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2007
2
Mar

Pi Greco - Il teorema del delirio

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Max ha sui ventisette anni. Sempre chiuso nella sua stanza. Rapporti umani che tendono inevitabilmente verso lo zero. Max sta compiendo una ricerca. Max è un genio della matematica. Max soffre di lancinanti emicranie che gli trapanano il cervello. I numeri della borsa scorrono veloci su un display che ha sopra il computer. Trovare uno schema. Studiare i numeri. Trovare uno schema che sia alla base dell'andamento della borsa. Questa è la sua ricerca.

Pausa.

 

Max esce. Montaggio veloce degli scatti della serratura, dei chiavistelli che si tolgono. Per strada. Il mondo adesso è intorno a lui.

 

Max enuncia le sue teorie.

1 – La natura parla attraverso la matematica

2 – Tutto ciò che ci circonda si può comprendere e rappresentare attraverso numeri.

3 – Tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema, quindi ovunque in natura esistono degli schemi.

 

Immagine di un albero, esiste uno schema dietro quell'albero?

 

Aronofski, il regista, getta sin da subito le basi del suo stile. Un bianco e nero dai colori così saturi da fare male agli occhi, un montaggio che ordina la storia attraverso un ritmo schizofrenico, i pensieri e le immagini che si alternano, entriamo e usciamo dalla testa di Max, la macchina a mano sembra essere stata drogata con le peggiori sostanze allucinogene in circolazione, la musica e il rumore esplodono con le emicranie di Max.

Il dolore, il dolore prende forma. Prima è una mano a tremare, poi la certezza dell'arrivo di una crisi. Trapani e sibili acutissimi perforano il cervello di Max, anche noi entriamo nello stesso delirio, la colonna sonora impazzisce, si fondono musica techno e rumori al limite della sopportazione. Max subisce la sua crisi. Prova con le pillole, con punture sottocutanee, niente lo aiuta. Lo ritroviamo con il naso sanguinante nei peggiori posti. Il suo cervello è la sua maledizione.

 

Il continuo distacco dalla realtà, l'immersione completa in un mondo puramente numerico, la perenne stasi davanti ad uno schermo, le pillole, gli attacchi, Max si ritrova vittima di macabre allucinazioni. Il mondo è distorto. La sua mente è distorta. L'occhio della macchina da presa è distorto.

 

Il regista costruisce un altro grado di realtà. Fatto di primi piani inquietanti, di figure che appaiono per sparire subito dopo, di cervelli che si manifestano sulle scale di una metro. Il labirinto della mente. David Lynch gli ha mostrato come fare.

 

L'incontro con un altro ragazzo ebreo, in un bar, apre a Max nuovi orizzonti. La torah, il libro sacro degli ebrei, è composto da numeri. Il ragazzo gli mostra come ad ogni lettera ebraica corrispondano dei numeri. Come tutta la torah sia un sistema composto da questi numeri.

Trovare uno schema nella borsa significherebbe trovare il modo per fari milioni di dollari.

Trovare uno schema nella torah significherebbe trovare dio.

Max cambia le sue priorità.

 

La ricerca continua. Fibonacci, la seziona aurea, la figura della spirale, un numero di 216 cifre.

 

Lo stesso numero con il quale il sacerdote che aveva accesso alle dieci tavole bibliche, a Gerusalemme, chiamava dio.

 

Max ormai è ingabbiato nella sua mente. La trasformazione di idee in ossessioni lo trascina in comportamenti compulsivi e deliranti. Le emicranie continuano sempre più forti. Max, nella ricerca della sua illuminazione, conosce il buio più profondo.

 

La fusione del suo computer porterà anche alla scoperta di quel numero. Dal silicio al cervello umano. Max memorizza il numero. La chiave d'accesso a dio.

 

Da una parte il capitalismo dall'altra la religione. Entrambi i poli cercano di attirare Max per rubare dal suo cervello quel numero, quella chiave di accesso.

 

A guadagni illimitati. Alla natura di dio.

 

Max non cede ad entrambi. Subisce una trasformazione che acquista i lineamenti di una consapevolezza e di una rivolta. Cranio rasato. Le somiglianze con Travis Bickle di Taxi Driver non sono solo fisiche. C'è la stessa ossessione, lo stesso isolamento, la stesso solipsismo.

 

Il film si chiude in un eccesso di follia e horror.

 

Poi forse la vera illuminazione.

 

Max guarda un albero con occhi cerchiati di nero, una bambina gli chiede il risultato di una divisione, un gioco che Max faceva sempre con lei.

Max sorride e non risponde.

L'immagine di un albero. Esiste uno schema dietro quell'albero?

Nessuna risposta, solo la bellezza delle foglie che si muovono libere, attraversate dalla luce del sole.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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