Il mestiere delle armi
Sorprendente opera della maturità (o canto del cigno?) di un regista settantenne come

Poema di grande forza visuale e musicale, cinema "accademico" ma di grande livello, che si rifà esplicitamente, nello stile, alla lezione di Rossellini (La presa del potere di Luigi XIV), Bresson, del grande cinema russo e di Kurosawa, con molti riferimenti pittorici (al primo Rinascimento) e l’intensa musica di Fabio Vecchi, che sembra condurre le immagini. Film volutamente fuori dal tempo del cinema di oggi, per riprodurre un ritmo e un cinema classico (quasi) perduto; anche se poi Olmi carica la sua storia di venature contemporanee: la sfida alla morte da parte dei giovani.
Il mestiere (o l’arte) delle armi smuove il mondo, perché è la guerra che cambia la storia, fa dire Olmi a uno dei suoi personaggi, raccontando della breve parabola di Giovanni de’ Medici, o

Lo sguardo di Olmi è disincantato sulle violenze e gli inganni della storia ma è pieno di pietas cristiana verso il protagonista che, in punto di morte, tornato ragazzo e non più eroe dei campi di battaglia, perdona coloro che lo hanno tradito e prega tutti di ricordarlo post mortem con amore.
La pietà più intensa lo sguardo del regista la riserva agli umili protagonisti di questa pagina di storia, gli anonimi soldati-contadini (come contadini erano al centro de L’albero degli zoccoli) al seguito di Giovanni de’ Medici, che bruciano le panche di una chiesa per scaldarsi, nel freddo inverno della pianura padana (il film è stato girato in realtà in Bulgaria, per ritrovare forme e colori di un paesaggio da noi scomparso).
Un crocefisso di legno viene spogliato delle sue braccia (usate per il fuoco) e ci resta impresso ancora di più come un’immagine di sofferenza e passione, segno di tutto il film.
Paolo Baldi