La poesia come sabotaggio

Ivan Pozzoni, Lo Stato pontificio, a cura di Silvia Denti, Edizioni DivinaFollia, collana “Tardomoderna”, 2026, 60 pagine.
Lo Stato pontificio di Ivan Pozzoni è un libro difficile da collocare. Raccolta poetica, manifesto teorico e pamphlet contro il sistema letterario si sovrappongono fino a formare un oggetto volutamente instabile. Pozzoni lavora sull’urto, sulla contaminazione, sull’invettiva, mettendo a contatto linguaggio filosofico, basso corporeo e aggressione verbale. Più che aggiungere una voce al panorama poetico contemporaneo, sembra voler mettere in discussione le condizioni attraverso cui quel panorama viene ordinato e legittimato.
Nato a Monza nel 1976, poeta, saggista e studioso di formazione giuridico-filosofica, Pozzoni porta nel libro una familiarità evidente con la teoria, ma la utilizza per forzarne dall’interno il linguaggio. Il concetto attorno a cui ruota l’opera è quello di tardomodernismo, che Pozzoni definisce attraverso il superamento del postmodernismo e dell’ipermodernismo e il distacco dal modernismo. Qui, però, non diventa una categoria storiografica pacificata. È piuttosto una posizione di combattimento.
Pozzoni rifiuta la poesia come elegia, confessione lirica, oggetto nobile o forma addomesticata dell’interiorità. Al suo posto propone una poesia intesa come riot, come azione di disturbo contro il canone, la critica, l’accademia, l’editoria e le diverse forme di mediazione culturale. Il bersaglio, dunque, non è la poesia in sé, ma ciò che stabilisce quali forme possano essere riconosciute come poesia.
Da qui l’insistenza contro il critico letterario militante, i direttori editoriali, i curatori di riviste, i canonizzatori, i custodi della tradizione. Il campo letterario viene rappresentato come una sorta di Stato Pontificio dell’arte: un apparato clericale e burocratico, con officianti, gerarchie, riti di consacrazione ed esclusione. Il lessico religioso non è decorativo. Serve a rappresentare una letteratura ridotta anche ad amministrazione del prestigio.
Testi come Il critico letterario militante è metodologicamente ignorante, Il canone non mi diaconizza e Rehab pontificio non sono invettive isolate. Appartengono allo stesso assedio. Pozzoni non sembra interessato a correggere il sistema: ne contesta il diritto a stabilire chi sia dentro e chi fuori. L’espulsione, reale o rivendicata, diventa quasi un principio estetico.
Il tratto più evidente della scrittura è l’accumulo. Riferimenti filosofici, letterari, politici, religiosi, pop, calcistici e corporei entrano nello stesso campo di collisione. Da Lyotard a Baudrillard, da Borges a Montale, fino a Fantozzi e Google Maps, la citazione alta convive con l’abbassamento comico e fisiologico. Una citazione filosofica può precipitare nel turpiloquio; un riferimento canonico essere deformato in caricatura. La gerarchia tra alto e basso viene continuamente incrinata.
Questa saturazione è parte del progetto. Pozzoni non cerca la misura, ma il sovraccarico. La scrittura è congestionata, centrifuga, deliberatamente eccessiva; il lettore non viene accompagnato, ma sottoposto a pressione. Anche la forma, in questo modo, diventa una prova di resistenza.
Uno dei punti più interessanti è il rapporto fra teoria e prassi. Le pagine iniziali espongono una poetica dell’an-estetico e del sabotaggio; i testi successivi cercano di metterla in atto. Pozzoni tenta quindi di far coincidere il discorso teorico con la sua esecuzione. La poesia non si limita a parlare del sabotaggio: prova a praticarlo.
Lo stesso vale per il turpiloquio e per il corpo degradato. Malattie, farmaci, apparati organici, scarti fisiologici e riferimenti espliciti non sono semplici concessioni al gusto del basso. Servono a desacralizzare il linguaggio poetico e a trascinarlo fuori dalla sua zona di decoro. Il corpo non è lirico, amoroso o elegiaco: è vulnerabile, ridicolo, disturbante.
È importante, in questo senso, Oggi sono contagiato dal morbo lirico/elegiaco, insieme alle pagine in cui una poesia lirica/elegiaca viene tradotta in riot. Il gesto più radicale non consiste tanto nel rifiutare la lirica quanto nel contaminarla dall’interno. Il testo sentimentale viene smontato, deformato, convertito in materia di conflitto. È come se la lirica, per sopravvivere, dovesse perdere ogni pretesa d’innocenza e attraversare sarcasmo, teoria, invettiva e degradazione.
L’operazione porta però con sé un rischio evidente. Quando quasi ogni pagina si organizza come attacco e ogni bersaglio viene trascinato nello stesso vortice polemico, la forza sovversiva può trasformarsi in postura. La furia, da energia formale, rischia di diventare meccanismo. Anche il linguaggio offensivo, talvolta spinto fino a espressioni volutamente disturbanti e discriminatorie nel loro significato letterale, pone un problema che una lettura critica non può eludere. La provocazione fa parte del dispositivo, ma non sempre il dispositivo riesce a governare fino in fondo la violenza che mette in circolo.
È qui che il libro si gioca molto della propria riuscita. Sabotare il decoro non significa automaticamente produrre una forma nuova. In alcuni passaggi la collisione fra teoria e invettiva sprigiona una forza reale; in altri l’accumulo sembra avvitarsi su se stesso, come se fosse necessario rilanciare continuamente l’oltraggio per conservare intensità. La riuscita non è uniforme. Del resto questo non è un libro che cerca equilibrio, e proprio nell’equilibrio individua una possibile forma di resa.
La sua forza sta allora nella necessità interna della scrittura. Pozzoni scrive contro la poesia come ornamento, contro la critica quando diventa tribunale, contro il canone trasformato in sacramento, contro l’editoria intesa come macchina di inclusione ed esclusione. Il suo io poetico non è confessionale: è una maschera bellica, comica, oscena, ipercolta e plebea insieme.
Che cosa resta della poesia quando vengono meno il canto, la misura, il pudore lirico, il riconoscimento critico e la fiducia nella bellezza? Nel libro di Pozzoni resta una lingua in stato d’assedio. Non sempre convince; spesso irrita; a tratti respinge. Ma difficilmente lascia indifferenti.
È forse questo il dato decisivo. In una parte della poesia contemporanea il conflitto rischia di diventare una forma già riconoscibile e, proprio per questo, innocua. Pozzoni tenta invece di trasformare la poesia in incidente. Il suo tardomodernismo an-estetico non cerca una nuova armonia, ma una frattura. Lo Stato pontificio va letto in questa prospettiva: non come una raccolta “bella” nel senso consueto del termine, ma come un’operazione di guerra simbolica. La sua debolezza possibile coincide con la sua forza: l’eccesso. Ed è proprio quell’eccesso a costringere il lettore a chiedersi se la poesia possa ancora essere un luogo di conflitto reale, oppure se ogni conflitto, una volta scritto, sia già destinato a diventare letteratura.