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Il corpo e la penna sotto il turbante nero: pragmatica, neuro-estetica e biopolitica della scrittura di Homeira Qaderi

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La performatività della testimonianza e la deissi del lutto

La produzione di Homeira Qaderi, in particolare il memoir epistolare Dancing in the Mosque: An Afghan Mother’s Letter to Her Son (2020) e il romanzo Noqra: The Daughter of Kabul River (2009), deve essere letta come una pratica di resistenza narrativa contro la subordinazione patriarcale e la violenza politico-religiosa. Qaderi non si limita a registrare il trauma: attraverso la prima persona trasforma l’esperienza privata in testimonianza pubblica. Dancing in the Mosque nasce, anche, dalla necessità di lasciare al figlio Siawash una traccia della propria storia e della battaglia combattuta per conservarne la custodia. Particolarmente significativa è la frase riferita dalla scrittrice alla propria infanzia: «My grandmother believed that one of the most difficult tasks that the Almighty can assign anyone is being a girl in Afghanistan». A essa si accompagna il ricordo: «As a child, I didn’t want to be a girl. I didn’t want my dolls to be women». L’identità femminile appare precocemente percepita non come semplice dato biologico, come posizione sociale sottoposta a una specifica distribuzione della vulnerabilità.

Paura, memoria e corpo narrativo

Il trauma in Qaderi non è rappresentato come una categoria psicologica, ma come esperienza incorporata. La paura modifica la percezione dello spazio, il rapporto con il movimento e le possibilità elementari dell’apprendimento. Durante il primo regime talebano Qaderi organizzò lezioni clandestine per ragazze e insegnò ai bambini degli sfollati, trasformando l’istruzione in una pratica di resistenza. Le testimonianze sull’esperienza della scuola clandestina documentano anche l’episodio della lezione ospitata nella struttura chiamata «moschea», dove una giovane Qaderi insegnava a bambini e bambine sotto il controllo dei Talebani. La narrazione della paura deve essere interpretata, con prudenza, attraverso la neuro-estetica come dispositivo di simulazione percettiva: il lettore non riceve soltanto informazioni sul terrore, ma ricostruisce attraverso il testo sequenze di minaccia, anticipazione e sollievo. Non è corretto identificare tale processo con una riproduzione fisiologica del trauma dell’autrice: la letteratura deve favorire immedesimazione e simulazione, non consente di dedurre automaticamente una risposta neurobiologica determinata. L’episodio della «moschea» assume, inoltre, un valore simbolico: uno spazio sottoposto al controllo religioso viene temporaneamente trasformato in luogo di alfabetizzazione. Il corpo femminile, anziché essere disciplinato attraverso il divieto, diventa veicolo di trasmissione del sapere.

La penna come contro-potere

La stessa Qaderi definisce esplicitamente la propria attività letteraria come una forma di combattimento. In un’intervista all’Afghanistan Women’s News Agency dichiara:

«در تمام این سال‌ها از راه قلمم مبارزه کرده‌ام» («In tutti questi anni ho combattuto attraverso la mia penna»). La frase è importante perché non costituisce un’interpretazione critica applicata dall’esterno alla sua opera: è l’autrice stessa a definire la scrittura come pratica di resistenza. Qaderi collega questa lotta agli anni del regime talebano e alla successiva fase democratica, indicando nella produzione letteraria il principale strumento attraverso cui ha cercato di contrastare l’oppressione. La penna deve essere interpretata come contro-dispositivo epistemico: non perché sostituisca letteralmente la forza materiale, ma perché restituisce al soggetto femminile la facoltà di nominare ciò che il sistema patriarcale tende a rendere invisibile. La scrittura produce così agency cognitiva e politica.

La legge patriarcale e la maternità espropriata

Uno dei nuclei più forti di Dancing in the Mosque è la vicenda della maternità e della custodia di Siawash. Qaderi racconta la sua battaglia contro un sistema giuridico nel quale la custodia del figlio maschio passava, dopo una determinata età, dalla madre al padre. La sua esperienza privata diventa immediatamente esperienza politica: il corpo materno viene sottoposto a una regolazione giuridica che pretende di stabilire il limite temporale della relazione fra madre e figlio. La stessa Qaderi descrive la maternità come l’apertura improvvisa di una «finestra» su un mondo di «خشم و ستم و زن‌ستیزی», cioè di rabbia, oppressione e misoginia. La maternità, inizialmente percepita come diritto naturale, si rivela una condizione politicamente vulnerabile. Il motivo delle bambole – «I didn’t want my dolls to be women»- acquista, in questo quadro, una particolare forza retrospettiva: la bambina intuisce nella trasformazione della bambola in donna l’ingresso in un ordine sociale segnato dalla subordinazione.

Educazione e disobbedienza

Uno dei passaggi più espliciti del memoir riguarda il diritto all’istruzione. Qaderi scrive:

«من میدانم که در بعضی از کشورها آموزش و تحصیل یک حق برای زنان است اما در کشور من چنین نیست» («So che in alcuni Paesi l’istruzione è un diritto delle donne, ma nel mio Paese non è così». Il passo, riportato con riferimento alla pagina 124 di Dancing in the Mosque, prosegue descrivendo la condizione della donna afghana come soggetto esposto a percosse, umiliazione e colpevolizzazione. La formulazione possiede una precisa forza pragmatica: l’enunciato non si limita a constatare l’assenza di un diritto, costruisce un contrasto fra due regimi normativi, quello nel quale l’istruzione è riconosciuta come diritto e quello nel quale essa viene negata. La comparazione rende visibile l’arbitrarietà della proibizione e trasforma il ricordo autobiografico in denuncia politica. L’educazione clandestina diventa una forma elementare di disobbedienza civile: insegnare a leggere significa sottrarre una porzione di potere al sistema che pretende di controllare chi può accedere al sapere.

La letteratura come sopravvivenza

La funzione della scrittura viene esplicitata da Qaderi con una seconda dichiarazione particolarmente significativa: «ادبیات برای من نجات دهنده بوده است» «La letteratura per me è stata una salvatrice». L’affermazione acquista il suo pieno significato nel contesto della sua esperienza. Qaderi racconta che, durante il periodo talebano, alcune sue amiche morirono per suicidio a causa della disperazione e che proprio la scrittura le offrì una possibilità di sottrarsi alla depressione. La letteratura diviene tecnica di sopravvivenza simbolica e non soltanto rappresentazione del trauma. La scrittura produce una trasformazione decisiva: ciò che nella realtà appare come impotenza viene convertito in narrazione, e la narrazione permette al soggetto di riacquistare una posizione enunciativa. Il dolore non scompare, ma diventa dicibile.

L’esilio e la deissi della distanza

L’esilio costituisce una seconda forma di dislocazione del corpo. La perdita del territorio non coincide con la cancellazione della memoria: la patria continua a esistere nella lingua, nei ricordi e nella relazione con il figlio. Nel memoir compare la formula: «مادر گفت مهاجرت یعنی بیگانه شدن در کشور دیگری و مردن در تنهایی» («La madre disse: emigrare significa diventare estranei in un altro Paese e morire nella solitudine»). Il passo è riportato con riferimento alla pagina 21 di Dancing in the Mosque. L’emigrazione acquista, così, una doppia semantica: è contemporaneamente fuga dalla violenza e perdita della continuità spaziale dell’identità. La sicurezza fisica dell’esilio non cancella il costo affettivo dello sradicamento. Oggi Qaderi vive negli Stati Uniti e svolge attività accademica presso lo Yale MacMillan Center. L’esilio non rappresenta la fine della scrittura afghana, è il passaggio della testimonianza dal territorio nazionale allo spazio diasporico.

La maternità come contro-atto

La forma epistolare di Dancing in the Mosque trasforma l’assenza fisica in presenza testuale. La lettera indirizzata al figlio non è soltanto un documento autobiografico: è il dispositivo attraverso cui la madre riafferma una relazione che il diritto e la separazione geografica possono limitare, ma non cancellare simbolicamente. Il testo produce un contro-atto istituzionale: laddove la norma stabilisce chi è in grado di esercitare la maternità, la narrazione costruisce una diversa forma di legittimazione, fondata sulla memoria, sulla cura e sulla continuità affettiva.

Noqra e la genealogia femminile della memoria

Il discorso sulla resistenza non deve essere limitato al memoir. Noqra: The Daughter of Kabul River, pubblicato nel 2009, costruisce una genealogia narrativa centrata sulle donne e attraversa differenti momenti della storia afghana. Il romanzo consente a Qaderi di spostare la resistenza dall’io testimoniale alla costruzione di una memoria femminile plurale. La differenza fra le due opere è significativa: nel memoir la resistenza nasce dalla prima persona testimoniale; in Noqra viene affidata alla costruzione narrativa di una pluralità di esperienze femminili. In entrambi i casi, tuttavia, Qaderi sottrae l’esperienza delle donne alla marginalità documentaria e la trasforma in materia letteraria.

Conclusioni

La scrittura di Homeira Qaderi dimostra come la letteratura riesca a diventare uno strumento di resistenza senza degenerare in propaganda. L’educazione clandestina, la paura, il controllo del corpo, la subordinazione giuridica della maternità e l’esilio vengono trasformati in forme narrative capaci di restituire agency a un soggetto femminile che il sistema patriarcale cerca continuamente di definire dall’esterno. Come osserva Faridullah Bezhan nel suo studio sulla letteratura femminile afghana, la «connessione delle donne con la rivoluzione e il jihad» deve essere considerata insieme alle strutture di violenza e di resistenza che plasmano l’esperienza delle donne afghane (Women, War and Islamic Radicalisation in Maryam Mahboob’s Afghanistan, Monash University Publishing, 2016). Le tre dichiarazioni esplicite dell’autrice – «در تمام این سال‌ها از راه قلمم مبارزه کرده‌ام» («Ho combattuto attraverso la mia penna per tutti questi anni»), «ادبیات برای من نجات دهنده بوده است» («La letteratura per me è stata una salvatrice») e «من میدانم که در بعضی از کشورها آموزش و تحصیل یک حق برای زنان است اما در کشور من چنین نیست» («So che in alcuni Paesi l’istruzione e lo studio sono un diritto per le donne, ma nel mio Paese non è così»)- consentono di condensare il nucleo politico della sua opera senza ricorrere a citazioni apocrife. La bambina che rifiuta di immaginare le sue bambole come donne, l’adolescente che insegna clandestinamente, la madre che combatte per il proprio figlio e la scrittrice che trasforma l’esilio in memoria appartengono a momenti differenti di un’unica traiettoria: la conquista della capacità di nominare il proprio corpo, la propria esperienza e il proprio destino. Da questa prospettiva, corpo e penna non costituiscono dimensioni separate. Il corpo è ciò che il potere tenta di disciplinare; la scrittura è lo spazio nel quale quel corpo torna a parlare. Come sostiene Judith Butler in What World Is This?: A Pandemic Phenomenology, ciò che può apparire come un «abbraccio armonioso» tra il mondo e il soggetto rischia di trasformarsi in «una morsa che infligge dolore anziché gioia» (Columbia University Press, 2022).

1 thought on “Il corpo e la penna sotto il turbante nero: pragmatica, neuro-estetica e biopolitica della scrittura di Homeira Qaderi

  1. Grazie Ivan, sempre spezzare ,anche un rametto ,una parola per le cause a cui teniamo e oggettivamente importanti. Ho anch’io qualche amica in esilio che esprime il suuo poetico disenso con bravura e sofferenza. La cultura DEVE.
    MD

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