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2007
9
Lug

The Messengers

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Il nuovo film dei Pang Brothers è un esempio di come avvenga, ad Hollywood, l'incontro tra due modi di intendere il cinema, quello orientale e quello occidentale. Nella pellicola si ritrovano subito tutti quegli elementi rappresentativi che hanno caratterizzato gli horror orientali degli ultimi anni. Presenze inquietanti e deformi che strisciano sui pavimenti o sui soffitti, spiriti in cerca di una comunicazione con i vivi. Esseri che hanno un rapporto speciale con gli oggetti, l'acqua, il buio.

In The Messengers questi elementi, che fanno parte della cultura orientale e che in un qualche modo erano stati codificati all'interno del genere horror, vengono inseriti in un plot tipicamente hollywoodiano e per questo perdono immediatamente di senso ed efficacia.

I Pang giocano con l'horror come se si trattasse di un'attrazione da parco giochi, sorprese improvvise (sonore quanto visive) che funzionano come trucchi appositamente studiati per far saltare lo spettatore sulla propria poltrona

La cosa più difficile da digerire è il ritrovarsi di fronte, per l'ennesima volta, il tema della famiglia. L'horror che ha per sua natura una forte componente disturbante nei confronti delle istituzioni sociali quanto politiche in questo caso assume addirittura una valenza positiva che invece che distruggere il concetto di famiglia, alla fine, lo rafforza.

The Messengers non aggiunge nulla a quanto visto negli ultimi tempi ed è una conferma di come Hollywood tenda (ma come potrebbe fare altrimenti?) ad inserire chiunque entri nei suoi meccanismi all'interno delle proprie logiche narrative ed espressive.

Svariati i riferimenti a La casa, Gli Uccelli e Shining, ma è tutto un superfluo gioco di rimandi. Nella sostanza manca il coraggio di andare veramente nel fondo oscuro delle cose e si costruisce uno spettacolo di semplice consumo con una morale che davvero è difficile da mandare giù.


Trailer su YouTube.com

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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