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Decostruzione giuridico-letteraria, neuroscienze dell’eros ed eziologia del capitale in Fosca e Demetrio Pianelli

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La decomposizione dell’eros e della Pragmatica linguistica nella Scapigliatura

Il Risorgimento italiano, inteso come parabola pedagogica e costruzione ideale della nazione, trova nel suo compimento storico la radice di un’intensa e traumatica scomposizione formale. Quando le promesse di un’emancipazione etica e culturale si infrangono contro l’emergere del capitalismo industriale, della burocratizzazione e di una classe dirigente pragmatica, la letteratura cessa di operare come organo vaticinante della comunità. Nelle piazze e nei salotti della Milano tardo-ottocentesca si consuma una vera e propria crisi della rappresentazione, il cui nucleo profondo risiede nella metamorfosi della pragmatica linguistica e nella disgregazione dell’atto comunicativo. La prima fase di questo processo deve essere ricondotta alla stessa costruzione culturale dell’identità nazionale: come ha osservato Alberto Mario Banti, il tema della nazione, a partire dai primi decenni dell’Ottocento, «si proiettò nello spazio della produzione poetica, narrativa, melodrammatica o pittorica» (La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, 2000, 29). La letteratura risorgimentale assumeva una funzione formativa: contribuiva a costituire l’orizzonte simbolico entro cui la nazione poteva essere percepita come soggetto collettivo. Il compimento dell’Unità introduce tuttavia una torsione decisiva. La nazione politica deve ora tradursi in Stato amministrativo, mercato nazionale e società moderna: un passaggio nel quale, secondo Guido Pescosolido, l’Italia postunitaria è chiamata a realizzare, accanto al «riscatto politico e militare della nazione», quello «economico e civile» (Unità nazionale e sviluppo economico in Italia. 1750-1913, Laterza, 2007, 138-147). È precisamente in questa conversione dell’ideale nazionale in apparato economico, amministrativo e produttivo che la promessa pedagogica del Risorgimento entra in attrito con la nuova esperienza della modernità. Gli scrittori della Scapigliatura e i maestri del realismo lombardo registrano la frattura tra l’ideale e il reale attraverso una radicale riconfigurazione delle structures sintattiche e concettuali. La transizione dall’afflato civile della stagione risorgimentale alla deriva nevrotica della Scapigliatura trova il suo fulcro nello slittamento strutturale degli atti linguistici: nelle opere di Igino Ugo Tarchetti l’enunciato non ricerca più l’edificazione del lettore, si trasforma in un dispositivo di decostruzione dell’autorità dell’io. Si consideri la celebre apertura del romanzo Fosca, in cui il protagonista Giorgio dichiara di non voler fare il racconto di una passione, vuole emettere la diagnosi di una malattia, precisando che quell’amore non lo ha subito senza sentirlo. Dal punto di vista della pragmatica, l’impiego del verbo subire cancella la capacità d’azione del soggetto narrante, trasformando il testo autobiografico nella registrazione passiva di una forza patologica e invincibile. Questa strategia di depotenziamento dell’io si ritrova drammaticamente nella produzione epistolare privata di Tarchetti a Carlotta Ponti, in cui la parola scritta funziona come strumento di dilazione del contatto fisico: teorizzando la necessità di evitare la presenza corporea a preservare l’intensità del desiderio attraverso la privazione, l’esasperazione del discorso amoroso serve a scongiurarne l’atto reale, sublimando la donna in una forma di assenza patologica che difende il soggetto dal senso di colpa edipico. Se si legge questa rinuncia all’immediatezza corporea alla luce del pensiero filosofico contemporaneo, emergono affinità impressionanti con le categorie analitiche di Byung-Chul Han e Mark Fisher. In Han, la nozione di agonia dell’Eros descrive il processo per cui la sovraesposizione del desiderio e l’impossibilità di consumare l’incontro reale trasformano l’Altro in un puro riflesso speculare del proprio solipsismo: «Today’s narcissistic “achievement-subject” seeks out success above all. Finding success validates the One through the Other. Thereby, the Other is robbed of otherness and degrades into a mirror of the One, a mirror affirming the latter’s image» (The Agony of Eros, MIT Press, 2017, 10). Analogamente, la riflessione di Fisher sull’edonismo anedonico e sulla paralisi dell’avvenire trova nella Milano scapigliata un’anticipazione profetica: l’incapacità di figurarsi un futuro diverso dalla rigida gabbia economica della borghesia converte la spinta vitale in una coazione a ripetere l’insoddisfatto, l’orrido e il macabro. Come scrive Fisher, «it is easier to imagine the end of the world than the end of capitalism» (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, 2009, 2). Questa condizione di alienazione linguistica ed esistenziale segna in modo definitivo e irreversibile il destino della prosa d’arte italiana del secondo Ottocento, aprendo la strada alle successive scomposizioni del Novecento.

Il Nomos del capitale, la devianza e la neurobiologia del morbo

Sul terreno della filosofia del diritto e degli studi di Law and Literature, la narrativa lombarda del periodo riflette il violento impatto causato dalla crisi del Nomos post-unitario. L’Italia unificata pretende di fondare l’ordine sociale su un sistema di garanzie giuridiche, sulla santità del contratto e sulla tutela della proprietà privata. La costruzione dello Stato unitario implica infatti, secondo Raffaele Romanelli, «la costruzione di un sistema di potere e di governo, di un apparato amministrativo e di un ordinamento giuridico» (Il comando impossibile. Stato e società nell’Italia liberale, il Mulino, 1988, 11). Rispetto a questo modello di rigido legalismo, la Scapigliatura sceglie la via dell’Anomia, intesa come cosciente rifiuto delle regole morali e funzionali della classe dominante. In termini sociologici, la frattura deve essere letta attraverso la teoria mertoniana dell’anomia, ove Robert K. Merton definisce l’anomia come una situazione nella quale «a malintegration of the culture and social structure» produce una tensione tra le mete culturalmente prescritte e i mezzi istituzionalmente disponibili per conseguirle (Social Structure and Anomie, in «American Sociological Review», III/5, 1938, 676). La trasgressione scapigliata assume una funzione che eccede la semplice provocazione morale: essa diviene una forma estetica della disfunzione normativa, nella quale il rifiuto dell’ordine borghese segnala la crescente distanza tra le promesse universalistiche del nuovo Stato e l’esperienza concreta dei soggetti che ne abitano le strutture sociali. Il corpo malato, isterico e deforme di Fosca costituisce un vero e proprio monstrum rispetto all’ordine giuridico e medico del tempo, poiché rifiuta tanto i canoni estetici del decoro borghese quanto la funzione riproduttiva necessaria alla conservazione della famiglia e della forza-lavoro. In netto contrasto con l’anarchismo scapigliato, il realismo di Emilio De Marchi nel romanzo Demetrio Pianelli affronta la medesima crisi ponendo al centro della vicenda il Capitale come unico e vero principio regolatore della società. Nell’universo descritto da De Marchi, il Nomos non è rappresentato da un’etica superiore, ma dalle ferree leggi del bilancio economico e del decoro sociale. L’amore tra Demetrio e la cognata Beatrice viene sistematicamente represso e dichiarato impossibile a causa di un preciso diktat finanziario e non in virtù di un tabù religioso: la struttura familiare è in grado di sopravvivere solo se Beatrice accetta di sposare il ricco cugino Paolino, un uomo privo di fascino e dotato della solvibilità economica indispensabile alla sussistenza del nucleo familiare. La rinuncia di Demetrio si configura come un totale atto di sottomissione al contratto sociale borghese, laddove la deviazione affettiva viene punita dalla logica sistemica con l’esilio burocratico a Grosseto, dimostrando come la società post-risorgimentale valuti l’individuo unicamente in base alla sua capacità reddituale. Il sacrificio personale e l’abnegazione di Demetrio diventano la misura autentica dell’implacabile vittoria del modello economico borghese su ogni possibile istanza di felicità o realizzazione individuale. La sua vicenda deve essere riletta attraverso la diagnosi di Byung-Chul Han sul soggetto contemporaneo della prestazione, «who exploits himself, who thinks he is realizing himself» (The Burnout Society, Stanford University Press, 2015, 49): l’individuo non viene assoggettato da un potere esterno, interiorizzando la logica della prestazione fino a trasformare il sacrificio in una forma apparentemente volontaria di autorealizzazione. In una prospettiva sociologica, Hartmut Rosa individua nella modernità una dinamica di accelerazione che investe anche il rapporto dell’individuo con la propria esistenza: «the social structure and the cultural structure of modern society are based on a specific mode of stabilizing the world dynamically» (Social Acceleration: A New Theory of Modernity, Columbia University Press, 2013, 251). La storia di Demetrio deve, dunque, essere letta come una figura anticipatrice di quella contraddizione: l’abnegazione, anziché condurre alla realizzazione di sé, diviene il dispositivo attraverso cui il soggetto sacrifica progressivamente la propria felicità alla riproduzione dell’ordine sociale.

Alienazione dell’intellettuale e trionfo del grigio borghese

Sotto il profilo della critica analitica, dell’antropologia e delle neuroscienze affettive, l’interazione tra i personaggi di Tarchetti e la rappresentazione della deformità rivelano una complessa architettura di reazioni neurobiologiche e culturali. La percezione della bruttezza di Fosca produce nel protagonista Giorgio un immediato cortocircuito nei sistemi di risposta emotiva, attivando contemporaneamente l’insula anteriore, deputata all’elaborazione del disgusto, e i circuiti dopaminergici legati all’attrazione per il rischio. Giorgio descrive con terrore il pensiero fisso che quella donna malata voglia trascinarlo con sé nella tomba, palesando un fenomeno che le moderne teorie dei marcatori somatici definiscono come contagio emotivo e semantico. In questa prospettiva, la neuroestetica offre un riscontro particolarmente significativo: Carmelo Mario Vicario osserva che «alcune delle regioni cerebrali coinvolte nell’esperienza del disgusto, come l’amigdala e l’insula, risultano altresì coinvolte nell’esperienza del brutto» («Una riflessione sulle basi neurobiologiche della bruttezza», Italian Journal of Cognitive Sciences, 2020, 360). La deformità di Fosca deve essere interpretata, sul piano finzionale, come un oggetto percettivo capace di mobilitare simultaneamente repulsione, allarme e attrazione: non una semplice categoria estetica, ma un’esperienza di valutazione corporea nella quale il bello e il brutto vengono tradotti in risposte affettive, viscerali e comportamentali. L’antropologia dell’arte permette di interpretare questa attrazione verso il morboso come un attacco ai tabù della società borghese, che necessita di confinare la malattia e la morte all’interno di spazi istituzionali per preservare il mito dell’efficienza fisica e della sanità produttiva. Ostentando la propria magrezza scheletrica e la propria decomposizione anticipata, Fosca rompe la censura sociale e si trasforma nell’incarnazione visibile della caducità che il capitale vorrebbe rimuovere dalla coscienza collettiva. Come ha osservato l’antropologa Mary Douglas, «dirt is matter out of place» (Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo, Routledge, 1966, 44): ciò che una cultura definisce impuro non costituisce, dunque, una qualità intrinseca della materia, ma una trasgressione dell’ordine classificatorio attraverso cui una società organizza il proprio mondo. Fosca, precisamente in quanto corpo che non riesce ad essere ricondotto alle categorie della salute, della bellezza e della produttività, diviene così una figura di «materia fuori posto», capace di rendere visibile ciò che l’ordine borghese tenta di espellere. Sul versante psichiatrico, Franco Basaglia ha individuato nella storia dell’istituzione manicomiale un processo nel quale «la malattia viene separata dalla persona, e la persona viene separata dalla società» (L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Einaudi, 1968, 99). La figura di Fosca deve essere letta, sul piano letterario, come il rovesciamento di questa separazione: il corpo malato non viene confinato fuori dalla scena sociale, irrompendo nel centro stesso della rappresentazione e costringendo il soggetto sano a confrontarsi con la vulnerabilità, la degenerazione e la morte che l’ideologia produttivistica pretende di neutralizzare. Infine, la politologia dell’arte e la sociologia della letteratura evidenziano come le trasformazioni urbanistiche ed economiche di Milano abbiano modificato radicalmente lo statuto dell’intellettuale. Perduto il ruolo primario di guida etica e di poeta-soldato del Risorgimento, lo scrittore si ritrova improvvisamente proletarizzato e costretto a vendere la propria produzione sul mercato editoriale. La trasformazione si colloca entro il generale processo di modernizzazione economica che, secondo Valerio Castronovo, conduce l’Italia postunitaria verso una «società industriale moderna», nella quale lo sviluppo produttivo modifica profondamente «le strutture sociali, i rapporti fra le classi, i modi di vita» (La storia economica, in Storia d’Italia, IV.1, Einaudi, 1975, 7/8). La Scapigliatura risponde a questa alienazione con una protesta distruttiva, scegliendo l’alcol, la droga e la marginalità volontaria; Emilio De Marchi, al contrario, registra la medesima sconfitta degli ideali adottando la cifra stilistica del grigio quotidiano, elevato categoria cromatica e sociologica di una metropoli in cui il dovere, la rassegnazione e l’accumulazione economica soffocano le ragioni della poesia e dell’amore. Sul terreno della sociologia della letteratura, Vittorio Spinazzola ha mostrato come l’affermazione della moderna industria culturale trasformi progressivamente il rapporto fra scrittore, opera e pubblico, facendo della produzione letteraria un’attività inserita nei circuiti della comunicazione e del consumo: «la letteratura diventa una merce, e lo scrittore un produttore di merci» (Pubblico 1983. Produzione letteraria e mercato culturale, Milano Libri, 1983, 9). In questo complesso scenario di radicale trasformazione sociale e culturale, l’esperienza letteraria lombarda si attesta come la testimonianza lucida, critica e dolorosa della nascita della complessa modernità nell’Italia unita.

 

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