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Il diritto rovesciato: ius-filosofia della disarmonia in Le avventure di Pinocchio
7 min readL’utilizzazione di figure istituzionali negative e la destrutturazione del Leviatano

Introduzione: Il burattino e l’epistemologia della giustizia non giusta
Nell’orizzonte della letteratura ottocentesca, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi si configura come un oggetto ermeneutico complesso, capace di oltrepassare i confini della narrativa pedagogica per assumere la forma di una riflessione critica sulla modernità. Se la critica letteraria, da Giorgio Manganelli (Pinocchio: un libro parallelo, 1977) a Dieter Richter (Pinocchio oder Vom Roman der Kindheit, 1972), ha decostruito il paradigma del testo come semplice racconto morale, la riflessione filosofico-giuridica ha trovato il suo punto di riferimento negli studi di Mario Alessandro Cattaneo (Carlo Collodi e la filosofia del diritto, 1988; I presupposti filosofico-giuridici di Pinocchio, 1991), rimasti sostanzialmente privi di una successiva tradizione specialistica. Il testo collodiano opera una decostruzione dell’ordinamento giuridico post-unitario: sotto la lente della ius-filosofia, l’universo di Pinocchio è regolato da una frattura tra legalità formale e giustizia sostanziale. Questa frattura investe una delle condizioni fondamentali della modernità: la fiducia hobbesiana nel Leviatano quale garante della sicurezza collettiva. Se in Thomas Hobbes (Leviathan, 1651) l’istituzione del sovrano consente di superare lo stato di natura e il bellum omnium contra omnes, nell’universo collodiano l’autorità si rivela incapace di assicurare stabilmente sicurezza e giustizia, trasformandosi essa stessa in fonte di arbitrio e di vulnerabilità. Tale rovesciamento anticipa, per certi aspetti, le recenti riflessioni sulla crisi della sovranità e della legittimazione istituzionale sviluppate da Pierre Rosanvallon (Le Siècle du populisme, 2020) e da Roberto Esposito (Istituzione, 2021), nelle quali l’autorità non è concepita come fondamento indiscusso dell’ordine politico, ma come costruzione storica costantemente esposta a processi di trasformazione, contestazione e ridefinizione della propria legittimità. Il mio contributo si sofferma sulla caratterizzazione capovolta degli esecutori dell’ordine (carabinieri, gendarmi, magistrati) e sulla conseguente emersione di una «Giustizia non giusta». Nel mondo di Collodi, l’autorità non è fonte di equità, ma un dispositivo che vessa l’innocente. Caratterizzare negativamente l’esecutore significa denunciare la «non giustizia» dell’ordinamento umano.
La destrutturazione dell’esecutore: il carabiniere e l’arbitrio della folla
Questa dinamica si manifesta sin dall’inizio del racconto. Non appena Pinocchio guadagna le strade, la reazione dell’apparato statale è immediata:
«Alla fine […] capitò un carabiniere […] e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto […]» [III, 20, 1883]
L’intervento della forza pubblica risponde a un imperativo di ordine formale: contenere l’eccedenza e normalizzare il corpo deviante del burattino; il dispositivo coercitivo si rivela tuttavia incapace di cogliere la sostanza etica della realtà empirica, riproducendo la logica della sovranità delineata da Thomas Hobbes (Leviathan, 1651). Al tempo stesso, tale meccanismo smentisce il paradigma di Charles de Secondat, barone di Montesquieu (De l’esprit des lois, 1748), poiché l’esercizio del potere non incontra alcun effettivo contrappeso istituzionale e l’arbitrio finisce per sostituirsi alla garanzia. In questa prospettiva, il testo deve essere letto, alla luce delle riflessioni di Luigi Ferrajoli (Diritto e ragione, 1989; La costruzione della democrazia, 2021), come una critica della dissociazione tra legalità formale e garanzie sostanziali, quando il potere coercitivo opera privo di efficaci limiti istituzionali. Davanti alla reazione di Pinocchio, che si rifiuta di camminare, la legge abdica alla propria autonomia razionale divenendo megafono dell’umore della massa:
«[…] tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto […]» [III, 20, 1883]
Collodi mette in scena una rappresentazione della giustizia che deve essere letta, alla luce del Novecento, come sorprendentemente consonante con le riflessioni di Michel Foucault (Surveiller et punir, 1975) sui dispositivi disciplinari, di Franz Kafka (Der Process, 1925) sull’opacità e l’arbitrarietà dell’apparato giudiziario e di Hannah Arendt (The Human Condition, 1958; Responsibility and Judgment, 2003) sulla fragilità del giudizio nelle istituzioni moderne. Il carabiniere, applicando un atto formalmente legittimo e sostanzialmente arbitrario, crea un paradosso ius-filosofico: il disturbatore viene rilasciato, mentre l’innocente Geppetto viene incarcerato. La prigione cessa di essere il luogo della sanzione, configurandosi come spazio della punizione del giusto. Il carattere paradossale di tale situazione richiama l’universo giuridico che Franz Kafka renderà celebre nel Processo: il soggetto innocente viene assorbito da un meccanismo istituzionale incapace di distinguere tra responsabilità e innocenza.
L’obbedienza cieca e l’automatismo del gendarme
Il tema dell’incriminazione dell’innocente ricorre come paradigma della frattura tra legalità formale e giustizia sostanziale, in consonanza con la riflessione di Ronald Dworkin (Justice for Hedgehogs, 2011), secondo cui la legittimità del diritto dipende dalla tutela effettiva dei diritti individuali, e di Mireille Delmas-Marty (Aux quatre vents du monde, 2016), che individua nelle garanzie contro l’arbitrio del potere punitivo una condizione essenziale dello Stato di diritto. Un esempio si ritrova nel teatro dei burattini, davanti a Mangiafuoco. Quando il burattinaio decide di annullare la sanzione inizialmente decretata contro Pinocchio, la necessità di alimentare il fuoco esige una vittima sostitutiva:
«[…] “Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!” […]» [XI, 58/59, 1883]
Il «gendarme di legno» diviene metafora del burocrate del diritto, privo di autonoma capacità di giudizio e ridotto a mero esecutore della norma. La scena richiama la riflessione di Hannah Arendt (Eichmann in Jerusalem, 1963) sulla burocratizzazione dell’obbedienza e sulla rinuncia al giudizio personale. Sul piano teorico, essa evoca, inoltre, alcune formulazioni del positivismo giuridico, da John Austin (The Province of Jurisprudence Determined, 1832) a Hans Kelsen (Reine Rechtslehre, 1934/1960), nelle quali la validità della norma è fondata sulla sua produzione secondo criteri formali e sulla sua appartenenza all’ordinamento, indipendentemente dal suo contenuto morale. I gendarmi di legno incarnano, in chiave parodica, la separazione tra legalità formale e giustizia sostanziale. Essi non giudicano la legittimità dell’ordine ricevuto, ma si limitano a eseguirlo, legando l’innocente Arlecchino. La loro funzione richiama la distinzione elaborata da Walter Benjamin in Zur Kritik der Gewalt (1921) tra violenza fondatrice (rechtsetzend) e violenza conservatrice (rechtserhaltend) del diritto: l’ordinamento si riduce a dispositivo coercitivo che preserva se stesso, cessando di tutelare il soggetto vulnerabile e trasformando la forza nell’unico criterio di effettività della legge.
Conclusione: Il fallimento della tutela e la parabola del diritto capovolto
Questo pessimismo giuridico trova il suo culmine in altri due episodi: la vicenda del magistrato-scimmione nella città di Acchiappacitulli («Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla…») [XIX, 116/117, 1883] e l’arresto di Pinocchio in seguito al ferimento del compagno Eugenio [XXVII]. L’apparato repressivo dello Stato si attiva contro il burattino, scambiato con il colpevole. L’idea centrale rimane costante: né lo scimmione investito della funzione giudicante né i carabinieri riescono ad assicurare la tutela dell’innocente, sostituendo alla protezione l’incriminazione. Questa prima direttrice dell’ermeneutica ius-filosofica di Collodi mostra come le istituzioni, quando si riducono ad automatismo burocratico o ad arbitrio del potere, finiscano per sovvertire la propria funzione originaria. La giustizia si converte nel suo opposto, trasformando il soggetto da destinatario della tutela a oggetto della coercizione. Tale dinamica trova significative consonanze con le riflessioni di Paul Ricœur (Le Juste, 1995; Le Juste 2, 2001), dedicate alla tensione permanente tra giustizia e fallibilità del giudizio, e di François Ost (Raconter la loi, 2004), che individua nella narrazione uno spazio critico capace di svelare le aporie e i limiti delle istituzioni giuridiche. Il dramma di Pinocchio consiste nella scoperta che il diritto positivo è in grado di allontanarsi dall’idea di giustizia che pretende di incarnare. La parabola collodiana trova significative consonanze con la distinzione elaborata da Jacques Derrida in Force de loi (1994), secondo cui il diritto (droit) è un sistema di norme applicabili, mentre la giustizia (justice) costituisce un’esigenza etica che eccede ogni ordinamento positivo. Il burattino non si ribella alla giustizia; si ribella alla sua caricatura istituzionale, quando la legalità formale perde la propria funzione di tutela e si converte in strumento di sopraffazione.