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83a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2026

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Terminata anche questa 83a edizione, è tempo di consuntivi. Al di là degli scenari apocalittici di un mondo devastato dalle guerre, da un capitalismo disumano e da futuri distopici, costante matematica che ci accompagna sempre in tutte le edizioni, abbiamo riscontrato in generale, come media film, un buon Concorso Ufficiale, una meno eclatante Sezione Orizzonti, alcuni Fuori Concorso interessanti, e la solita deprimente sfilata di un cinema italiano non all’altezza, in un contesto dove il confronto con le altre cinematografie diventa impietoso.

Stilando un riassunto dei maggiori premi, abbiamo avuto come Leone d’Oro per il miglior film a Kvinde Ukendt  (Woman Unknown) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia), il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria a Ga-Neung-Han Sa-Rang (Possible Love) di Lee Chang-dong (Corea del Sud), il Leone d’Argento – Premio per la Migliore Regia a Ilya Khrzhanovsky per il film Dau (Germania, Francia, Svezia), la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Mathilde Arcel sempre per il film Kvinde Ukendt  (Woman Unknown), la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a John Malkovich nel film Wild Horse Nine di Martin McDonagh (Regno Unito, USA, Cile), il Premio per La Migliore Sceneggiatura a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo, Olivier Gorce per il film Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé (Francia), il Premio Speciale Della Giuria a Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor (Regno Unito).

Alcune considerazioni sui premi.

Il premio a Naza, anche in chiave politica, ci poteva stare, ma ho avvertito diversi dubbi, rispetto al tema trattato, per la sua rappresentazione e il suo impatto emotivo, e quindi anche nello stilare un giudizio complessivo obiettivo su questo lavoro. Questa pellicola firmata da due dei quattro registi del precedente documentario No Other Land, vincitore del Premio Oscar 2025, rispetto al precedente film, che mostra esplicitamente con immagini dirette la drammaticità della situazione palestinese, qui la scelta è di raccontare, attraverso interviste anonime (per tutelare la loro sicurezza) a funzionari operativi dell’esercito israeliano, di uno sterminio pianificato e scientifico, anche con l’utilizzo dell’AI, della popolazione nonchè la distruzione di tutto il patrimonio edilizio di Gaza. Come sfondo alle interviste, per tutta la durata del documentario, immagini dei grattacieli notturni. Al di là del valore simbolico che possiamo attribuire alle immagini, a mio parere manca l’empatia nei confronti di quello che viene descritto e raccontato. Accantonando anche il fatto che, essendo tutte testimonianze anonime alterate nei volti e nelle voci con l’utilizzo dell’AI, un governo come quello israeliano possa negare facilmente la non veridicità di ciò che viene descritto, rispedendo al mittente l’accusa di falsità della narrazione palestinese, quello che sentiamo non cambia di una virgola la percezione occidentale di un genocidio e di una volontà di distruzione di un’intera città e territorio, che paradossalmente era già stata dichiarata ufficialmente e tranquillamente da Trump e Netanyahu per la risoluzione del problema palestinese. L’esigenza di una rappresentazione del reale, come era nel film del 2025 La Voce Di Hind Rajab, dove la “finta” rappresentazione cinematografica in realtà richiamava in maniera devastante un controcampo costruito sull’agghiacciante conversazione telefonica registrata dalla fonte ufficiale della Mezzaluna Rossa, diventa fondamentale per creare quell’empatia che indigni realmente lo spettatore. Mi spiace dirlo, ma durante la visione di Naza ho sentito intorno a me, in sala, gente russare. Quel tipo di denuncia e rappresentazione, sarebbe stata notevolmente più efficace se costruita dalla parte israeliana, avendo la capacità di entrare nel sistema dalla porta principale, sfruttando la presunzione di un sistema militare efficiente, cogliendo non la testimonianza diretta, ma i tratti e le sfumature nascoste, ben più efficaci di testimonianze facilmente confutabili. Ed in questi anni di Festival, ci sono stati diversi registi israeliani, fortemente oppositori della politica intrapresa verso il popolo palestinese, che rappresentando la situazione dall’interno, analizzando ad esempio l’educazione scolastica del sistema israeliano, hanno rilevato situazioni intollerabili nella creazione dell’odio verso altri esseri umani. Evidenziando un’opera solamente perché è “giusto”, si cade nella retorica un po’ modaiola dello schierarsi da una parte o dall’altra secondo la tendenza e l’opportunità. Prova evidente che l’elegante platea ad inviti della serata dei premi ufficiali, si è sentita nell’obbligo morale di alzarsi in piedi e tributare un saluto superiore, rispetto alle altre, alla pellicola palestinese. Ribadisco, che nella mia critica, non viene messa in discussione la devastante e terrificante politica che Israele sta compiendo nei confronti del popolo palestinese, e nemmeno il valore di una pellicola che contribuisce comunque a dare un’ulteriore chiarezza a ciò che ci troviamo di fronte, ma solamente alla capacità di parlare di elementi drammatici dei nostri tempi nella maniera più efficace possibile, senza banalizzare il giudizio su un’opera “importante” solo per l’argomento trattato. Anche il Leone d’Oro, mi è parso francamente una scelta criticabile. Se il film in sé è una buona pellicola, costruita bene, ottimamente interpretata (la Coppa Volpi alla migliore attrice è assolutamente meritata), nel proporci una storia ambientata dopo l’occupazione nazista della Danimarca nella seconda guerra mondiale, ho fatto fatica a trovare anche nella psicologia della protagonista, un collegamento con delle problematiche riscontrabili nella nostra società contemporanea, valore aggiunto che mi aspetterei all’assegnazione di un premio così prestigioso. Per fare un esempio, la Sezione Orizzonti ha proposto quest’anno la pellicola di Alina Marazzi La Ragazza con la Leica, una pellicola a struttura mista biopic/documentario, incentrata sulla figura della fotografa tedesca Gerda Taro compagna all’epoca del famoso fotografo Robert Capa, i lavori della quale erano andati perduti e poi ritrovati in una soffitta (insieme a quelli del compagno) in Messico nel 1995, permettendone di ricostruire a pieno il suo ruolo fondamentale. Anche lì la storia è ambientata principalmente in Germania, Francia e Spagna durante il periodo hitleriano, ma qui l’intuizione è di proporci, inserendo nelle scene di protesta d’epoca elementi della nostra contemporaneità, un parallelismo con la situazione attuale, dando un significato molto più profondo, e non solamente legato al periodo, ai dialoghi dei protagonisti del film. Gli altri premi a Dau e a Possible Love erano abbastanza pronosticabili. Dau è una pellicola, nei suoi vari adattamenti, girata in vent’anni e questa ne dovrebbe rappresentare la versione definitiva. È quel genere di film, assimilabile al The Brutalist del 2024. È una pellicola mastodontica, anche nella costruzione puramente fisica, ed impegnativa (quattro ore di durata), che racconta un lungo periodo della storia dell’Unione Sovietica, analizzando la figura del fisico Lev Davidovič Landau, fra gli scienziati impegnati nello studio della bomba atomica. Nel film, inevitabilmente assistendo, visto la voluminosità dell’opera, anche a parti contradditorie, non si può non riconoscere un valore cinematografico tale da potergli attribuire un premio in questa edizione del Festival. Premio meritato anche per Possible Love, sia per l’argomento trattato, sia per come è stata sviluppata l’esplorazione delle contraddittorie dinamiche del capitalismo nella società coreana e della sua cruda e retorica applicazione nei rapporti umani, scavando quel divario di classe che sfocia in forti contrasti sociali. Il tema del lavoro e degli effetti del capitalismo, tema spesso presente al Festival, quest’anno è stato trattato anche da un’altra pellicola premiata, Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé, regista che si è prevalentemente occupato con i suoi film proprio di queste dinamiche, da tutti i punti di vista. Brizé riesce ad evidenziare le difficoltà di un sistema lavoro che se da un lato valorizza le proprie figure di spicco, dall’altro ne richiede una fedeltà disumanizzante. Dispiace che siano state ignorate per i premi due pellicole giudicate non solo da me, ma anche da quasi la totalità della critica ufficiale, come importanti e fra le più meritevoli in questa edizione. Se John Malkovich ha ricevuto l’ineccepibile premio come migliore attore, meritava di più anche la pellicola di Martin McDonagh Wild Horse Nine di cui era protagonista, regista che ha la capacità di presentare continuamente lavori ironici ed estremamente riflessivi. Così come Hirokazu Koreeda che con Look Back, muovendosi all’interno del suo stile riconoscibile, ci ha proposto una pellicola toccante che ruota intorno al mondo del manga giapponese, storia tratta lei stessa da un manga. Dei 5 film italiani in concorso, Succederà questa notte di Nanni Moretti, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro e L’estranea di Paolo Strippoli, c’è poco da salvare. Nanni Moretti, evocato al Festival di Venezia dopo 37 anni, dà purtroppo l’impressione, già da diversi anni, di vivere un periodo di crisi artistica, paragonando i suoi ultimi lavori alle sue pellicole più iconiche. Tornando, con questa pellicola, ad esplorare una sceneggiatura non originale tratta da una serie di racconti dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, come il suo precedente Tre Piani (personalmente giudicato estremamente insoddisfacente), si rimane piuttosto freddi e distanti verso una pellicola globalmente incentrata su una storia d’amore. Con Ritorno a Buenos Aires, Bechis continua nel suo viaggio della memoria del periodo dei Desaparecidos argentini, da lui drammaticamente vissuto. Sono, insieme al Il fuoco che ti porti dentro, le due pellicole italiane che si salvano del Concorso Ufficiale, lavori mai stati in gara con i migliori per l’assegnazione di un premio, ma comunque inseribile nel cerchio dei buoni film selezionati. L’estranea di Paolo Strippoli che continua l’esplorazione del genere thriller-horror, personalmente l’ho trovato mediocre, ne avrei quasi ribaltato il punto di vista partendo da una situazione psicanalitica per poi accelerare in maniera decisa sulla parte orrorifica. Mi è sembrata una via di mezzo poco interessante. Poi arriviamo al peggiore film visto in concorso, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, valutato così anche dalla critica ufficiale. Nonostante avesse a disposizione l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci ed un cast di tutto rilievo (Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon), è riuscito a concepire una pellicola piuttosto lenta e noiosa (ma fin lì qualcuno avrebbe anche potuto apprezzarla), riuscendo però nell’impresa di massacrarla con un finale insensato. Paradossalmente non è neanche il peggiore dei 53 film da me visionati quest’anno. La palma la vince ovviamente un altro film italiano, inserito nella Sezione Orizzonti, La Città Dei Vivi di Edoardo Gabbriellini. La pellicola ricostruisce un feroce fatto di cronaca avvenuto nel 2016 nella periferia romana, l’omicidio di un giovane ragazzo la cui storia era diventata oggetto del romanzo di Nicola Lagioia. Ma paradossalmente, invece di partire dal romanzo che si concentra sulla figura degli assassini, il film ribalta la narrazione facendoci rivivere il periodo e la vita del ragazzo precedente l’omicidio, senza darne né una spiegazione, anche irrazionale, né un giudizio. Il film infatti, è stato disconosciuto anche dai fratelli D’Innocenzo, che ne avevano firmato la sceneggiatura.

La Sezione Orizzonti, ha visto premiato come miglior film quello che è stato di gran lunga il mio preferito della sezione, Un Détour Par Diane (Diane In The Loop) di Ann Sirot e Raphaël Balboni (Belgio, Francia), che affronta la tematica della violenza sulle donne. La pellicola ha la capacità di trovare un fantastico equilibrio fra dramma ed ironia, interpretato magnificamente dalla protagonista e consegnandoci una serie di personaggi magistralmente delineati, riuscendo a raccontare anche in chiave umoristica una condizione di estrema fragilità. Da segnalare in questa sezione anche La Maison Du Vent del regista camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu, vincitore del Premio Speciale Della Giuria Orizzonti e del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, che il regista ha dedicato alla madre, protagonista della pellicola, deceduta poco dopo il termine delle riprese. L’unico film italiano premiato in questa edizione è stato I Figli Della Scimmia di Tommaso Landucci, Premio Orizzonti per la Migliore Sceneggiatura e Premio Orizzonti per il Miglior Attore a Riccardo Scamarcio. Niente di straordinario ma comunque onesto, e meno deludente rispetto alle altre pellicole italiane visionate.

Di questa edizione, dove ho particolarmente apprezzato pellicole originali come The Pervert’s Guide to Utopias di Sophie Fiennes, Guria film georgiano di Levan Koguashvili, e dove c’è stata anche qualche delusione come il film di Paul Schrader The Basics of Philosophy, mi porto a casa l’ennesima conferma di un Festival in salute, magistralmente condotto dal Direttore Alberto Barbera che dopo 15 anni consecutivi di gestione, insieme al suo staff, mantiene ancora la capacità di selezionare lavori interessanti ed ospitare i grandi personaggi che continuano a realizzare il grande cinema e a tenerlo vivo.

 

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