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Il sintomo tardo-moderno della frattura semantica. Cronache del disincanto e resilienza del vivente in Giacomo Leopardi

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La frammentazione identitaria e lo specchio infranto del progresso

L’indagine strutturale e testuale condotta sull’oggetto di studio attraverso le lenti delle pragmatics mette in luce un’anticipazione folgorante della condizione tardo-moderna. L’autore non si limita a registrare un disagio storico o biografico, opera una decostruzione delle narrazioni progressiste occidentali, rivelando la frattura originaria dell’identità contemporanea («The phenomenon which all these concepts try to grasp and articulate is the combined experience of insecurity, of uncertainty and of unsafety» [Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, 2000, 161). Il soggetto lirico si scopre frammentato, sradicato dalle vecchie certezze teologiche e costretto a fare i conti con l’assenza di un baricentro etico o metafisico nel cosmo («Self-identity… has to be routinely created and sustained in the reflexive activities of the individual» [Anthony Giddens, Modernity and Self-Identity, 1991, 52). Attraverso complessi illocutionary acts (atti illocutori), la scrittura diventa testimone di un disincanto radicale. I meccanismi di enunciazione demistificano sistematicamente le illusioni di riscatto sociale, traducendo la sofferenza in un referto oggettivo che destituisce l’essere umano da qualsiasi posizione di privilegio nel flusso della materia («Character is shaped by the long term. Character is expressed by loyalty and mutual commitment» [Richard Sennett, The Corrosion of Character, 1998, 10).

La dizione dell’assenza e l’isolamento della coscienza iper-riflessiva

Questa lacerazione esistenziale viene formalizzata attraverso strutture sintattiche aspre e spezzate, tipiche della sensibilità contemporanea e della poesia dell’interruzione. Nelle prose teoriche dello Zibaldone, il soggetto sperimenta il vuoto non come astrazione speculativa, ma come uno shock sensoriale ed emotivo che paralizza l’azione e l’interazione interpersonale: «Io ero spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentivo come soffocato, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla». La critica rileva come l’espressione «solido nulla» funzioni secondo precise conversational implicatures (implicature conversazionali) che ribaltano lo statuto classico dell’essere: il vuoto diventa tangibile, pesante e oppressivo («…the shelters have porous walls, pierced all over by countless wires and easily penetrated by ubiquitous airwaves» [Zygmunt Bauman, Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty, 2007, 95). Di fronte a questa saturazione materialistica, la coscienza iper-riflessiva si scopre esiliata dal consorzio dei suoi simili, giungendo a una constatazione di totale azzeramento del peso specifico dell’io: «considerando che è un niente anche la mia disperazione» («Hell is the same» [Byung-Chul Han, The Expulsion of the Other: Society, Perception and Communication Today, 2018, 2). La scrittura diventa un archivio del trauma tardo-moderno, dove il linguaggio documenta l’impossibilità di trovare un riparo consolatorio o una sintesi pacificatrice di fronte all’aggressione dell’universo impersonale («Alienation denotes a specific form of relationship to the world in which subject and world confront each other with indifference or hostility (repulsion) and thus without any inner connection» [Hartmut Rosa, Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World, 2019, 252).

Il compendio tardo-moderno (2000-2026): la ridefinizione del reale tra neuro-estetica e prassi civile

La clinica del disincanto e la critica letteraria analitica

Nel panorama critico ed epistemologico sviluppatosi nel primo quarto del XXI secolo (2000-2026), i modelli dell’analytical literary criticism hanno sottratto l’oggetto di studio all’isolamento storicistico ricollocandolo al centro dei dibattiti sulla crisi della modernità. I canti vengono analizzati come raffinati dispositivi clinici di smascheramento linguistico. Nella lirica Ad Angelo Mai, la presa d’atto del tramonto delle grandi visioni collettive viene eseguita con l’asettica esattezza di un bisturi concettuale, liquidando le «belle fole» del passato per esporre la nudità del presente: «or che resta? or poi che il verde / spogliato alle cose? Il certo e solo / Veder che tutto è vano altro che il duolo». L’applicazione della forensic linguistics individua in questo passaggio un constative speech act (atto linguistico constativo) radicale, che cancella ogni residuo mitologico o provvidenziale, in consonanza con la diagnosi della tarda-modernità come epoca delle «manufactured uncertainties» (Ulrich Beck, World Risk Society, 1999/2009). Lo svelamento dell’«arido vero» si configura nel quadro teorico contemporaneo come uno striping of meaning (spogliazione del significato), fenomeno che trova un parallelo nella descrizione di Andreas Reckwitz della dissoluzione delle evidenze universali e dell’affermazione di una cultura della singolarizzazione (The Society of Singularities, 2020). Tuttavia, la critica analitica dimostra che questa nudità semantica non si traduce in un silenzio sterile, ma prepara il testo a farsi testimonianza etica e denuncia implacabile della sofferenza che accomuna l’intera materia organizzata.

La neuroestetica del trauma e la regolazione omeostatica dell’illusione

La convergenza tra le scienze della mente e la critica testuale ha gettato nuova luce sul paradosso della sopravvivenza psichica descritto nelle Operette morali. Di fronte alla scoperta dell’inutilità del tutto, l’attivazione dei circuiti neurali legati alla embodied simulation (simulazione incarnata) garantisce al cervello del lettore di non scivolare nella catatonia cognitiva, trovando nella forma esatta della poesia un fattore di compensazione vitale. Nello Zibaldone, questo cortocircuito bio-logico viene formalizzato evidenziando come l’inganno dell’immaginazione sia una difesa immunitaria strutturale per la specie: «Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni… esse sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana… senza cui la via nostra sarebbe la piú misera e barbara cosa». Dal punto di vista della cognitive poetics (poetica cognitiva), la grande opera d’arte agisce come un modulatore dello stress neuronale indotto dalla verità scientifica dell’estinzione e della fragilità, poiché, come osserva Antonio Damasio, «feelings are not a luxury. They are essential to maintaining life» [A. Damasio, Looking for Spinoza: Joy, Sorrow, and the Feeling Brain, 2003, 37]. L’enunciazione poetica delle illusioni mantiene un’efficacia terapeutica immediata perché, come ricorda il testo, anche se smascherate dalla fredda ragione esse possiedono «una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l’esperienza», configurando quella persistenza affettiva che Eva Illouz interpreta come una caratteristica strutturale della modernità emotiva: «Emotions are not actions, but they are what sustain the possibility of action» [E. Illouz, Cold Intimacies: The Making of Emotional Capitalism, 2007, 2). La letteratura si configura così come una tecnologia evolutiva per la sopravvivenza della coscienza, proteggendo l’organismo dal collasso psicotico di fronte all’indifferenza del cosmo, in una condizione nella quale, secondo Byung-Chul Han, il soggetto contemporaneo è esposto alla perdita della negatività necessaria all’elaborazione dell’esperienza: «The excess of positivity manifests itself as an excess of stimuli, information, and impulses» [B.-C. Han, The Burnout Society, 2015, 7).

La sociologia dell’arte e la confederazione laica degli inermi

Infine, le correnti contemporanee della sociologia e dell’antropologia dell’arte hanno identificato l’esito finale di questo disincanto tardo-moderno nella fondazione di un’etica pubblica e solidale radicalmente anti-utopica. Rifiutando i miti del progresso tecnologico e capitalistico dell’Ottocento, la scrittura disegna una comunità fondata sulla condivisione del limite biologico. Nel testamento civile della Ginestra, la solidarietà umana non nasce da un comandamento dogmatico, ma dalla lucida e comune presa d’atto che la Natura è la vera controparte ostile del vivente: «Natura medesima… costei chiama nemica; e contra questa / Congiunta esser pensando, / Siccome è il vero, ed ordinata in pria / Dell’umana compagnia, / Tutti fra sé confederati estima / Gli uomini, e tutti abbraccia / Con vero amor». La sociologia dell’arte legge in questi versi una cultural practice di resistenza biopolitica e comunitaria, coerente con l’idea di Zygmunt Bauman secondo cui «morality is not a product of society. It is what makes society possible» (Zygmunt Bauman, Postmodern Ethics, 1993, 11). Il testo abbandona ogni solipsismo romantico per farsi prassi civica corale. L’accettazione del dolore comune diventa l’unica base reale ed onesta per l’istituzione di una società della cura, spingendo gli uomini a unirsi per porgere «valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune», opponendosi a quei processi di irresponsabilità sistemica descritti da Luciano Gallino come esito della subordinazione dell’agire sociale alla logica impersonale del capitale (L’impresa irresponsabile, 2005, 9/10). In questa prospettiva, la cooperazione non rappresenta un residuo premoderno, ma una pratica necessaria alla ricostruzione del legame umano: «Cooperation is a craft; it requires skill» (Richard Sennett, Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation, 2012, 6). La letteratura tardomodernista si rivela l’unico dispositivo antropologico capace di convertire la diagnosi del vuoto in un’urgente e fraterna politica della salvezza reciproca.

Il filo conduttore risolutivo

Se volessimo liberare le conclusioni di questo studio dal peso delle cattedre e dalle formule oscure dei saggi accademici, le pagine raccolte in questo documento ci consegnano un’immagine che anticipa in modo sbalorditivo le paure e le fragilità del nostro mondo contemporaneo. Rispetto alle letture precedenti, che cercavano risposte nella legge o nell’anatomia dei corpi, questa prospettiva tardo-moderna ci sbatte in faccia il problema del crollo delle nostre illusioni collettive, mostrando quella condizione di instabilità che Zygmunt Bauman individua nella dissoluzione delle strutture solide della modernità: «the collapse of the belief in an “attainable telos of historical change”» [Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, 2000, 29). Ci scopriamo improvvisamente nudi, privati delle favole consolatorie sul progresso infinito della tecnologia e della scienza, sperduti in un universo immenso che semplicemente ignora i nostri desideri di felicità. La straordinaria ancora di salvataggio lanciata dalla scrittura sta nel fatto che toccare il fondo del disincanto non significa arrendersi alla disperazione, ma iniziare a vivere nella verità. La grande poesia funziona come un vero e proprio ammortizzatore per la nostra mente: creando uno spazio protetto dove le illusioni vitali possono continuare a rifiorire, essa protegge la nostra salute mentale ed emotiva dall’impatto con il vuoto dell’esistenza. In questa prospettiva, la letteratura diventa anche una forma di resistenza simbolica contro quei processi di irresponsabilità sistemica descritti da Luciano Gallino: «L’impresa irresponsabile è quella che, al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività» (Luciano Gallino, L’impresa irresponsabile, Torino, 2005, 9). Da questo bagno di realtà nasce l’unico invito politico e sociale che abbia davvero senso per il nostro futuro: smettere di combatterci l’un l’altro per il profitto o l’egoismo e stringerci in un’alleanza laica e fraterna. Riconoscerci tutti ugualmente fragili e indifesi di fronte al mistero del tempo e della natura diventa il legame più onesto, forte e pulito per prenderci cura gli uni degli altri, trasformando la consapevolezza del nostro limite nell’unico fondamento possibile per una civiltà autenticamente umana, secondo la prospettiva di Ulrich Beck, secondo cui nella società del rischio «the unknown and unintended consequences come to dominate social action» [Ulrich Beck, World Risk Society, 1999, 22]).

 

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