientifiche e distopiche (sto pensando a film come Contagion, Cassandra Crossing, I Figli degli Uomini). E trovo che sia sempre molto affascinante staccarsi dalla quotidianità e dalla prosaicità dell’oggi per accogliere visioni dal respiro più ampio meno contingente, per decodificare più facilmente il presente. Quindi per “fermare” alcune impressioni e stati d’animo di quel periodo ho cominciato a realizzare questo concept album. Quella condizione assolutamente imprevista ed extra-ordinaria mi ha misteriosamente spinto a guardare indietro e a ripescare coscientemente alcune sonorità che fanno parte dei miei ascolti giovanili  (trasfigurandole, in senso più contemporaneo beninteso): i suoni di una certa New Wave elettronica  dei primi anni ’80 che entravano, per me, perfettamente in risonanza col  mondo silenzioso e folle di quei giorni. Un viaggio nel tempo, compiuto cercando di non esser vittima delle retromania. E sfruttano i sempre comodi pre-testi della finta-colonna-sonora e delle dimensioni parallele; il futuro immaginato dal passato è sempre irresistibile.

 

Davide

Ed è anche un dialogo tra elettronica analogica e digitale. A parte svariate praticità ed economicità, cosa il digitale (ovviamente alla più alta definizione) ha di migliore rispetto all’analogico, cosa l’analogico ha di migliore a sua volta e di insostituibile? Come hai lavorato nell’integrazione appunto tra analogico e digitale, cioè seguendo quale criterio o metodo? 

 

Paolo

Si Davide, nonostante la matrice sonora dell’album sia all’ 80%  analogica (per i nerd: un Moog Dfam, un Prophet ed un Wasp EDP Vintage) ho usato anche alcuni plugin sotware (softsynth) per la generazione del suono e il mixaggio è stato fatto nello studio casalingo (l’unico per me raggiungibile durante il lockdown)  “In the box” tutto nel computer, usando anche sistemi DSP di alta qualità. Ma poi per il mastering sono stati usati dei gran processori valvolari… Io non sono di primo pelo, però non sono nemmeno così vecchio da essere abituato esclusivamente al flusso di lavoro analogico. Sono nato in un mondo analogico, adoro le vecchie macchine ma ritengo che sia davvero problematico approcciarsi -oggi- ad un lavoro efficace in ambito musicale senza sfruttare le meraviglie tecnologiche che ci offre il mondo contemporaneo. L’analogico, soprattutto in alcuni strumenti, riesce ad essere molto più coinvolgente a livello sensoriale e a creare una -essenziale- empatia diretta con il performer e quindi con la performance musicale. Il digitale è straordinario per la capacità di creare strumenti e circuiti impensabili nel mondo analogico e di essere virtualmente limitato solo dalla tua capacità di usarlo. Ma a volte, sappiamo, il troppo stroppia…

 

Davide

Musicalmente le tue composizioni mi hanno ricordato anche certe melodie fatte con l’Electronium da Raymond Scott, rievocandomi l’affascinante era pionieristica dell’elettronica precedente il synth pop degli ultimi anni ’70 e i primi ’80 ecc. Ma queste, ovviamente, sono mie associazioni del tutto soggettive. Quali sono stati i tuoi riferimenti iniziali? Perché hai fatto della musica elettronica il tuo principale mezzo espressivo?

 

Paolo

Mi fa molto piacere che tu abbia avvisato alcune somiglianze con i suoni del grande Raymond Scott. Azzardo un’ipotesi: visto che lui sin dagli anni ’40 compose alcun pioneristici brani  dalla grana sonora “early electronics”, affine alle colonne sonore dei film di fantascienza degli anni ’50,’60 (un esempio per tutti: la krell music del film “Il Pianeta Proibito” di Louis e Bebe Barron)  è probabile che nel voler creare l’ambientazione un po’ fantascientifica di questo album io sia ricorso all’uso di suoni elettronici in qualche modo simili ad alcuni di quelli che usava Raymond Scott nelle sue innumerevoli produzioni. Poi credo che non sia un lavoro univoco e ci sono anche delle marcate influenze della coldwave dei primi anni ’80. Posso dire di aver inserito anche degli esplici omaggi al John Foxx di Metamatic, album per me fondamentale. 

Personalmente ho cominciato a usare l’elettronica tanti tanti anni fa perché affascinato dalla possibilità di creare dei suoni specifici per i progetti musicali senza esser vincolato alla “voce” definita del singolo strumento. E anche oggi ti direi che la possibilità di comporre con il timbro e una delle grandi possibilità la musica elettronica di un certo tipo continua ad offrire.

 

Davide

Hai lavorato nel tempo attraversando con la musica anche altre arti, tecniche e discipline (teatro, cinema, televisione, pubblicità ecc…). Cosa hai riversato in “The man from the lab” di tutte le tue  diversificate esperienze in questo tuo lavoro di musica strumentale assoluta o astratta (benché descrittiva di un concept immaginario tuttavia non spiegato nella copertina)?


Paolo

The Man from the Lab è, come dicevo prima, una finta colonna sonora ma per dargli forza e coerenza come tale ho provato a immaginare  delle scene (che in qualche caso rimandano al titolo stesso del brano) che potessero essere perfettamente complementari rispetto alla musica. Una sorta di musica a programma. In questo naturalmente l’esperienza acquisita in tanti anni di sonorizzazione di immagini mi è stata molto utile. 

 

Davide

Come si è svolta la collaborazione di Ganzfeld Frequency Test?

 

Paolo

Si è svolta  esattamente come un silenzioso dialogo davanti allo specchio che lascia emergere qualche venatura di schizofrenia… eh eh

 

Davide

Canti in un solo brano dal titolo “The Black Swan”. Ha a che fare con la teoria del cigno nero secondo cui un evento raro e imprevedibile si avvera con un forte impatto sul corso della storia? La pandemia stessa è stata un cigno nero? Di cosa parla il testo?

 

Paolo

Bravissimo Davide, si esattamente, Black Swan è proprio l’evento imprevisto che scardina le certezze e lo status quo e dato il momento storico il riferimento è, quasi banalmente, alla pandemia. Ma è anche l’occasione per inserire un ulteriore animale in quel bestiario che è composto dai titoli dei brani del disco (nella maggior parte naturalmente ispirati ai poveri animali che popolano i laboratori). Il testo vuole essere un evocazione simbolica dell’impatto di quello che combina il cigno nero a livello esistenziale, privato. E mi sembrava una buona occasione per affrontare con un minimo di distacco gli accenti drammatici, distopici che in quei giorni iniziavano a connotare la cronaca mondiale.

 

Davide

Da ragazzo fantasticavo su una macchina capace di registrare musiche e suoni che creavo nella mente, specialmente prima di addormentarmi. I mezzi elettronici, hardware e software in  particolare, sono in continua evoluzione. Cosa vedi quando getti uno sguardo sulla musica del futuro? C’è qualcosa che immagini e che ti piacerebbe venisse prima o poi inventato, realizzato?

 

Paolo

L’interfaccia cerebrale totale. Esattamente come quella che immaginavi tu. Ma poi mi sorge un dubbio assillante: tutta la musica prodotta automaticamente, chi la ascolterà mai? Dovremo inventare delle intelligenze artificiali per sondarla e trovare i capolavori che si nascondono in questi infiniti flussi sonori? O saranno semplice produzione estemporanea, legata al vivere quotidiano? Già oggi esiste troppa musica che richiede più tempo per l’ascolto di quanto non ce ne sia voluto per crearla…

 

Davide

A Mozart viene attribuita questa frase: tre cose sono necessarie per un buon pianista: la testa, il cuore e le dita. Quali sono secondo te le tre cose invece necessarie per un buon musicista e compositore elettronico?

 

Paolo

La testa, il cuore e le dita.

 

Davide

Come termina la storia di “The man from the lab”… Prendendo spunto dal titolo dell’ultima traccia “Dawn in the Mouse”, cosa chiude e prelude l’alba del topo?

 

Paolo

Beh l’alba del topo è una specie di suggestione onirica, una visione in cui si cerca di evocare l’atmosfera in cui le prime luci dell’alba penetrano attraverso le persiane di un algido laboratorio in cui ci sono delle gabbie con dei topolini destinati agli esperimenti. 

E questi raggi di luce colpiscono le pupille rosse di un roditore che non sa assolutamente quello che lo aspetterà… È una micro-situazione che mi ha ispirato e che ho cercato di mantenere tra il surreale e l’onirico, il più aperta, sospesa e astratta possibile. Poi il bello della musica strumentale è proprio quella di poter creare piccoli mondi sonori “tascabili” senza doversi troppo soffermare sui dettagli del significato.

 

Davide

Cosa seguirà?

 

Paolo

C’è un nuovo album praticamente finito che spero di pubblicare la prossima primavera, che raccoglierà brani composti negli ultimi anni e poi un progetto assai bizzarro, di contaminazione estrema tra musica antica ed elettronica… Poi si spera qualche colonna sonora… Grazie per la bella chiacchierata e complimenti per la puntualità delle domande. Complimenti per il vostro magazine  Ad Maiora!

 

Davide

Grazie a te e à suivre…



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