Tardomodernismo testuale e dispositivi di controllo nel magistero di Ottavio Colecchi

La sanzione del confine e la purificazione del dato noumenico
Ogni apparato teoretico, assunto nella prospettiva del pragmatismo analitico, della sociologia della conoscenza e dell’epistemologia storica, può essere interpretato come un dispositivo inferenziale di normazione discorsiva: un insieme strutturato di pratiche concettuali attraverso cui una determinata comunità epistemica distribuisce autorizzazioni e interdizioni assertorie, stabilisce i criteri di giustificazione delle credenze e delimita lo spazio delle inferenze legittime. Lungi dal costituire un repertorio metastorico di verità, la teoria si configura come una tecnologia simbolica di regolazione dell’esperienza, orientata a disciplinare la produzione del sapere e a contenere la proliferazione incontrollata delle ipostasi metafisiche mediante la definizione di vincoli pubblici di intelligibilità e di criteri condivisi di validazione epistemica. In tale orizzonte, la Napoli degli anni Trenta dell’Ottocento emerge come un laboratorio privilegiato di ricodificazione concettuale, nel quale la filosofia assume la forma di una competizione per l’egemonia interpretativa all’interno del campo intellettuale. La straordinaria densità delle istituzioni culturali, delle reti accademiche e dei circuiti editoriali collocava infatti il capoluogo borbonico in una posizione pienamente comparabile ai maggiori centri europei – Londra e Parigi in primis– trasformandolo in uno spazio di intensa circolazione transnazionale di categorie, lessici e modelli teorici. È in questo contesto che la rivoluzione copernicana kantiana cessa di essere un semplice oggetto di ricezione esegetica per divenire il principio generativo di una contesa ermeneutica concernente le condizioni di possibilità della conoscenza, la normatività dell’esperienza e lo statuto stesso della soggettività trascendentale. La fortuna del criticismo si manifesta non come trasmissione lineare di un paradigma, ma come processo di riappropriazione selettiva, traduzione concettuale e riconfigurazione semantica, attraverso cui differenti scuole filosofiche competono per ridefinire i confini del dicibile, i criteri di legittimazione epistemica e l’architettura normativa della razionalità moderna. Quando la critica si accosta all’oggetto di studio – la ricezione del criticismo operata da Ottavio Colecchi- si imbatte in un radicale processo di bonifica logica mirato a sradicare il sensualismo e l’empirismo dogmatico. Il pensatore abruzzese attiva un dispositivo di purificazione testuale contro le letture psicologizzanti dominanti nel Mezzogiorno. I meccanismi di questa rettifica semantica agiscono attraverso una critica microscopica dei testi del suo principale avversario teorico, Pasquale Galluppi. Dal punto di vista della pragmatica del testo, l’operazione colecchiana si qualifica come una sanzione empirica volta a smascherare l’illusione di una «percezione immediata» dell’oggettività esterna. Laddove Galluppi pretendeva di ancorare la conoscenza a un’esperienza primitiva capace di afferrare direttamente l’in-sé delle cose, l’analisi di Colecchi dimostra l’impossibilità logica di scavalcare le funzioni del pensiero. La natura profonda dell’essere, il noumeno, resta una x logica strutturalmente inconoscibile; l’individuo coglie esclusivamente il fenomeno, ossia la manifestazione delle cose formata e rivestita dalle categorie soggettive dell’io. Questo riallineamento al rigore formale kantiano depura l’idealismo da ogni residuo psicologico, restituendo alle forme dell’intelletto il loro primato regolativo sull’essere.
La pragmatica di speech acts e framing dell’autonomia nel tardomodernismo
Alla luce della filosofia del linguaggio contemporanea, il saggio colecchiano si rivela non come una mera operazione esegetica, bensì come un dispositivo performativo orientato a riconfigurare la forza illocutoria degli atti morali e gnoseologici, modificandone le condizioni di intelligibilità e di legittimazione (J.L. Austin, How to Do Things with Words, 1962; J.R. Searle, Speech Acts, 1969). Attraverso sofisticate strategie di framing concettuale, Colecchi ridefinisce il perimetro semantico della discussione filosofica per confutare gli orientamenti utilitaristi ed eudemonisti allora dominanti nel dibattito europeo, confrontandosi criticamente con l’empirismo morale di David Hume (An Enquiry concerning the Principles of Morals, 1751) e con l’utilitarismo giuridico di Gian Domenico Romagnosi (Genesi del diritto penale, 1791), nel tentativo di restituire alla ragione pratica un fondamento normativo autonomo rispetto alla mera utilità. Colecchi rigetta l’idea humiana secondo cui «la stima e l’approvazione morale sia fondata principalmente sulla utilità di una qualità o di un’azione» (Colecchi, 1938), individuando in questo principio una pericolosa minaccia per l’universalità della ragione pratica e un cedimento alla frammentazione dei codici valoriali. La pragmatica della legge morale esige uno statuto d’azione interamente svincolato dalle condizioni sensitive e dal calcolo egoistico del vantaggio sociale. Isolando i marcatori verbali del dovere , Colecchi evidenzia come l’onesto e il giusto si configurino come un «fatto primitivo della ragione» (Colecchi, 1938). Questa intuizione originaria dell’onesto, radicalmente opposta alla morale artificiale degli utilitaristi, isola l’«uomo interno» dominato dal dovere dalle contingenze e dai bisogni dell’«uomo esterno». Per circoscrivere questa autonomia, Colecchi compie un’operazione di chirurgia logica anche sullo schematismo kantiano, considerandolo un’aggiunta superflua e un’involuzione verso la dottrina medievale delle immagini-idee. Egli propone un rovesciamento metodologico basato sulla sua rigorosa preparazione matematica: un avanzamento «dal particolare all’universale». Questo ancoraggio al particolare, esaminato tramite le tecniche del close reading della critica letteraria analitica, dialoga strettamente con la sensibilità del tardomodernismo. Nel tardomodernismo, infatti, la pretesa di totalità delle grandi narrazioni si infrange contro il frammento e l’irriducibilità del testo, costringendo il pensiero a rinegoziare continuamente i confini della normatività linguistica di fronte alla proliferazione dei codici culturali contemporanei.
Neuroestetica della ricezione e habitus del sublime storico
Il dibattito scientifico sviluppatosi tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato l’esegesi del criticismo meridionale, integrando gli strumenti della filosofia analitica con gli apporti dell’antropologia dell’arte e delle neuroscienze cognitive applicate all’esperienza estetica (Alva Noë, Strange Tools, 2015; Ellen Dissanayake, Art and Intimacy, 2000; Semir Zeki, Splendors and Miseries of the Brain, 2009). In tale prospettiva, il criticismo napoletano è stato reinterpretato non soltanto come sistema speculativo, ma come pratica storica di organizzazione dell’esperienza percettiva, normativa e simbolica. Gli studi dell’ultimo venticinquennio hanno, progressivamente, decostruito il paradigma della neutralità delle forme estetiche, reinterpretando la ricezione colecchiana della Critica del giudizio, mediata dalle categorie estetico-antropologiche di Friedrich Schiller (Über die ästhetische Erziehung des Menschen, 1795), quale dispositivo di regolazione affettiva e di modulazione della soggettività dinanzi alla contingenza storica (Martha C. Nussbaum, Upheavals of Thought, 2001; Antonio Damasio, Self Comes to Mind, 2010; Monique Scheer, «Are Emotions a Kind of Practice?», 2012). In questa prospettiva, la transizione dal bello al sublime funziona come una vera e propria bonifica neurocognitiva contro l’influenza di un «gusto ammollito» e le reti di una sensualità raffinata che tiene schiavo l’intelletto. Il testo della storia universale, inteso come il «teatro in cui si notano più le scene del conflitto disumano sia delle forze naturali che della libertà», produce nel ricevente una forte stimolazione emotiva legata al disturbante (unheimlich) e al caos. Di fronte allo spettacolo delle rovine storiche e della distruzione – come la caduta di Cartagine o Siracusa- l’attivazione del sentimento del sublime spezza la paralisi cognitiva: riconoscendo nella bizzarria distruttiva del mondo l’immagine della propria indipendenza dalle condizioni naturali, l’individuo scopre la propria libertà morale. I marcatori testuali indicano come l’arte, nel suo carattere imitativo, superi la natura stessa poiché possiede «tutti i vantaggi della natura, senza portar alcuna alle sue catene». Questo impianto non si limita a stabilizzare la risposta emotiva del lettore – oggi indagabile anche attraverso le neuroscienze cognitive dell’esperienza estetica (Anjan Chatterjee, The Aesthetic Brain, 2014)- ma contribuisce alla formazione di un vero e proprio habitus culturale, nel senso attribuito da Pierre Bourdieu (Le sens pratique, 1980): quello dell’intellettuale risorgimentale, orientato a interiorizzare un ethos della redenzione civile e dell’autonomia morale, capace di intravedere la possibilità della libertà anche nel dispiegarsi della tragicità storica. Tale dinamica può essere letta, in chiave contemporanea, anche alla luce della teoria dell’immaginazione narrativa di Martha C. Nussbaum (Poetic Justice, 1995), che attribuisce all’esperienza estetica una funzione di formazione del giudizio morale.
La convergenza speculativa e l’orizzonte dello storicismo
L’imponente lavoro di ridefinizione concettuale operato da Colecchi si pone in sintonia con le recenti riflessioni dedicate alla storicizzazione delle categorie del pensiero e alla contingenza dei quadri concettuali (Ian Hacking, Historical Ontology, 2002; Hans-Jörg Rheinberger, On Historicizing Epistemology, 2010). Il tentativo di ricomporre la normatività dell’etica kantiana con lo storicismo di Giambattista Vico si configura come un’operazione ermeneutica di notevole originalità: nel contesto della restaurazione borbonica e della vigilanza ecclesiastica sul libero pensiero, Colecchi individua infatti nella Scienza nuova (1725-1744) un idealismo implicito, capace di fondare lo sviluppo storico su un principio di razionalità normativa, sottraendolo tanto al relativismo scettico quanto al mero empirismo. Vico, contemplando «l’uomo nell’uomo» secondo un’impostazione di ascendenza platonica, mostra come il diritto e le istituzioni siano in grado di trasfigurare la forza, l’avarizia e l’ambizione nei corrispettivi civili della fortezza, dell’opulenza e della sapienza (Scienza nuova, 1744, § 1108). In questa prospettiva, la storicizzazione del criticismo elaborata da Colecchi – entro un orizzonte segnato dall’istanza leibniziana di conciliazione tra razionalità e sviluppo storico- anticipa temi che saranno sistematizzati dal neokantismo tedesco, in particolare nella filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer (Philosophie der symbolischen Formen, 1923-1929), nel razionalismo critico di Hermann Cohen (Kants Theorie der Erfahrung, 1871) e nello storicismo ermeneutico di Wilhelm Dilthey (Einleitung in die Geisteswissenschaften, 1883). Il pensiero colecchiano si configura come un ponte speculativo: aprendo il rigido criticismo alle istanze storiche, egli prepara il terreno per l’avvento dell’hegelismo in Italia.
Conclusioni: la rettifica del pensiero e il riscatto della libertà
Per riassumere l’intera questione con maggiore semplicità, possiamo dire che la filosofia di Ottavio Colecchi rappresenta un grande sforzo per fare ordine nel pensiero del suo tempo, difendendo la verità e la libertà morale contro le illusioni e gli errori dei filosofi passivi. Egli ha dimostrato che l’uomo non può conoscere le cose come sono in se stesse, ma solo per come appaiono attraverso le forme e le categorie della nostra mente. Di conseguenza, la conoscenza non è una ricezione pigra dei dati esterni, ma un’attività energica e attiva dello spirito. Sul piano pratico, sociale e morale, questo significa che il bene e la giustizia non nascono dall’egoismo, dall’abitudine o dal calcolo dell’utilità materiale, ma sono iscritti direttamente nella ragione umana, come una legge universale che anche un bambino può riconoscere. Nemmeno il disordine o le violenze della storia possono cancellare questa dignità: attraverso l’esperienza del sublime, l’uomo sperimenta il proprio distacco dai vincoli della natura e si riscopre costituzionalmente libero. In conclusione, l’insegnamento di Colecchi si rivela un dispositivo educativo e politico straordinario: unendo il rigoroso logico tedesco alla sensibilità storica italiana, egli ha insegnato a una generazione di giovani a non essere schiavi degli eventi, trasformando la filosofia in uno strumento di riscatto civile e di indipendenza interiore.