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Intervista con Vitantonio Gasparro

12 min read

MINIATURES FOR SOLO VIBRAPHONE

Dopo essere stato anticipato dal singolo “Nocturne”, dal giorno 8 maggio 2026 è disponibile sulle principali piattaforme digitali “MINIATURES FOR SOLO VIBRAPHONE“, secondo album da titolare di VITANTONIO GASPARRO, edito da Angapp Music.

Il progetto nasce dall’idea del vibrafonista e compositore Vitantonio Gasparro di dar voce alla moltitudine di influenze musicali che caratterizzano il suo percorso compositivo e artistico. Un percorso in dieci tracce, frutto di ricerca e introspezione, in cui ognuna di esse diventa una tappa, un riferimento, un frammento di identità musicale.

Registrato, mixato e masterizzato da Tommy Cavalieri presso Sorriso Studios di Bari a novembre del 2026.

https://vitantoniogasparro.com/

Infinitevibes

Intervista

Davide
Buongiorno Vitantonio. Ogni musicista instaura un legame unico e quasi viscerale con il proprio strumento, scoprendone le potenzialità attraverso incontri e folgorazioni. Come è nata la tua passione per il vibrafono e qual è stato il percorso che ti ha portato a eleggerlo come tua voce espressiva principale? Inoltre, quali maestri — sia storici del vibrafono sia legati alla tua formazione artistica — hanno influenzato in modo più profondo la tua estetica e il tuo approccio compositivo?

Vitantonio

Buongiorno Davide! Dunque, pensando a ritroso al percorso che ho fatto ti direi che la mia passione per il vibrafono iniziò negli anni in cui studiavo strumenti a percussione in conservatorio. La “scelta” di eleggerlo a mia voce espressiva principale avvenne però dopo il diploma, nello stesso periodo in cui iniziai ad approfondire il linguaggio del jazz (2018-2019 circa) sotto la guida del maestro Attilio Troiano, compositore e polistrumentista lucano che mi ha insegnato moltissimo. Se devo invece citarti dei grandi maestri vibrafonisti del passato la risposta è semplice: Lionel Hampton per l’approccio ritmico ed il saggio utilizzo del pedale, Milt Jackson per la concezione sonora ed il lirismo sullo strumento, ed infine Gary Burton per lo stile pianistico e l’approccio metodico all’utilizzo sistematico delle quattro bacchette.

Davide
Dopo svariati album nelle vesti di sideman, tre anni fa è avvenuto il tuo esordio discografico solista con “Introducing Vitantonio Gasparro”, in cui eri supportato da una sezione ritmica in trio. Cosa ti ha spinto, a livello umano e artistico, a compiere un passo così radicale e a scegliere la totale solitudine acustica del vibrafono per questo secondo capitolo?

Vitantonio

Questo lavoro nasce dall’esigenza di guardarmi dentro, come essere umano e come musicista. Come tanti colleghi e amici musicisti passo tanto tempo da solo a studiare per cercare di migliorarmi costantemente. L’album nasce anche e soprattutto da questi momenti di intimità, prima di tutto con me stesso, e poi con lo strumento. Rispetto al disco precedente non lo definirei un cambiamento radicale, perché in “Introducing Vitantonio Gasparro” avevo già lasciato delle tracce (“Interferenze” e “Nobody’s Lullaby” furono registrate in vibrafono solo). Potremmo considerare “Miniatures” come il naturale sviluppo artistico di questi due brani.

Davide
Il titolo “Miniatures” evoca composizioni brevi, dense e rifinite nel dettaglio. Come è cambiato il tuo processo di scrittura passando dall’interplay del trio a una dimensione puramente solistica?

Vitantonio

L’approccio compositivo è cambiato di pari passo alla mia evoluzione come musicista. In un progetto al cui interno coesistono le più disparate influenze musicali, la scrittura diventa più concettuale e radicata ad un determinato modus operandi piuttosto che focalizzarsi sulla composizione di una melodia di riferimento da sviluppare attraverso l’improvvisazione, cioè come quando invece cerco di fare mentre scrivo un brano nel senso più “jazzistico” del termine.

Davide
La critica ha evidenziato come l’album si muova in bilico tra influenze diverse. In particolare, “Invention” si rifà alle invenzioni a due voci di J.S. Bach, “Three places” guarda al minimalismo di Steve Reich e “Weirdly” si ispira ai “Pièces Froides” di Erik Satie. In che modo sei riuscito a far coesistere mondi musicali così distanti sul tuo strumento e a trovare una sintesi personale tra il rigore del contrappunto barocco, l’ipnosi ritmica americana, la malinconica ironia di Satie e altro ancora?

Vitantonio

Credo che trovare una sintesi personale rispetto ad un certo stile sia un processo quasi automatico. Tutto ciò che ascoltiamo, che ci piaccia o no, viene filtrato dalla nostra sensibilità e dal nostro gusto musicale pregresso, e dunque nel momento in cui vi è una forte fascinazione per un determinato stile o autore per me diventa naturale immergermi in quel mondo, soprattutto se ci si vuole riferire all’elaborazione dell’idea di partenza, dello stato embrionale di una data composizione. Se però è vera questa “naturalezza” del primo approccio, dall’altro lato, a maggior ragione per i brani che hai citato, ho dovuto fare un lavoro di “cesellatura” per sviluppare le composizioni cercando una sintesi fra rigore stilistico e sensibilità personale. Per quanto riguarda invece la coesistenza vera e propria di questi mondi musicali apparentemente distanti fra loro, credo che sarebbe troppo pretenzioso per me dire di averla effettivamente raggiunta, ho ancora tantissimo da imparare (e da rubare!) dai grandi maestri compositori del passato. Magari potrebbe essere un obiettivo per i lavori futuri.

Davide
Se un disco è a tutti gli effetti un itinerario sonoro che non sposta il corpo nella geografia, ma si muove dentro lo spazio della mente manipolandone il tempo, il tuo lavoro si sviluppa proprio attraverso dieci tracce che definisci come “frammenti di identità musicale”: c’è un filo conduttore, narrativo o emotivo, che lega questi dieci frammenti, o preferisci che l’ascoltatore li viva come tappe indipendenti di un suo più personale viaggio?

Vitantonio

Personalmente mi ritengo un fervido sostenitore del pensiero che l’arte esuli dall’intenzione del suo creatore. Il percorso emotivo di chi fruisce l’opera è tanto importante quanto quello dell’artista stesso: a volte può esserne l’estensione, in altri casi potrebbe invece contrapporvisi del tutto. Dal mio punto di vista di autore, credo che possano essere vere entrambe le letture che proponi. I brani costituiscono ciascuno un determinato mondo, ma per come è stata pensata la loro successione in fase di incisione si potrebbe dire che un filo conduttore effettivamente c’è. Che però ci sia o meno, hai detto benissimo nella premessa alla domanda: con questo disco, e soprattutto con alcuni brani (fra tutti “Shades of an Instant”), ho voluto manipolare il tempo, o quantomeno illudermi di poterlo fare.

Davide
La copertina del disco mostra una suggestiva scala a chiocciola in pietra fotografata dall’alto, il cui cuore geometrico evoca in modo quasi subliminale i tasti di un vibrafono, mentre lo sviluppo dei gradini ricorda l’espandersi circolare delle onde sonore nel vuoto. Come è caduta la scelta su questa immagine così evocativa e in che modo questo labirinto visivo e questa idea di “vertigine controllata” si legano al concetto di “Miniatures” e a questa discesa (o salita) introspettiva che compi con la tua musica?

Vitantonio

La scelta dietro questa immagine è dovuta innanzitutto alla spontaneità con cui è stata scattata. Lo scorso novembre ho avuto il piacere di suonare presso il Club 1799 di Acquaviva delle Fonti (BA), dove il direttore artistico, Giuseppe Netti, ha ospitato la seconda edizione dell’Italia Jazz Club Contest. Lo scatto è stato realizzato in un momento di riposo subito dopo il nostro set da Antonello Losacco, bassista elettrico e compositore barese, nonché leader del trio omonimo con cui abbiamo partecipato al concorso e di cui fa parte anche Vito Tenzone, talentuosissimo batterista e compositore anch’egli. Inoltre, per pura coincidenza (o forse no?) la foto in questione ricalca parecchio la copertina di un altro album a me molto caro, ovvero “After Bach”, lavoro strepitoso di Brad Mehldau, che ha fatto da ispiratore anche per “Miniatures”, soprattutto nell’utilizzo del contrappunto a due voci di “Invention”. Penso che l’immagine in sé rispecchi bene la discesa introspettiva che compiuto scrivendo e suonando i brani del progetto.

Davide
Storicamente, il genere del ‘notturno’ nasce nell’Ottocento con John Field e Frédéric Chopin come uno spazio intimo, sognante e libero da strutture rigide. Oggi, il tuo singolo “Nocturne” ha anticipato l’uscita del disco riprendendo idealmente quell’immaginario. Ci racconti la genesi di questo brano? Pensi che rappresenti la chiave di lettura perfetta per comprendere l’intera atmosfera intimista dell’album? E per te, cos’è oggi un ‘notturno’?

Vitantonio

Credo che il singolo “Nocturne” sia nato dal tentativo di unire la libertà melodica di un autore come Debussy al quasi nascosto rigore di Erik Satie nell’esporre un motivo o frammento musicale e poi riproporlo in varie tonalità nello sviluppo del brano stesso. Se dovessi scegliere una sola traccia per rappresentare tutto l’album probabilmente sceglierei “Interferenze II”, però, come hai giustamente osservato, “Nocturne” è un ottimo brano per rappresentare il lato più introspettivo del progetto. Non a caso l’idea di partenza per la scrittura è arrivata proprio mentre suonavo la tastiera nel cuore della notte di una normale giornata primaverile, assorto nei miei pensieri e avvolto dai suoni. Forse per me un notturno rappresenta proprio questo lasciarsi trasportare in una dimensione onirica, quasi incantata, fiabesca.

Davide
Il vibrafono unisce la complessità geometrica del pianoforte alla coordinazione fisica delle percussioni. Suonarlo da soli richiede una gestione complessa delle dinamiche, dei silenzi, dei pedali e delle quattro mazzuole per creare una vera polifonia. Quali sono stati i nodi espressivi e stilistici più complessi che hai dovuto sciogliere per garantire una totale coerenza al progetto, rimanendo nell’alveo del necessario senza mai concedere nulla al virtuosismo fine a se stesso?

Vitantonio

Una delle sfide più difficili è stata indubbiamente cercare di tradurre concretamente sul vibrafono quello che avevo in testa dal punto di vista compositivo, perché non è mai detto che l’idea si adatti immediatamente alle peculiarità dello strumento. In alcuni casi è stato semplice, come per esempio in “Three Places”, dove il ritmo è il vero protagonista e l’approccio è dunque prettamente percussivo. In altri brani però, come “Invention” o “Nocturne”, ho dovuto fare uno studio più approfondito sia sulla tecnica vera e propria che sulla gestione delle dinamiche e delle dissonanze. Sono lusingato che di questo progetto si dica che il virtuosismo non è mai fine a se stesso, anche la critica lo ha sottolineato più volte. Per rispondere a questa considerazione, devo dire che è stato un processo spontaneo, perché il mio focus primario è stato proprio ragionare sugli stili e sullo sviluppo delle composizioni. In secondo luogo aggiungo che “peccare” di virtuosismo nel mio caso specifico è abbastanza difficile che accada, non per chissà quale merito o spiccata sensibilità, ma perché semplicemente non mi ritengo affatto un musicista virtuoso! Conosco un sacco di colleghi vibrafonisti che sono virtuosi per davvero. Quello che faccio io è cercare di sfruttare ciò che ho imparato per metterlo al servizio della mia ricerca musicale.

Davide
L’album è stato registrato, mixato e masterizzato da Tommy Cavalieri presso i Sorriso Studios di Bari. Con l’introduzione dei LUFS, i moderni algoritmi di normalizzazione audio oggi livellano automaticamente i volumi d’ascolto sulle piattaforme di streaming, togliendo senso alla vecchia corsa alla saturazione. Eppure, in un mercato che cerca ancora un impatto standardizzato, la tua gestione dei piani, dei forti e dei respiri acustici spicca per controtendenza, come una forma di resistenza. Che tipo di lavoro avete fatto in studio sul suono e sulle dinamiche per restituire l’esatta fisicità del vibrafono? Come siete riusciti a valorizzare sia l’attacco metallico delle mazzuole sia le risonanze profonde dello strumento, preservando la narrazione emotiva e la fragile trasparenza del vibrafono solo?

Vitantonio

Il vibrafono è uno strumento dotato per sua stessa natura di un’amplissima escursione dinamica: suona anche solo se appena sfiorato ed allo stesso tempo può essere inoltre percosso con molta forza. In “Miniatures” ho cercato di sfruttare a mio vantaggio questa incredibile gamma espressiva, ed il lavoro che ho fatto con Tommy è stato quello di valorizzarla il più possibile. Abbiamo mantenuto un suono molto naturale con pochi interventi mirati, andando ad arrotondare con minuzia l’attacco delle note e facendo un utilizzo parsimonioso del riverbero.

Davide
L’improvvisazione musicale è la composizione dell’istante, in cui il musicista rinuncia alla sicurezza del già scritto per farsi canale puro del presente, trasformando il proprio vissuto interiore in suono immediato, vulnerabile e irripetibile. In “Foretold” l’esplorazione timbrica sul vibrafono parte da pura improvvisazione… Dal punto di vista dell’improvvisazione, elemento cardine della tua formazione jazzistica, quanto spazio è rimasto all’estemporaneità all’interno di queste strutture così intime e miniaturizzate, e quanto è stato invece rigorosamente scritto? Come hai quindi intrecciato queste due anime opposte ma complementari della musica?

Vitantonio

Lo spazio dato alla pura improvvisazione in questo album è decisamente esiguo, proprio perché la sfida è stata quella di mettermi in gioco sul terreno della composizione. Quasi tutti i brani, infatti, sono stati scritti nota per nota. Intrecciare queste due facce della stessa medaglia non è mai scontato, in determinati contesti può essere più immediato, in altri l’una prende inevitabilmente il sopravvento sull’altra o viceversa. In un brano come “Interferenze II” ho cercato entrambi gli approcci, infatti è quella che personalmente definirei una “composizione estemporanea”: ci sono tante incursioni improvvisate, ma che allo stesso tempo ho eseguito con un certo criterio per collegarmi ad una parte più scritta nella seconda metà della traccia.

Davide
Il minimalismo e il massimalismo sono due risposte opposte alla complessità del presente, riassumibili nella ricerca dell’essenzialità e del controllo contro la celebrazione dell’abbondanza e dell’esuberanza. Entrambi non sono solo stili estetici, ma modi di vivere l’arte e l’esistenza. Il minimalismo e la ricerca introspettiva sembrano dominare questo lavoro. Pensi che questa scelta stilistica sia anche una reazione alla frenesia e al “rumore” della società massimalista contemporanea, un invito a rallentare e ad ascoltare?

Vitantonio

Potrebbe essere un’ottima chiave di lettura. Credo proprio che, magari anche inconsciamente, dietro la mia scelta di fare un album in solo ci sia stata anche e soprattutto l’idea di valorizzare i silenzi ed i respiri. In una società come quella odierna, in cui si sente spesso parlare di sovrastimolazione e di horror vacui, il punto di forza del progetto potrebbe essere invece proprio quello di sfruttare la sonorità essenziale di un solo strumento e gli spazi che essa genera.

Davide
Come si integreranno queste dieci miniature nella dimensione live? Manterrai la formula del concerto in totale solitudine o stai pensando a soluzioni visive o scenografiche particolari per accompagnare la performance sul palco?

Vitantonio

La domanda calza a pennello perché proprio in questo periodo mi sto preparando per un paio di concerti in cui porterò il progetto dal vivo. L’idea sarebbe quella di mantenere l’esibizione in solitudine, sicuramente andando ad eseguire alcune miniature, ma anche sfruttando la dimensione live per lasciare più spazio all’improvvisazione. Ho inoltre in mente un paio di chicche che non sono presenti nell’album. Sarà interessante far ascoltare tutto quello che sto sperimentando, non vedo l’ora.

Davide
Cosa seguirà?

Vitantonio

Cosa seguirà? Me lo chiedo spesso anch’io, e non mi sono ancora dato una risposta precisa. L’idea di base sarebbe quella di continuare nella direzione che ho preso in quest’ultimo album, magari portando la ricerca compositiva da una dimensione prettamente solistica ad una di duo o trio, e cercando un connubio coerente fra scrittura, improvvisazione e contaminazione tra vari generi musicali, senza preoccuparmi troppo delle etichette.

Davide
Grazie e à suivre…

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