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2008
16
Ott

The Mist

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L'arrivo di una nebbia improvvisa costringe numerose persone a rimanere chiuse dentro un supermercato, nel quale si erano recate a fare provviste dopo che un forte temporale si era abbattuto sulla loro cittadina provocando considerevoli danni. Alcune delle persone non si lasciano intimorire dall'inquietante presenza della nebbia e decidono di uscire dal supermercato verso i parcheggi. Urla e corpi tranciati iniziano a convincere quelli che sono rimasti dentro che nella nebbia si nasconde qualcosa di orrendo.
Tratto da un racconto lungo di Stephen King, The Mist affronta i temi dell'irrazionale e della fede in maniera cupa e disperata. La coesistenza forzata di alcune persone in un luogo chiuso (il supermercato: simbolo perfetto dello stile di vita americano) invece di creare unione e solidarietà porta allo spaccamento in frazioni sempre più piccole e alla nascita di personalità invasate che sfruttano la paura e la trasformano in superstizione e odio attraverso gli strumenti della religione. Questo passaggio è cruciale nello sviluppo della storia. La progressiva mutazione della fede in Dio in atteggiamenti violenti, al limite del fanatismo, che mostrano come l'irrazionale, se non controllato dalla ragione o dalla fede, possa diventare un terreno emotivo dal quale finiscono per germogliare gli aspetti più inquietanti dell'animo umano. Dall'altra parte la sequenza finale, con il protagonista che rinuncia di credere in una possibile salvezza per scegliere la morte attraverso un'atroce decisione, costringe lo spettatore ad interrogarsi su quanto la libertà dell'uomo di agire dipenda solamente da se stesso o sia strettamente legata a tutte le forze incontrollabili da cui è intrappolato, forze che alcuni chiamano destino e altri la volontà di Dio. The Mist è anche un film che si interroga sul vedere, non solo in senso cinematografico ma affrontando le paure inconsce, individuali e collettive, dei nostri tempi, che al di là delle forme assunte nella pellicola, degne dei mostri dei mondi di Lovecraft, sembrano più che altro muoversi nella nebbia che si è annidata nel cuore e nelle menti delle persone, che non sriescono più a guardare chi hanno vicino e a riconoscerlo come loro simile. E allora il cinema e la narrativa attraverso le possibilità date dai generi continuano a porsi domande sulle fratture della nostra società, nel fondo delle quali si trovano luoghi oscuri e malvagi, non sempre visibili, ma concreti nella loro capacità di risucchiare qualsiasi cosa, distruggendo la fede degli uomini o il loro raziocinio, spingendoli così in un abisso morale dal quale non sembra più esserci possibilità di ritorno.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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