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2012
2
Mag

Amanita - Simone Pazzaglia

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La ricerca della mezza mela grazie alla quale dare completezza e unitarietà alla propria esistenza è un percorso che varia da persona a persona. C’è chi la trova sui banchi di scuola e chi la incontra in età matura, chi fa di tutto per sposarla dopo averla conosciuta e chi la conosce dopo essersi sposato, chi se la lascia sfuggire e chi si convince di non poterla trovare mai.
Accantonate le tematiche più prettamente sociali del precedente “Un paese di pazzi e di cani” (Ed. Il Foglio 2010), che in “Amanita” sopravvivono appena nella presenza ingombrante di un inceneritore (1), l’ultimo romanzo di Simone Pazzaglia dimostra come, in alcuni casi, la ricerca di un compagno di vita conduca a scelte che, a posteriori, si dimostrano pericolosamente sbagliate e che possono generare effetti a dir poco devastanti, soprattutto se due persone che tanto metà l’una dell’altra non sono, proseguono imperterrite nella masochistica scelta di restare legati.
Leonida e Sebastian si sono incontrati per caso, attorno a un fuoco, tra una chiacchiera sull’oroscopo e un sottofondo di bonghi, in un’atmosfera hippy mista di fumo e chetamina, in un momento in cui sei “in bilico tra un prima e un dopo (…) e sai che non tornerai indietro perché ormai ci sei e allora decidi di buttarti” scoprendo poi che “sarebbe bastato davvero un niente per vivere una vita completamente differente”.
È Sebastian a fare da voce narrante e, quindi, sono sue le impressioni e i sentimenti che disegnano ogni passo del romanzo, a partire dalla descrizione di Leonida, inevitabilmente influenzata da ciò che prova per lei: un parassita inerme che non lavora e si fa mantenere, una donna divisa tra gli eccessi d’ira sfogati sul marito e i pettegolezzi e le cattiverie scambiate con le amiche. Leonida trascorre il tempo tra parrucchieri, creme e palestre, ma soprattutto a coltivare la propria ossessione personale: estirpare con estrema cura e meticolosità i peli dalle proprie gambe, quasi si trattasse di un rituale di purificazione. È una ragazza forte e votata alla sopraffazione, convinta che gli uomini sono “come le bestie che bisogna fargli sentire il bastone per fargli capire chi comanda”.
Sebastian viene invece da una famiglia in cui il dolore e la sofferenza sono tracciate nelle generazioni come in un presagio di sventura trasmesso agli eredi. Se i nonni avevano battezzato i quindici figli numerandoli da Primo a Ultimo, “come a voler sancire la fine dei giochi” (2), il destino si è dimostrato fatalmente ironico con loro, uccidendoli in senso inverso, dall’ultimo al primo, fino a che Sebastian si è ritrovato solo, senza parenti, senza genitori, “in una fase di smarrimento del senso di appartenenza”, con il bisogno immediato e impellente di una famiglia (3).
Se l’atteggiamento di Leonida nei confronti di Sebastian è di guerra aperta e aggressione frontale, il marito si dimostra, pagina dopo pagina, altrettanto pericoloso e determinato, a dispetto dell’immagine che il lettore potrebbe farsi di lui in un primo momento, quella di un uomo da commiserare, con lo sguardo sempre fisso a terra e la coda tra le gambe.
Sabastian, infatti, non litiga con la moglie, non difende il proprio punto di vista, ne subisce attacchi e decisioni lamentandosi nella propria mente, ma sempre uniformandosi a essi. È schiacciato dalla vicinanza di una donna che ha “la capacità di modificare il tempo, quello tuo interno, quello vitale”, ma non rallentandolo dolcemente come succede in amore, bensì frenandolo in un impasto di odio e paura (4).
Eppure il mezzo scelto da Sebastian per arrivare alla sconfitta dell’avversario non risulta meno letale di quello di Leonida (5). Lo si comprende se si pensa alla fine fatta dal cane della moglie, morto per mano di Sebastian come “vittima indiretta di un esperimento con la diossina” che successivamente avrà ben altro bersaglio, o ai mortali esperimenti che impegnano la mente e le energie del protagonista.
“Avere una passione o qualcosa a cui dedicarsi rende la vita migliore”. A questa massima apparentemente connotata da grande saggezza, Pazzaglia assegna l’ironico ruolo di sintetizzare l’impegno costante che i due coniugi mettono nel portare avanti la guerra tra loro, un atteggiamento che, paradossalmente, ben si adegua a un’altra considerazione proposta dall’autore: “basta trovare il giusto stratagemma per fare in modo che la vita [assieme] non sia troppo insopportabile”.
Il gioco di cause ed effetti porterà i due verso un nuovo stato di conoscenza di un amore che sfiora i fondali più neri e cupi dell’essere, alla ricerca della complicità che unisce. Perché si sa che, e lo dico forse con un eccesso di cinismo, amore è sopportarsi, anche quando ciò che tiene assieme è la voglia di uccidersi uno con l’altro.
 
Amanita - Simone Pazzaglia
Ed. Il Foglio 2012
ISBN 978-88-7606-364-0
Pag. 156 - € 12,00
 
 
 
(1) “lavorare in un inceneritore è come andare a pisciare nell’autogrill dell’inferno. C’è puzza di morte e un calore insopportabile (…). La combustione è prima di tutto un fatto politico. Lo decidono loro cosa si può bruciare”
(2) “Quelli che provarono a venire al mondo dopo ebbero, diciamo, una cattiva sorte”.
(3) “Una casa, una donna, possibilmente dei bambini. Un’esistenza semplice e normale di quelle che se ne vede in abbondanza a giro per le strade a braccetto, spingendo un passeggino o portando a pisciare un cane”.
(4) “Ma la mia non vuole essere una battaglia a viso aperto, una di quelle belle guerre di una volta in cui ti sfidavi fucile o baionetta alla mano. (…) La mia strategia è la guerriglia. Starsene nascosto, colpire quando meno se lo aspetta e correre subito in ritirata. Al limite potrei essere un cecchino”.
(5) “Alla fine il mio vivere non assomiglia più a una corsa ma a un avvicinarsi a traguardi sempre meno interessanti”.
 
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:: Andrea Borla
 
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