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L’algoritmo della materia

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Luigi Federico Menabrea e l’architettura logico-giuridica del primo codice

La sintassi dell’azione automatica e l’ontologia del codice

La figura poliedrica di Luigi Federico Menabrea (1809-1896) costituisce uno dei punti di intersezione più affascinanti e fecondi della storia intellettuale e scientifica del XIX secolo, situandosi all’incrocio esatto tra la scienza delle costruzioni, l’ingegneria istituzionale di Stato e l’atto di nascita della logica computazionale. Celebre nella storiografia risorgimentale per la lunga carriera politica e militare che lo condusse a guidare il Governo del Regno d’Italia negli anni cruciali del consolidamento unitario, nonché per gli illustri contributi alla meccanica elastica legati al principio del lavoro minimo, Menabrea ha consegnato alla storia del pensiero occidentale un’eredità concettuale ancora più rivoluzionaria attraverso la pubblicazione, nel 1842, del saggio Notions sur la machine analytique de M. Charles Babbage. In questo testo di fondamentale portata epistemologica, apparso sulla «Bibliothèque Universelle de Genève» a seguito del celebre seminario torinese tenuto da Charles Babbage nel 1840, Menabrea non si limita affatto a svolgere il ruolo di mero cronista, espositore passivo o divulgatore di un ingegno altrui. Egli traccia programmaticamente la prima reale grammatica del software, operando una consapevole scissione ontologica tra l’infrastruttura meccanica dell’hardware e la struttura logica e astratta del codice operativo. Nel formalizzare l’architettura dell’Analytical Engine, Menabrea individua e codifica i concetti cardine dell’informatica moderna: la suddivisione funzionale tra l’unità di calcolo algebrico (il mulino) e il dispositivo di memoria ad accesso variabile (il magazzino), il ciclo d’istruzione (loop), la gestione condizionale dei flussi operativi tramite salti (branching) e l’allocazione dinamica dei dati sul supporto di memoria. Analizzando la scrittura scientifica e la notazione di Menabrea sotto il profilo della pragmatica del discorso, emerge con estrema chiarezza come la Macchina Analitica cessi di essere concepita come un semplice congegno meccanico o un automa addizionatore in serie al fine di trasformarsi in un’architettura enunciativa di straordinaria complessità semantica. L’atto di codifica menabreano fonda, a tutti gli effetti, una vera e propria sintassi dell’azione condizionata. Allorché Menabrea osserva, profeticamente, che le schede perforate derivate dal telaio Jacquard non sono che una traduzione delle formule algebriche, o per meglio dire un’altra forma di scrittura analitica, il testo compie un salto semiosico definitivo: l’algebra abbandona la dimensione contemplativa del calcolo teorico e della notazione manuale per farsi istruzione direttamente eseguibile da un dispositivo materiale. La pragmatica del testo tecnico trasforma il simbolo algebrico in un vettore di trasformazione fisica. Questa capacità della macchina di deviare la sequenza delle operazioni al verificarsi di un determinato evento contingente – descritta da Menabrea come la predisposizione automatica dell’automa a presentare nuove schede di fronte al passaggio di una variabile per lo zero o per l’infinito- anticipa in modo sorprendente l’ontologia dell’imprevisto, della singolarità e dell’eccezione che caratterizza alcune delle influenti riflessioni filosofiche contemporanee sulla tecnica e sull’algoritmo (Bernard Stiegler, La technique et le temps, 1994-2001; Giorgio Agamben, Stato di eccezione, 2003; Yuk Hui, Recursivity and Contingency, 2019). Di fronte all’eccezione, la macchina non si blocca né crolla nel determinismo rigido, ma riconfigura internamente il proprio flusso di esecuzione, trasformando il meccanismo cieco in una processualità aperta e ricorsiva. Parallelamente, la celebre osservazione menabreana secondo cui la macchina, facendosi carico di tutte le operazioni puramente materiali, risparmia il lavoro dell’intelligenza umana per consentirle di essere impiegata in compiti maggiormente elevati anticipa di oltre un secolo il dibattito filosofico e cognitivo sull’esternalizzazione della mente. Se John R. Searle, nel celebre saggio Minds, Brains and Programs (1980), distinguerà radicalmente la mera manipolazione sintattica dei simboli dalla comprensione semantica propria della coscienza, Andy Clark, in Natural-Born Cyborgs (2003), mostrerà come gli artefatti tecnologici possano divenire autentiche estensioni dei processi cognitivi umani. In questa prospettiva, la macchina descritta da Menabrea appare configurata come un dispositivo destinato ad assumere il carico delle operazioni formali, lasciando all’essere umano la definizione degli scopi, dei significati e delle intenzioni, secondo una distinzione che Luciano Floridi sistematizzerà nella sua The Philosophy of Information (2011), ponendo al centro il rapporto tra computazione, informazione e responsabilità epistemica.

La fattispecie algoritmica: omologie giuridiche e cognizione estesa

Inquadrata nella prospettiva della filosofia del diritto, del movimento Law and Literature e della critica letteraria analitica, la formalizzazione dell’Analytical Engine elaborata da Menabrea manifesta una strutturale omologia con la forma dogmatica della norma giuridica condizionata. Attraverso gli strumenti teorici della speech act theory e della textual mechanics, la notazione algebrica e le tabelle di tracciamento esecutivo descritte nel saggio del 1842 rivelano un’elevatissima densità di illocutionary force: ogni istruzione incisa su scheda perforata costituisce un performative utterance, un enunciato operativo che non si limita a descrivere uno stato del mondo o a rappresentare un valore matematico, ma produce direttamente e istantaneamente una modifica di stato all’interno del sistema meccanico. La deixis spaziale legata all’indicazione precisa delle colonne di destinazione, del magazzino e del mulino costruisce una semio-sintassi della memoria computazionale che prefigura, con notevole rigore, la distinzione concettuale moderna tra gli indirizzi di memoria e i valori in essi temporaneamente custoditi. Ciò che Donald E. Knuth, in The Art of Computer Programming (1968-2011), descriverà come la separazione tra localizzazione dell’informazione e contenuto elaborato troverà una successiva formalizzazione teorica nella semantica dei linguaggi di programmazione elaborata da John C. Reynolds in Theories of Programming Languages (1998), mentre Robin Milner, a partire da A Calculus of Communicating Systems (1980) e, successivamente, in Communicating and Mobile Systems: The Pi-Calculus (1999), mostrerà come l’identità delle locazioni e delle strutture computazionali debba rimanere concettualmente distinta dai valori e dagli stati che esse trasportano nel corso dell’esecuzione. Questo meccanismo astratto rispecchia esattamente la tecnica normativa del legislatore moderno, all’interno della quale il precetto giuridico non opera su individui concreti, ma mediante fattispecie astratte ed enunciati ipotetici strutturati secondo lo schema logico if-then-else, dove al verificarsi di un determinato fatto contingente segue necessariamente l’imputazione di una specifica conseguenza o sanzione giuridica vincolante. Sul piano delle cognitive neurosciences e del paradigma della extended mind, l’architettura concettuale promossa da Menabrea costituisce la prima teorizzazione di una protesi esoscheletrica destinata a potenziare la memoria di lavoro umano (working memory). Le odierne teorie sul cognitive offloading rintracciano nel saggio del 1842 la chiara consapevolezza di come la delega dell’atto contabile e ripetitivo a un dispositivo meccanico liberi carico neurale prefrontale, consentendo al soggetto di svincolarsi dalla fatica del calcolo materiale per elevarsi a livelli superiori di astrazione meta-cognitiva e teorica. Al contempo, se letta attraverso le lenti della sociology of art, della cultural anthropology e della politics of art, la migrazione concettuale dal telaio industriale da seta (ambito della produzione manifatturiera) alla macchina algebrica (ambito della manipolazione simbolica) segna l’atto d’origine dell’infrastruttura biopolitica della modernità. L’arte del calcolo abbandona la sua dimensione artigianale e individuale per trasformarsi in una forza produttiva automatizzata e in uno strumento d’ordine. Esiste una sottile continuità logica tra il Menabrea teorico del codice astratto, lo scienziato attento al principio di conservazione e di lavoro minimo nella statica delle strutture elastiche, e lo statista impegnato nella razionalizzazione contabile, nella fiscalità e nella riorganizzazione burocratica del giovane Regno d’Italia. In tutti i domini della sua poliedrica attività agisce la medesima ontologia della misura e del controllo: quella razionalità formale che Max Weber, in Wirtschaft und Gesellschaft (1922), individuerà come principio costitutivo dell’amministrazione moderna; quella logica della governamentalità che Michel Foucault, nelle lezioni raccolte in Sécurité, territoire, population (1977-1978), ricondurrà all’organizzazione dei flussi e alla gestione calcolabile delle popolazioni; e, infine, quella riduzione della complessità reale a sistemi informativi governabili che Niklas Luhmann, in Soziale Systeme (1984), assumerà come fondamento di ogni processo di decisione e organizzazione sociale.

Il codice come forma di normatività astratta

In conclusione, la disamina condotta sull’opera di Luigi Federico Menabrea dimostra come egli non debba essere considerato un semplice intermediario o un ricettore passivo delle intuizioni progettuali di Charles Babbage, ma uno dei principali iniziatori della riflessione teorica sul software e sulla scienza della programmazione. Egli comprese prima di gran parte della comunità scientifica ottocentesca che la vera essenza della rivoluzione automatica non risiedeva nella mera velocità meccanica dell’esecuzione delle operazioni aritmetiche, ma nella possibilità di tradurre la forma stessa del ragionamento in una sequenza autonoma di istruzioni formalmente determinate: quella concezione dell’algoritmo come linguaggio operativo che Donald E. Knuth, in The Art of Computer Programming (1968-2011), avrebbe assunto quale fondamento teorico della moderna informatica. Formalizzando con straordinaria lucidità la logica dei cicli, delle deviazioni condizionali e della gestione della memoria, Menabrea pose le premesse concettuali di quella distinzione tra specificazione astratta ed esecuzione concreta che Barbara Liskov, in Abstraction and Specification in Program Development (1986), avrebbe successivamente sistematizzato come principio fondamentale dell’ingegneria del software. La sua lezione teorica consiste nell’aver mostrato che il codice, prima ancora di configurarsi come dispositivo tecnologico, costituisce una forma di normatività astratta: un insieme di regole sintattiche capace di determinare il comportamento di un sistema materiale secondo una logica formalizzata, anticipando quella concezione della computazione come sistema simbolico che Brian Cantwell Smith, in On the Origin of Objects (1996), avrebbe ricondotto ai fondamenti ontologici della rappresentazione e dell’azione computazionale. Riconoscere la portata di questo contributo significa restituire a Menabrea un ruolo di primo piano nella genealogia della razionalità computazionale moderna, quale precursore di quell’architettura invisibile di algoritmi, dati e regole che struttura gran parte dell’esperienza tecnologica contemporanea.

 

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