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La polis e la sintassi dell’utopia: il dispositivo Canini tra archeologia formale e politologico-giuridica del verbo

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L’urto pragmatico dell’inattuale: il testo come dispositivo de-strutturante

Il profilo intellettuale di Marco Antonio Canini non si colloca entro le coordinate consolatorie di una storiografia lineare; esso si configura piuttosto come un violento corto circuito epistemologico proiettato sulle macerie del Canone del XIX secolo. In un’epoca dominata dalla spinta positivistica all’ordinamento e alla legge scientifica (rappresentata dall’intransigenza tassonomica di Graziadio Isaia Ascoli), l’operazione di Canini mette in atto un continuo semantic mismatch: la ricerca sull’origine linguistica rifiuta la funzione mimetico-rappresentativa del dato glottologico convertendosi in un atto linguistico ad altissimo coefficiente d’urto deittico. Leggere Libro dell’amore o Études étymologiques significa confrontarsi con un testo che agisce da dispositivo di deformazione del reale. La sovrapposizione tra le radici preindoeuropee e il mito mazziniano della Weltliteratur attiva un’illocuzione ironico-metafisica in cui l’enunciato devia dal referente tradizionale e trascina la riflessione geopolitica in una dimensione archetipica. Come osserva il testo critico in esame, la lingua rumena non nasce da un mero paradigma storico: scaturisce da un sostrato «pelasgico che aveva alimentato tanto la fioritura latina quanto quella italica, in una sorta di metafisica acronia o pancronia dell’espressione». Questo campionamento di epoche e lingue disparate richiama le dinamiche di de-automatizzazione e di destrutturazione del linguaggio individuate dalla critica poetica contemporanea. Giorgio Linguaglossa osserva, infatti, che «la parola poetica del Moderno […] ha attraversato la destrutturazione dei linguaggi del Novecento» e che la forma oggi dominante della rappresentazione poetica è la «composizione in frammenti» (La nuova poesia modernista italiana. Per una critica della costruzione poetica, per una fenomenologia del poetico, EdiLet, 2010, 11). Il campionamento plurilinguistico di Canini può allora essere riletto come una forma ante litteram di montaggio: la forma-opera non organizza una materia linguistica omogenea: incorpora differenze, scarti e discontinuità, trasformando la pluralità delle lingue in una macchina di attraversamento del caos europeo. In quest’ottica, la tensione cosmopolita di Canini deve essere accostata anche alla diagnosi žižekiana della crisi dell’azione politica e delle forme istituzionali. Slavoj Žižek osserva che sarebbe «a strange radical politics» quella la cui speranza consistesse nel mantenere l’azione «inoperative and marginal» («A Permanent Economic Emergency», in New Left Review, n. 64, 2010, 87). La traduzione caniniana assume, retrospettivamente, una funzione analoga: laddove l’istituzione tende a fissare le differenze entro confini politici, nazionali e amministrativi, il gesto linguistico le rimette in circolo, producendo un movimento incessante tra codici, popoli e tradizioni. L’Europa di Canini svela il mondo come un rebus burocratico ed esistenziale, nel quale l’unità politica rimane continuamente differita e l’ideale europeo sopravvive non nella stabilità dell’istituzione, ma nella capacità del linguaggio di attraversarne le fratture. Il suo plurilinguismo diventa, ante litteram, una pratica di montaggio: un dispositivo nel quale il caos delle differenze non viene eliminato, è assunto come condizione stessa della possibilità di una comunità europea.

Metamorfosi delle radici: fonosimbolismo e critica d’analogie

L’impostazione metodologica di Canini prefigura, con la sua tensione comparativa e con l’ampiezza delle famiglie linguistiche poste in relazione, le successive ricerche sulla classificazione globale delle lingue, anticipando la critique d’analogie dei simbolisti e il fonosimbolismo di Giovanni Pascoli. Come documenta Jessica Andreoli, Canini concepiva il proprio progetto lessicografico come un’impresa rilevante «sotto l’aspetto della filologia comparata», estendendolo alle cinque lingue «dette neo-latine»: italiano, francese, spagnolo, portoghese e romeno («Marco Antonio Canini e la lessicografia italiana dell’Ottocento», in Analele Universității din București. Limba și Literatura Română, 2025, 14). Questa vocazione comparativa assume in Canini una forma, insieme, linguistica e speculativa: l’accostamento di radici appartenenti a famiglie differenti tende, infatti, a postulare una matrice originaria comune, trasformando la somiglianza fonica in criterio ermeneutico e la pluralità delle lingue in un vasto campo di corrispondenze. L’operazione, distante dai criteri della linguistica storica scientifica, la Treccani definisce infatti i suoi studi etimologici «di nessun valore scientifico», acquista retrospettivamente interesse come anticipazione di una concezione globale e comparativa del linguaggio. Il testo etimologico non si limita alla fredda ricognizione del vocabolo: ne analizza il valore acustico ed evocativo-spaziale attraverso la giustapposizione di fonemi e concetti. L’analisi dei cluster radicali mostra chiaramente questo meccanismo: le sequenze kal, gal, gla, kar, harr, hor vengono ricondotte al nesso primigenio di luce e calore («ardere e insieme brillare»); le radici ard, art, ryt, lat, loth si collegano al sostrato indoeuropeo *rt, indicante «ordine, equilibrio, ritmo, scansione regolare, donde Arte ed Armonia», intese dantescamente come la luce che riscatta l’oscurità della materia; le sequenze esplosive e sorde kad, kat, kt evocano fonicamente l’idea di «tagliare, troncare, uccidere»; le radici man, amn, men, mn intrecciano la mania, la mente e l’acqua fluente, sovrapponendo la sfera della follia (excessus mentis) all’ispirazione divina e alle Mousai, quali «del mortale pensiero animatrici». Anche la pratica traduttiva del Canini si fa carico di questo fonosimbolismo cromatico e dinamico. Nel rendere Meleagro – «Lacrime, avanzo dell’antico amore, / Attraverso alla terra, o Eliodora, / Ti mando, all’Orco, lacrime infelici»- l’asprezza gutturale del lutto si scioglie nella levità della consonante liquida. Traducendo Thomas Moore – «Siccome il peregrin che verso oriente / Sen va la sera, a riguardar sovente / Si volta il cielo, che nell’ultim’ora / Il crepuscol di un bel rosso colora»- la vibrazione del fonema rotante /R/ viene caricata di una valenza cromatica, ove la consonante liquida traduce la radiazione luminosa come fluire continuo.

L’utopia balcanico-mediterranea e il revoco dell’europa istituzionale

Sul piano storico/filosofico e politico, l’europeismo di Canini si fonda su un’asimmetria radicale rispetto ai modelli egemonici tradizionali. Anticipando le intuizioni di Giani Stuparich, l’identità europea non viene pensata come un blocco monolitico ed escludente, ma come un nodo policentrico slavo, balcanico e mediterraneo. Il legame viscerale con la Romania e il riscatto della sua lingua costituiscono il perno attorno a cui ruota la liberazione dell’intero Occidente. Citando Edgar Quinet nella Prolusione al corso di lingua rumena (1884), Canini ricorda che «au milieu de ce mystère, on dirait que la nature attristée garde seule, à la place de l’homme, la conscience des choses passées». È attraverso la riscoperta filologica delle radici che un popolo riappropria se stesso e la propria memoria storica. La lingua, nel recuperare le sue ‘stirpi canore’, si fa contemporaneamente physis e techne, architettura della cultura e immediatezza della natura. Tuttavia, il percorso profetico delineato da Canini si scontra irrimediabilmente con la prassi storica. L’Europa sognata dal patriota veneziano è rimasta un’utopia romantica; gli opportunismi economici e le dinamiche di potere istituzionali hanno progressivamente snaturato quella spinta universalistica, riducendo l’idealità originaria a un’opaca struttura burocratica. Non è casuale che lo storico Paolo Prodi, riflettendo sul tramonto della dimensione utopica dell’Occidente, abbia scritto che «abbiamo forse perso anche noi la capacità di parlare del futuro», individuando proprio nella perdita di una prospettiva progettuale una delle manifestazioni della crisi contemporanea dell’Europa (Senza Stato né Chiesa. L’Europa a cinquecento anni dalla Riforma, Il Mulino, 2017, 20). Il medesimo scarto deve essere letto sul piano della filosofia del diritto, attraverso Luigi Ferrajoli, secondo il quale «l’Unione Europea è un mostro istituzionale», una struttura dotata di poteri federali sul piano giuridico, e ancora priva di una corrispondente unità politica e democratica (Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, 2018). Ferrajoli osserva inoltre che «l’Europa è tornata ad essere soltanto un mercato comune», denunciando il divario tra l’integrazione economica e la costruzione di una reale sfera pubblica europea. È proprio in questo scarto incolmabile tra la visione archetipica e il declino della storia che si misura la bruciante inattualità di Canini, il cui verbo continua a parlare come una premonizione inascoltata. La sua utopia, lungi dall’essere semplicemente smentita dalla storia, acquista retrospettivamente una funzione critica: quanto più l’Europa contemporanea si presenta come apparato istituzionale separato dalla propria originaria tensione universalistica, tanto più il progetto caniniano riemerge come termine di confronto. L’utopia diviene misura negativa dell’istituzione: ciò che non si è realizzato continua a rendere visibile ciò che, nel corso della storia, è andato perduto.

Analisi accademica e meccanismi critico-teorici

Sotto il profilo della linguistica pragmatica e della critica analitica, il saggio su Canini opera una sistematica violazione delle presuppositions storicistiche tradizionali e delle conversational implicatures (secondo la teorizzazione di Paul Grice in Logic and Conversation). La sovrapposizione tra la filologia arcaica e il progetto politico costituisce un palese flouting of maxims (violazione della massima di relazione), in quanto devia dalla storiografia descrittiva per erogare uno speech act ad altissimo coefficiente deittico. Il semantic mismatch prodotto dall’accostamento tra radici preindoeuropee e assetti geopolitici moderni fa collassare la referenzialità positiva della glottologia dell’Ottocento, trasformando l’indagine etimologica in una performance sintattica ad altissimo coefficiente d’urto concettuale. In un’ottica neuroestetica (ispirata alle prospettive contemporanee di Anjan Chatterjee sull’esperienza neuroestetica e agli studi di Marcos Nadal sull’integrazione tra cognizione, percezione ed esperienza estetica), la prosa analizzata genera continui prediction errors nelle strutture cognitive dell’interprete. La trattazione dei cluster fonici (la vibrazione del fonema /R/ o la durezza delle esplosive kat/kt) attiva i mirror neurons legati alla percezione acustica e motorio-spaziale; tuttavia, la catena percettiva viene bruscamente reindirizzata verso la speculazione filosofico-politica. Questo sfasamento produce una dissonanza cognitiva che costringe il cervello del lettore a ricodificare l’esperienza fonetica in una rappresentazione metacritica dell’identità continentale. In accordo con la sociologia del champ littéraire di Pierre Bourdieu (Les Règles de l’art), l’opera di Canini mappa le tensioni del capitale simbolico all’interno del contesto risorgimentale ed europeo. La controversia con Graziadio Isaia Ascoli rappresenta lo scontro antropologico tra l’istituzionalizzazione del sapere positivista e la resistenza dell’utopia rapsodica. Spogliato dell’aura sacrale descritta da Walter Benjamin, il materiale linguistico viene ricondotto alla sua natura di feticcio culturale e sociale, oscillando costantemente tra l’archeologia del mito e la mercificazione del discorso politico contemporaneo. Sul piano della politologia dell’arte e della Law and Literature, il saggio declina il discorso euristico applicando la dicotomia schmittiana Freund/Feind (amico/nemico da Der Begriff des Politischen). Alla rigidità formale dei cammini burocratici e statuali dell’Europa moderna si contrappone l’irriducibilità anarchica e libertaria del gesto etimologico-poetico. Il diritto dell’Europa non viene fondato sui codici normativi dell’egemonia geopolitica, ma sulla tessitura simbolica del verbo: la poesia e la filologia politicizzano la realtà svelando l’inadeguatezza delle strutture giuridiche istituzionali di fronte alla tensione universale dell’originario.

Conclusione

Togliendo la veste accademica e i termini tecnici, la figura di Marco Antonio Canini emerge con grande chiarezza: egli è stato un visionario che ha cercato di costruire l’idea di un’Europa unita non attraverso la politica delle nazioni o i bilanci economici, ma attraverso lo studio delle parole, della poesia e delle radici comuni dei popoli. Mentre i linguisti del suo tempo volevano classificare le lingue in modo rigido e scientifico, Canini cercava nei suoni e nei versi antichi la prova che tutti i popoli europei (con un’attenzione speciale per il mondo balcanico e rumeno) condividessero un’unica anima poetica e libertaria. Le sue traduzioni e le sue ricerche etimologiche non erano semplici esercizi di stile, sono il tentativo di dimostrare che la vera identità del continente risiede nella capacità di accogliere le diversità e nell’amore per la libertà. Il fallimento del suo progetto di fronte agli egoismi della storia moderna non annulla il valore della sua lezione: Canini ci ricorda che senza una profonda base culturale e ideale, ogni unione politica rimane un involucro vuoto.

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