
¡Gracia!
di Luca Falomi, Anaïs Drago e Fausto Beccalossi
Si chiama “¡Gracia!” il primo album del trio composto dal chitarrista Luca Falomi, dalla violinista Anaïs Drago e dal fisarmonicista Fausto Beccalossi, in uscita giovedì 28 Maggio 2026 su cd e digitale per l’etichetta Artesuono. Dopo un tour ad aprile in Sudafrica, il trio ha presentato “¡Gracia!” il 16 luglio al Trentino Jazz Festival.
Sul piano poetico, il progetto trae ispirazione dalla figura di Federico García Lorca, che visse nel fervore culturale delle avanguardie del primo Novecento, un’epoca in cui musica, poesia e arti visive dialogavano in modo visionario e rivoluzionario. Il repertorio del trio comprende brani originali e improvvisazioni ispirate a tematiche surrealiste e oniriche, evocando paesaggi sonori sospesi tra realtà e immaginazione.
Pur provenendo da percorsi musicali diversi, che spaziano dalla classica al jazz, fino alle diverse tradizioni popolari, Luca Falomi, Anaïs Drago e Fausto Beccalossi danno vita a un suono originale, radicato e contemporaneo. La chitarra si apre a linguaggi moderni e si fonde con le ricerche timbriche di violino e fisarmonica. Il risultato è un linguaggio musicale personale, in cui melodia e improvvisazione si fondono in un equilibrio di intensità e spontaneità.
Registrato e prodotto da Stefano Amerio, che ne ha curato magistralmente anche il missaggio, “¡Gracia!” è un album composto di nove tracce originali più due tributi a Federico García Lorca:La Tarara, composizione di Lorca ispirata alla tradizione andalusa a cui era profondamente legato, e una citazione di Manuel de Falla, compositore e grande amico del poeta. Le due tracce non costituiscono un tributo filologico, ma una risonanza ideale che attraversa la scrittura musicale del gruppo.
In ogni brano emergono diversi idiomi musicali, dal contrappunto tipico Barocco all’uso di battimenti melodici novecenteschi, che generano tensioni spesso risolte in ampi spazi armonici e intrecci melodici. “¡Gracia!” è un mosaico di melodie che si intrecciano, scambiano e solidificano come una catena perpetua.
La copertina del disco è un’opera di Emilio Tadini del 1958, dal titolo “Composizione”, gentilmente concessa dall’Archivio Emilio Tadini, presso Casa Museo Spazio Tadini di Milano. Emilio Tadini è stato un pittore, scrittore e intellettuale legato all’arte contemporanea e alla riflessione del linguaggio. La sua opera unisce immagine e narrazione, esplorando il rapporto tra realtà, memoria e rappresentazione.
Il progetto nasce nel gennaio 2025 e debutta al Teatro Modena di Genova in occasione della rassegna “Jazz&Breakfast” curata da Associazione Esperanto e Teatro Nazionale di Genova. Il trio si esibisce in anteprima al Nuoro Jazz Festival 2025 e nell’ottobre dello stesso anno entra in studio di registrazione. Ad aprile 2026 intraprende un tour di sette date in Sudafrica per presentare in anteprima l’album di prossima pubblicazione.
Gaito Ufficio Stampa e Comunicazione

Intervista
Davide
Il progetto nasce nel gennaio 2025. Qual è stato il terreno comune o l’urgenza espressiva condivisa che vi ha spinto a unire le vostre storie musicali per dare vita a questo trio?
Risposta Luca Falomi
Ci sono stati vari percorsi che ci hanno portato alla nascita di questo progetto. Da più di dieci anni collaboro con Fausto in situazioni musicali differenti e ho avuto modo di conoscere Anaïs ascoltando la sua musica e invitandola a partecipare a un lavoro che ho pubblicato nel 2023 dal titolo “Esperanto voices”. La prima occasione in cui abbiamo suonato insieme è stata nel 2024 in Veneto: un paio di brani al termine di un doppio concerto organizzato da un amico comune, nel quale Anaïs si esibiva in solo e io e Fausto in duo. Ci siamo da subito trovati in grande sintonia. Nel gennaio 2025 un altro caro amico, organizzatore della rassegna “Jazz ‘n breakfast” presso il teatro Modena di Genova mi ha proposto di presentare qualcosa di nuovo e ho pensato di provare a creare un progetto originale con loro. Ricorreva il novantesimo della scomparsa di Federico Garcìa Lorca, grandissimo poeta e anche musicista: la sua figura e in generale il periodo storico delle avanguardie ci ha ispirati e stimolati a creare materiale originale oltre che analizzare le sue trascrizioni di temi popolari. Dalle prime prove abbiamo avuto ottime sensazioni e in pochissimo tempo abbiamo creato un repertorio che ci piaceva molto e che sentivamo davvero “nostro” e personale. Questo a dimostrazione del fatto che la musica è davvero l’arte dell’incontro. Ci si conosce, ci si trova e si crea insieme con entusiasmo e passione.
Davide
Chitarra, violino e fisarmonica sono gli strumenti chiave che definiscono il sound di generi tradizionali legati alla memoria e al viaggio, come il chamamé o le prime forme di tango. Nel vostro album, però, questo mix si apre a linguaggi moderni. Come siete riusciti a far dialogare questi tre strumenti trovando una sintesi tra la melodia mediterranea, il contrappunto barocco e le tensioni jazz novecentesche?
Risposta Fausto Beccalossi
La sintesi tra tradizione e contemporaneità è avvenuta in maniera estremamente fluida e spontanea. Abbiamo tutti e tre uno storico di esperienze assolutamente variegato e stratificato, che abbiamo messo a servizio del materiale musicale. L’eterogeneità della modalità di scrittura dei brani ha sicuramente aiutato a fornirci spunti diversificati su cui costruire l’intreccio, l’interplay e le improvvisazioni. Ci stupiamo noi stessi di quanto alcune parti risultino all’ascolto minuziosamente curate nell’arrangiamento, quando invece le linee guida sono poche ed essenziali, e tutto ciò che ne deriva è in qualche modo assimilabile ad un’arte certosina di rifinitura, di stratificazione, di svuotamento.
Davide
Federico García Lorca ha fondato la sua poetica su una straordinaria sintesi tra la tradizione popolare andalusa e le avanguardie artistiche del Novecento. Muovendovi tra questi due estremi, quale viaggio e quale memoria avete attraversato? E guardando ai suoi grandi temi – il destino tragico, il binomio Amore-Morte, l’emarginazione sociale o la natura antropomorfa che partecipa al dramma esistenziale – quali sono quelli che avete sentito più urgenti e che avete riesplorato musicalmente?
Risposta Anaïs Drago
È proprio il binomio tra radicamento nella tradizione e volontà di avere una voce che rappresenti il momento presente che crea a mio parere il collegamento più forte tra questo lavoro e Garcìa Lorca. I rimandi sono per lo più suggestioni: dalla forte componente melodica dei brani che rimanda ad una geografia mediterranea/ispanica, all’ispirazione di alcuni temi chiave della poetica Lorchiana, come nel caso del “Duende”. Un altro elemento che abbiamo esplorato nelle composizioni è quello del “verosimile” e di tutto ciò che sta a cavallo tra realtà esterna e luoghi interiori: i sogni come luogo parallelo di esplorazione e di creatività di mondi altri, e il concetto del “riflesso”, di cosa rappresenti maggiormente la realtà, se l’essere in sé o la sua trasposizione che torna a noi come un riflesso.
Davide
Nel 1931 Federico García Lorca incideva al pianoforte La Tararainsieme a La Argentinita, salvando dall’oblio una gemma del folklore andaluso. Pochi anni prima, a Granada, nasceva la sua profonda amicizia con Manuel de Falla, un legame indissolubile fondato sul recupero del cante jondo. Nel vostro album rielaborate proprio La Tarara e un brano di de Falla: come avete lavorato per trasformare queste “risonanze ideali” nel vostro personale linguaggio e, soprattutto, perché avete scelto proprio queste due memorie così strettamente connesse?
Risposta Anaïs Drago
La scelta della Tarara è dovuta a un ricordo d’infanzia (e qui ritorna l’idea delle radici, del radicamento di ognuno di noi): alle classi di ritmica strumentale tenute da mia mamma, per il saggio finale di un anno scolastico preparammo una versione di questa melodia, con tanto di testo (una traduzione in italiano). Nello sfogliare l’antologia di Canciones ho quindi ritrovato un pezzo del mio passato, e mi è sembrato naturale proporlo ai colleghi. Il modo in cui l’abbiamo reinterpretato ha invece a che vedere, nuovamente a consolidamento del binomio tradizione-innovazione, con certi atteggiamenti esplorati in tempi più recenti, di utilizzo del materiale melodico in ottica “ornettiana” (riferito a Ornette Coleman), ovvero lavorando solo sugli elementi della melodia in maniera libera e creando situazioni sempre diverse, senza congelare la nostra versione in un arrangiamento o riadattamento fissi, ma rendendo quel materiale sempre vivo e manipolabile ad ogni esecuzione. L’omaggio a Manuel de Falla (di cui, ai concerti, eseguiamo anche “La vida breve” come bis) segue una logica più canonica e consueta. Lo definirei un cameo.
Davide
La seconda traccia dell’album si intitola “Duende”. Secondo Lorca, il duende non è la grazia luminosa dell’angelo e nemmeno l’ispirazione esterna della musa, ma una forza oscura, terrena e carnale che sale dalla pianta dei piedi, legata all’accettazione del dolore e della morte. Rispetto alla struttura dei vostri brani, quanto c’è di rigorosamente scritto e quanto spazio lasciate invece all’improvvisazione spontanea e, appunto, al “duende”?
Risposta Luca Falomi
Credo che il concetto di Duende sia davvero interessante e difficile da sintetizzare in poche parole. Io lo concepisco come un momento molto terreno e carnale in cui ci si cala così tanto nella musica che si sta suonando che scompaiono i pensieri e si diventa una cosa sola con l’atto performativo stesso e con gli altri musicisti. Nella cultura del flamenco il duende viene assimilato quasi ad una illuminazione divina. Credo in generale che il concetto riguardi il momento specifico di ogni esecuzione e non dipenda da una distinzione tra improvvisazione e scrittura musicale. Nei nostri brani questi due aspetti coesistono. Alcuni sono molto strutturati e arrangiati ma presentano spazi su cui poter improvvisare. In generale, per noi, l’improvvisazione dev’essere al servizio della composizione, devono andare a braccetto. Perché i nostri brani raccontano qualcosa, hanno un “concept” e si muovono sempre verso un certo “mood”, uno stato d’animo, per noi e per chi ci ascolta. La composizione racconta una storia e l’improvvisazione la arricchisce e la rende unica e legata al momento, al “qui e ora”, senza mai esagerare, se no si smette di ragionare in termini compositivi e ci si approccia alla musica come a uno standard jazz sul quale il tema è un varco verso l’improvvisazione che invece è predominante. Il duende arriva nel momento della performance come una “illuminazione” che rende tutto ancora più intenso, speciale e unico.
Davide
L’album è registrato e mixato da un nome importante come Stefano Amerio per Artesuono. Che valore aggiunto ha dato la sua produzione al vostro suono?
Risposta Luca Falomi
Lo studio di Stefano Amerio da tempo è un riferimento a livello europeo. Tutti e tre lo frequentiamo abitualmente e abbiamo realizzato lì molti lavori. Personalmente posso dire che non ho mai trovato quel tipo di suono e quel modo di lavorare da nessun’altra parte. La prima volta che sono capitato a registrare da lui ho avuto la sensazione che fosse tutto perfetto, già dalle prime note e che il suono fosse incredibile. Così come il gusto nel mixaggio. Con Stefano negli anni si è creato un bel rapporto di stima e amicizia che ci ha portati a produrre Gracia e pubblicarlo con la sua etichetta Artesuono. Siamo arrivati in studio molto affiatati e con le idee piuttosto chiare sull’album. Stefano ha subito capito come posizionare i nostri strumenti nello spazio sonoro e noi ci siamo immediatamente sentiti a nostro agio. Quando si registrano progetti come questo, la cosa davvero importante è riuscire a conservare lo spirito “live” anche in studio. Poter ascoltare il suono del proprio strumento al meglio, sentire gli altri musicisti come se fossero vicini a te sullo stesso palco e riuscire anche a vederli. E poi sentirsi calati in uno spazio acustico confortevole, con il giusto riverbero e il massimo delle possibilità dinamiche. Da Stefano quando indossi le cuffie e inizi a suonare ti senti a casa, provi un senso di tranquillità, sei pronto ad esprimerti. Tutto il disco è stato registrato facendo pochissime take, proprio come in concerto. In un solo giorno. E siamo davvero contenti del risultato sia in termini musicali che di qualità sonora.
Davide
La poetica metafisica e surrealista di Emilio Tadini, che rifiutava l’aggressività commerciale del pop americano, si fonda sulla fusione tra pittura, scrittura e saggistica. La sua arte è un racconto visivo continuo, in cui ogni tela non vive isolata, ma diventa il tassello di un più ampio “romanzo a puntate” organizzato per cicli. Cosa vi ha fatto scegliere la sua Composizione del 1958 per introdurre visivamente il vostro album? C’è l’idea che anche le vostre undici tracce siano i capitoli di un unico, grande romanzo sonoro?
Risposta Anaïs Drago
La suggestione è arrivata in maniera estremamente spontanea e, mi permetto di dirlo, casuale: ho avuto occasione di scoprire l’Archivio Tadini l’anno scorso, esibendomi in un concerto con un altro repertorio e progetto. Qualche giorno dopo, curiosando sulla loro pagina social, mi sono imbattuta in certi suoi dipinti e – complice il fatto che proprio in quelle settimane si era iniziato a ragionare sulla possibile cover album di GRACIA!, non ho potuto non mettere in relazione le due cose. Nella Composizione del 1958 che abbiamo scelto e che ci è stata gentilmente concessa in usufrutto dall’Archivio Tadini ci colpisce moltissimo l’elemento cromatico (che, per un gioco sinestetico, non fatico a ricollegare a certi brani dell’album), e anche un vago nonsense surrealista/onirico delle figure rappresentate, che sembrano quasi casualmente comparire nella stessa cornice, e che nel loro essere scomposte nello spazio, oltre che frammentate, ci suggeriscono un non so che di fragile, un velo scoperto su una realtà – nuovamente – parziale, quasi a invitarci a scoprire da soli la sua parte riflessa.
Davide
Il jazz in Sudafrica ha una tradizione immensa e oggi vive una vera rinascita culturale: non è più solo musica di resistenza politica, ma un’avanguardia globale che fonde spiritualità ancestrale, ritmi moderni e nuove prospettive africane. Ad aprile 2026 avete intrapreso un tour di sette date proprio in questa terra, prima del debutto del disco. L’avanguardia sudafricana è molto attenta alla spiritualità ancestrale: sentite che l’oscurità del vostro Duende o la sacralità del Cante Jondo abbiano trovato un punto di contatto inaspettato con la spiritualità del pubblico locale? Come ha reagito il pubblico sudafricano a un progetto così intriso di cultura europea, mediterranea e lorchiana? E che differenze avete avvertito, a livello di energia e risposta emotiva, quando avete presentato “¡Gracia!” al Trentino Jazz Festival lo scorso 16 luglio? Inoltre, suonare sette date di fila in un contesto culturale così stimolante ha cambiato il vostro modo di eseguire i brani una volta tornati in Italia per i festival estivi?
Risposta Fausto Beccalossi
Durante la nostra permanenza in Sudafrica abbiamo parlato spesso di questo: di come la nostra musica, e ancor prima l’organico del nostro ensemble, così “di ordinaria amministrazione” dalle nostre parti, potesse invece essere una proposta estremamente sorprendente, quasi esotica, laggiù. La reazione è stata quindi molto entusiastica, calorosa e partecipata. Non saprei dire con certezza se siano state toccate corde particolari del pubblico – da segnalare il fatto che era interamente sudafricano ma di etnia bianca – ma sono sicura che, per conformazione propria della musica, la nostra proposta sia andata in una direzione molto diversa rispetto al resto delle esibizioni di artisti e artiste sudafricane. Piccolo divertente elemento aneddotico: la quantità di accordi minori inclusi nel nostro repertorio ha ampiamente riequilibrato la quasi assenza di essi nei repertori di tutti gli altri concerti a cui abbiamo assistito!
I concerti in terra natia hanno sicuramente giovato dell’esperienza in Sudafrica; forse il nostro modo di fare musica non è mutato, ma l’aver vissuto insieme un momento così intenso (non solo artistico ma anche umano e personale) ha consolidato la nostra unione e di conseguenza la nostra intesa musicale.
Davide
Come si evolve l’energia di “¡Gracia!” passando dallo studio di registrazione al viaggio e al palco? In questa transizione, come convivono l’assoluta unicità del momento live, irripetibile per definizione, e l’unicità della singola traccia che è stata invece eternata per sempre nel disco?
Risposta Luca Falomi
In fisica, l’energia non si disperde mai, ma si trasferisce da un corpo all’altro costantemente. Credo che il concetto sia assimilabile anche alla musica e alle relazioni tra individui. Tra me, Anaïs e Fausto c’è sempre stata una grande energia: quando iniziamo a suonare abbiamo la sensazione di comprenderci subito e di non avere limiti a livello espressivo. Ci alimentiamo a vicenda ci stimoliamo continuamente. Nel momento in cui ci siamo trovati a registrare il nostro album abbiamo canalizzato questa energia in modo da realizzare qualcosa che fosse spontaneo e forte dal punto di vista emotivo ma anche contenuto al punto giusto in modo che il risultato potesse essere fruibile dal pubblico e funzionale a una registrazione che, come hai detto giustamente, rimane nel tempo come qualcosa di unico. Non abbiamo riflettuto più di tanto su ciò che stavamo facendo. Ci siamo “settati” in modo spontaneo nella modalità studio, abbiamo preparato la registrazione con il giusto approccio e poi abbiamo dato modo all’energia di fluire, lasciandoci andare e suonando liberamente.
Dal vivo l’approccio è un po’ diverso. A volte si sperimenta, si colgono suggestioni del momento, ci si diverte a sorprendere gli altri con idee nuove, a volte anche con qualche trovata divertente. Quando si ha la fortuna di trovarsi bene umanamente, nascono rapporti intensi che maturano con il tempo durante i viaggi e le tante esperienze insieme. Tutto questo lo portiamo sul palco, dove continuiamo a dialogare e ad esprimerci insieme in modo sempre più intenso e con grande affiatamento.
Davide
García Lorca fonde la tradizione del cante jondo e dei gitani in oro lirico universale. Qual è il vostro oro lirico universale? E rimanendo in tema di alchimie, “¡Gracia!” è il vostro primo album: questo trio è nato come un esperimento isolato o è scattata un’alchimia tale tra di voi da spingervi a trasmutare nuova materia sonora insieme in futuro?
Risposta Fausto Beccalossi
Crediamo che il minimo comune denominatore tra noi tre sia proprio l’alchimia del momento del concerto live; con esperienze musicali molto diversificate e sensibilità e pulsioni diverse, condividiamo però il desiderio di forte intensità della performance, la capacità di fondere il proprio suono all’interno di un organico più ampio, in uno scambio continuo tra dentro e fuori, tra melodia e controcanto, tra assolo e accompagnamento; questo è forse il nostro oro lirico, e siccome del doman non v’è certezza, iniziamo a goderci questi momenti presenti e accogliamo con curiosità ed entusiasmo le possibilità e opportunità che questo primo disco ci sta riservando. E poi, chissà!
Davide
Grazie e à suivre…