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La carne del testo e il trauma del confine: biopolitica, neuroestetica e deconstruction pragmatica nell’opera di Somaia Ramish
6 min readLa cartografia del terrore e la risignificazione pragmatica del corpo
La produzione poetica di Somaia Ramish (سمیه رامش) si configura come un’arena d’urto in cui la materia linguistica cessa di essere mero veicolo di rappresentazione fino a farsi farsi atto illocutorio, un’operazione di resistenza biopolitica contro la cancellazione sistemica orchestrata dall’integralismo religioso. Il concetto foucaultiano di anatomopolitica consente di interpretare le pratiche attraverso cui il regime talebano disciplina la corporeità e la presenza pubblica femminile. Di fronte a tale azzeramento, la sintassi di Ramish reagisce rielaborando, in chiave contemporanea, la ricca tradizione poetica afghana. Quando l’autrice scrive «شعرهايت را با باروت پر كن / جغرافيای جنگ است اینجا!» (Carica i tuoi versi con la polvere da sparo / questa è la geografia della guerra!), l’enunciato performativo distrugge la distanza contemplativa tra il lettore e l’oggetto d’arte. L’imperativo por kon conferisce all’enunciato una forza illocutoria che riconfigura la poesia come pratica di resistenza; la stessa parola barut (باروت, polvere da sparo) ridefinisce l’atto dello scrivere in un’azione bellica di autodifesa. Un processo che muove dall’oppressione biopolitica e dall’anatomopolitica del corpo verso una decostruzione pragmatica che scompone la sintassi, fino a raggiungere un’azione illocutoria che risignifica la parola in autodifesa. Questo procedimento richiama direttamente le teorizzazioni di filosofi contemporanei della biopolitica e dell’estetica radicale come Achille Mbembe nella sua nozione di ‘necropolitica’. Se Agamben consente di leggere la produzione di una vita esposta all’eccezione e privata della piena appartenenza politica, Mbembe permette di spostare l’attenzione sulla gestione differenziale dell’esposizione alla morte.
Deconstruction pragmatica, Jabr e sociologia della ricezione globale
Sotto il profilo della critica analitica e della pragmatica linguistica, il testo di Ramish lavora sull’estensione semantica del termine persiano jabr (جبر), affrancandolo dalle sue categorie tradizionali. Se sul piano concettuale il jabr passa dalla predestinazione astratta e dal fatalismo divino del registro teologico tradizionale alla coercizione corporale intesa come ‘pasto quotidiano’ somministrato, il suo impatto politico e sociologico risiede nello smascheramento della violenza di genere e dell’indifferenza mediatica. Allo stesso modo, la dimensione temporale viene riconfigurata: al tempo dell’infinita attesa e dell’esercizio di fede si sostituisce la ‘notte ininterrotta’ dell’interruzione del futuro, trasformandosi in una denuncia esplicita del blocco storico e generazionale subito dalle donne afghane. Infine, lo spazio del discorso abbandona la contemplazione sacra o la rassegnazione per farsi scontro tra lo spettacolo mediatico globale e la tragedia rimossa. Nella poesia «من میتوانم جبر را به سه قسمت تقسیم کنم» (Posso dividere la coercizione in tre parti), l’autrice sposta il sintagma dal registro metafisico a quello della violenza quotidiana, operando una feroce deconstruction ironica. Scrivendo «جبر سه وعدهی غذاییست برای دخترانی که یک شب به خواب رفتند» (Il jabr è il pasto quotidiano per le ragazze che una sera si sono addormentate), la deissi temporale e spaziale viene distrutta e riassemblata al fine di muovere una critica alla gerarchizzazione globale dell’attenzione mediatica (evidenziata dal contrasto surreale tra l’attenzione mediatica sul caso Johnny Depp e la rimozione dei diritti umani). La critica di Ramish si estende, così, ai meccanismi della politologia dell’arte e della sociologia della cultura, denunciando la selettività dei media occidentali che spettacolarizzano il dolore e mercificano la tragedia. Questo cortocircuito comunicativo evoca l’analisi della spettacolare indifferenza condotta da filosofi della contemporaneità come Judith Butler nel suo lavoro sulle vite degne di lutto (grievable lives). La poesia di Ramish non chiede pietà; smaschera la complicità del discorso egemonico globale che preferisce le narrazioni d’intrattenimento all’abisso ontologico del jabr.
Neuroestetica del trauma e biopolitica dell’esilio
L’ipotesi neuroestetica consente di leggere la poesia dell’esilio di Somaia Ramish come una rappresentazione incarnata della trasformazione del corpo in oggetto amministrativo. La neuroestetica contemporanea interpreta l’esperienza estetica come un processo integrato di percezione, emozione, cognizione e memoria, evitando di ridurla all’attivazione di singoli circuiti cerebrali. In questa prospettiva, Je suis en vie costruisce una progressiva metamorfosi del soggetto: corpo ferito «Malgré la balle que j’ai au cœur», corpo migrante, corpo esposto alla frontiera e, infine, corpo amministrativamente ridotto a «un numéro à sept chiffres». La sequenza «Zéro – Cinq – Huit – Quatre – Deux – Deux – Deux» rende foneticamente percepibile la conversione dell’identità in codice.
Gli studi di Freedberg e Gallese sull’embodied simulation hanno mostrato come la rappresentazione artistica di azioni, emozioni e sensazioni possa coinvolgere processi corporei e visceromotori; successive ricerche fMRI sulla rappresentazione artistica del dolore hanno inoltre rilevato il coinvolgimento di regioni quali insula e corteccia cingolata, associate all’elaborazione affettiva e all’empatia. Tali risultati non autorizzano tuttavia a dedurre una specifica risposta cerebrale del lettore. Il nucleo estetico del poema risiede nella frizione fra corpo incarnato e codice astratto: la poesia interrompe la progressiva burocratizzazione del soggetto attraverso «Je laisse tomber mes numéros». La pallottola iniziale e il numero finale diventano così due forme complementari di violenza: l’una colpisce il corpo, l’altro ne comprime l’identità. Tra esse si colloca la frontiera, dispositivo di riconoscimento politico: «Les frontières ne reconnaissent pas ma vie». La poesia restituisce quindi alla vita ciò che la procedura amministrativa aveva ridotto a numero.
Il corpo-archivio: La risonanza della ferita e la resilienza ontologica
Nel componimento autobiografico scritto per il suo compleanno, Ramish recita: «یک هزاره و یک صد و پنجاه و یک زخم روی تنم! / زاده شدهام که با زخمها زندگی کنم / با زخمها برقصم» (Un millennio e centocinquantuno ferite sul mio corpo! / Sono nata per vivere con le ferite / per ballare con le ferite). In questo passaggio, la corporeità si trasforma in un archivio storico e politico. L’iperbole numerica leziona la cronologia lineare del tempo e fonde il corpo biologico della singola donna con la storia millenaria e martoriata del popolo afghano. Dal punto di vista dell’antropologia dell’arte, l’atto del ‘ballare con le ferite’ (ba zakhm-ha beraghsam) rappresenta un rito di risignificazione del trauma. Non si tratta di una capitolazione di fronte alla violenza, ma di una riappropriazione rituale della presenza fisica. Questa dinamica dialoga, apertamente, con il pensiero di Byung-Chul Han sulla società del dolore e sulla necessità di riconnettere la sofferenza alla dimensione narrativa e comunitaria. La ferita, sottratta alla sfera della pura vittimizzazione biopolitica, diviene un trofeo ontologico, un manifesto di resilienza che trasforma la cicatrice in un punto di irradiazione poetica e politica.
Conclusione
In sostanza, la poesia di Somaia Ramish non è un semplice diario di protesta o una raccolta di lamentazioni sull’esilio, ma un vero e proprio strumento d’attacco linguistico e politico. Di fronte all’integralismo religioso che vuole cancellare la presenza e la voce delle donne, Ramish risponde trasformando le parole in armi e le ferite del proprio corpo in simboli di riscatto. L’autrice smaschera senza mezzi termini sia la brutalità dei Talebani sia l’ipocrisia dell’Occidente, che, spesso, riduce le tragedie umane a semplici notizie di contorno o a fredde pratiche burocratiche. Attraverso i suoi versi, la sofferenza non diventa mai rassegnazione: la poesia si conferma come uno spazio insopprimibile di libertà, dove persino il dolore più profondo viene riscritto per riaffermare il diritto di esistere, parlare e lottare.
