
Neri Pozza (Milano, 2026)
pag. 331
euro 20.00
Nella valigia di Ernest Hemingway la Parigi dell’ultima estate romantica del mondo. Questa volta Angelo Petrella, scrittore, sceneggiatore e traduttore napoletano, ambienta il suo romanzo storico nella capitale francese del ’29, in pratica quando scrittrici e pittori, letterati e artisti facevano alveare e un mondo completamente nuovo, tutta l’avanguardia e il moderno che fu possibile inventare. Allo stesso tempo Petrella da vita a un personaggio alla sua prima avventura, come lo stesso autore ha già confermato: in “La valigia perduta di Hemingway” scopriamo per la prima volta appunto la vita di Marcel, protagonista del romanzo, che è un agente di polizia con la passione per la letteratura. Petrella immagina insomma che a Parigi, in una mattina di marzo del 1929, il giovane, accorso con un collega in un palazzo parigino da cui provengono urla selvagge, trovi Henry Miller alle prese con due donne in una situazione molto scabrosa e, in un altro appartamento, il cadavere di una ragazza. La narrazione segue le indagini di Marcel sulla morte di Jeanne Leblanc, cui faranno seguito altri delitti, e s’intreccia con gli incontri tra il personaggio e gli intellettuali di cui prima: oltre allo stesso Miller, e ovviamente Hemingway, James Joyce, Kiki de Montparnasse, Man Ray, Francis Scott e Zelda Fitzgerald, Cocteau, Aragon, Breton, Stravinskij. Per terra, una donna era riversa sul tappeto, con una bava verdastra che le usciva dalla bocca. Il corpo era già in stato di decomposizione, probabilmente abbandonato da giorni. Nessuno ci aveva fatto caso, nessuno si era nemmeno incuriosito per la musica persistente che usciva da una radio posta su un tavolino di marmo. A vederlo in quella postura sgraziata, il cadavere della donna faceva quasi commozione. Fra i romanzi di Angelo Petrella, il nostro adorato resta “La città perfetta”. Epperò ricorderemmo anche lo storico “Pompei” e almeno “Cane rabbioso” e “Le api randage”; per colore, però, diremo anche che Petrella ha firmato, fra i tanti, soggetti e sceneggiature de “I bastardi di Pizzofalcone”, “Mare fuori”, “Il commissario Ricciardi”. Il libro si apre, insomma, in verità con una scena epocale, dove lo scrittore dei Tropici è indaffarato in un threesome e nella sua deriva. Oppure, meglio, nel ritrovamento del cadavere che innesca, come si dice, il giallo, anzi la scusa del giallo. Petrella ha, al solito, una penna a tratti sorniona. Ma spesso perfino lirica (specialmente nella creazione degli ambienti, diciamo). Tutti questi artisti e intellettuali, tutti assieme, d’altronde, li ricordiamo protagonisti di una pellicola abbastanza recente. “Sono James Joyce, ma può chiamarmi Jim. Da quanto ho capito, lei conosce bene la nostra lingua. Ha per caso letto il mio Ulisse?”. Ecco. Per dire. Inoltre, alcuni atti li abbiamo già accolti durante la visita alla mostra milanese dedicata a Man Ray, che non a caso è fra i soggetti principali del romanzo di Angelo Petrella. Presente quasi quanto Hemingway, l’indiziato. E che ne esce di sicuro come una persona meno divertente di quello stesso Joyce al quale contende la palma di inventore della nuova lingua del Novecento. Montmartre, Montparnasse, place de la Concorde, il Marais… E quella valigia? “Il sole era alto e tiepido”.